Lord Peter Mandelson: se lo stratega di Blair operava con Epstein come una spia
di INSIDE OVER (Paolo Mossetti)

Jeffrey Epstein con Peter Mandelson (S) in una delle foto contenute nei file Epstein e pubblicate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
Dopo mesi di “nothing to see here” sugli Epstein files, di sistematica minimizzazione delle loro implicazioni, di repressione di qualsiasi curiosità sul mondo che disvelavano (anche in Italia da parte delle 40, 50 grosse firme che si conoscono tutte tra loro, e con Cazzullo che ieri ci diceva che l’unica rivelazione è sulla figura di Bill Gates, “un uomo normale come tutti gli altri”), arrivano le prime onde sismiche dello scandalo, anche fuori dagli Stati Uniti. Nella casa reale norvegese, tra i partiti sovranisti filorussi, nella galassia di Steve Bannon e a Windsor, tanto per citare qualche caso.
È nel partito laburista inglese, in particolare, già in crisi da tempo, che si avvicina lo strapiombo, con la parabola ignominiosa di Lord Peter Mandelson. Diplomatico negli Stati Uniti, ex ministro, stratega, figura-chiave dell’epoca blairiana, soprannominato il “principe delle tenebre”, “riformista” intervistato innumerevoli volte dalla nostra stampa, nemico giurato di Jeremy Corbyn (diceva pubblicamente di lavorare “ogni giorno” contro di lui), ora dovrà affrontare un’indagine penale a causa delle email: nessuno nel suo ruolo è stato accusato di un reato tanto grave negli ultimi decenni.
Jeffrey Epstein, si legge nei documenti, avrebbe inviato a Mandelson decine di migliaia di dollari, e secondo la polizia lo avrebbe fatto in cambio di informazioni finanziarie riservate. Quel che è peggio, Mandelson avrebbe inoltrato al miliardario suprematista, già condannato per sfruttamento di minori, piani fiscali riservati del governo britannico, soffiate sui futuri tassi di interesse della Bce (altro che “legge del mercato”) e gli avrebbe chiesto consiglio su come sabotare la politica redistributiva del suo stesso partito. Parliamo di oltre dieci anni fa, all’indomani della peggiore crisi economica dal dopoguerra. Ma la lista di comportamenti che si configurano da vero e proprio spione internazionale è impressionante, ed è destinata ad aumentare.
I documenti d’archivio ci dicono che nella vita romanzesca di Mandelson, che si vantava pubblicamente di lavorare “ogni giorno” per far fuori la segreteria socialista di Jeremy Corbyn, accusato di antisemitismo e autoritarismo, ci fossero frequenti viaggi a Mosca e San Pietroburgo, raccontati in una corrispondenza a dir poco disinvolta con Epstein come “rave” con “modelle appetitose” e massaggi moscoviti. L’uomo della serietà al governo e del baluardo contro i populismi si lasciava andare a confessioni che farebbero rabbrividire qualsiasi servizio segreto: una specie di proto-influencer con un pessimo senso dell’opportunità.
Di fronte a questo curriculum, Keir Starmer ha appena ammesso in Parlamento di sapere della frequentazione, che avrebbe preferito non sapere nulla e di non sapere che fare, mentre i suoi stessi compagni di partito lo stanno scaricando ed è appena partita una rivolta interna. Mandelson è stato cacciato dal Labour e dalla Camera dei Lord, ma sembra troppo tardi per fermare un Nigel Farage col vento in poppa nei sondaggi.
Persiste un ceto medio riflessivo, anche in Italia, che per mesi ha deriso chi protestava contro il silenzio sul caso Epstein. In questo atteggiamento c’entra, più che un ordine dall’alto di chissà quale Spectre massonica, più che la paura di rovinarsi un network di contatti importante, un riflesso pavloviano: la tendenza a non volersi sporcare le mani con la sostanza politica dei “complotti”. Così questo ceto si rifugia nella correttezza formale: in quelle email non ravvisiamo reati, quindi è tutto legittimo.
È innegabile che nei milioni di pagine, detriti, frammenti pubblicati venerdì dal dipartimento di Giustizia statunitense siano contenuti i nomi di decine di persone ricche e famose che non hanno violato alcuna legge, e che molte accuse e insinuazioni scioccanti arrivino da vigliacche segnalazioni anonime (forse la Casa Bianca punta a screditare l’intera operazione e chi vi scava, e a farci pestare merdoni). A questo aggiungiamoci l’uso e l’abuso dell’AI, in alcune foto sciaguratamente infilate da alcuni svalvolati nelle nostre timeline, e si capisce perché molti commentatori colti si tengano a distanza dalla storiaccia, per non apparire come volgari complottisti della domenica.
Ma da parte di una classe di mediatori che ci ha abituato alle inchieste sui titoli di Di Maio e sulle lauree dei giornalisti avversari passati al setaccio, agli articoli premium sui cessi d’oro di Zelensky, sulle corna di cervo di Putin e sulle nipoti degli ayatollah, se permettete, qualche spazio di attenzione ce lo dovevamo aspettare.
Soprattutto da quel progressismo che voglia colmare la distanza tra legalità formale e legittimità percepita. Soprattutto per non lasciare in mano agli avvelenatori di pozzi professionali l’intera narrazione, come sta succedendo ora.
Se viene spontaneo inquadrare quello di Mandelson e Epstein come un legame frutto di un’élite britannica abituata a sentirsi intoccabile fin dal college (ora, a casino scoppiato, innumerevoli firme londinesi si stanno accalcando per ricordare Mandelson come un arrogante bistrattatore di giornalisti scomodi: prima evidentemente la paura era troppo forte), c’è anche, o soprattutto, più nello specifico il segno dell’eredità politica e culturale del New Labour, di quel clima di pragmatismo post-ideologico e di fiducia mista a sottomissione al capitale finanziario: un mondo rilassato sugli ultraricchi, pronto a giustificare la retorica dei benefattori in nome di una presunta efficienza. Con un’alternativa socialista già sepolta, ovviamente.
Una mentalità che sopravvive ancora oggi nel Labour di Starmer, il quale tuttavia ha il problema di non avere il carisma di Blair e la destra in condizioni pietose come trent’anni fa. Una Gran Bretagna sempre più divisa si ritrova così con una leadership senza bussola etica, che non solo ha affossato qualunque possibilità di svolta a sinistra e di cambiamento dello status quo, ma sta per gettare una luce squallida su tutto il passato che si credeva vincente.





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