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E’ trascorsa ormai una settimana dal 3 febbraio 2026, data infausta non solo per la Libia, ma per tutti i popoli inconsapevoli del Mediterraneo.
L’omicidio politico-mafioso di Saif Gheddafi è diretto a colpire non il ricordo del padre, ma la volontà popolare libica, sul punto di riprendersi il Paese dopo 15 anni di sequestro (il 17 febbraio si ricorderanno in Libia i 15 anni dall’inizio dei tumulti che hanno giustificato l’aggressione straniera del 2011).
Il progetto di Saif non era quello di riportare un Gheddafi al comando della Libia, ma di offrirsi come garanzia per tutti i Libici sul cammino verso la piena indipendenza e sovranità del Paese, scomparse nel 2011.
Ecco perché i suoi funerali a Beni Walid sono stati un “referendum popolare”, considerando che almeno 1/4 degli elettori libici (nonostante blocchi e divieti) fosse presente alle celebrazioni, a giudicare dalle immagini aeree.
Saif non rappresentava il padre. Saif non rappresentava il passato.
Saif rappresentava il presente possibile e il futuro della Libia.
Pur sopravvissuto a innumerevoli precedenti tentativi di eliminazione fisica e giudiziaria, è dal dicembre 2021 che Saif era di fatto un “uomo morto” in Libia (“La consegna del silenzio sulla Libia è un atto di guerra”, 23 dicembre 2021: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_consegna_del_silenzio_sulla_libia__un_atto_di_guerra/41939_44508/).
In quell’occasione si annullarono in fretta e furia le elezioni presidenziali previste per il 24 dicembre, poiché la ricomparsa di Saif Gheddafi sulla scena politica e la sua improvvisa candidatura avevano già sparigliato le carte apparecchiate dall’Occidente, allora a favore del premier di Tripoli Abdulhamid Dabaiba.
Poche settimane infatti erano bastate per far confluire la maggioranza dei voti dei Libici sulla sua figura, come attestato dai sondaggi dell’epoca. Da qui l’annullamento del voto e la sua sospensione da lì in avanti, fino ad oggi.
Saif era diventato un guastafeste nei piani estensivi della Nato sulla Libia, una “causa di forza maggiore”, come decretato dall’ambasciatore americano in Libia, Richard Norland.
Da allora, anziché godere dei benefici all’estero che comunque la sua caratura gli avrebbero garantito, Saif ha al contrario preso stanza nel deserto, senza lasciare il Paese, convinto della protezione del suo popolo, convinto che nemmeno i traditori l’avrebbero raggiunto e comunque, nel caso, deciso a morire da martire sul suolo libico.
Mentre qualcuno ordiva il piano della sua eliminazione fisica (certamente risultato di una convergenza internazionale attorno alla leadership degli Haftar in Libia che mette d’accordo Stati Uniti, Turchia, Russia e ormai Francia e, per quel che conta, Italia, “Haftar a Roma con un ostaggio per l’occidente”, 4 maggio 2023 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-haftar_a_roma_con_un_ostaggio_per_loccidente/41939_49564/), Saif restava in attesa nella sua casa alla periferia di Zintan, tra libri e preghiere: sarebbe arrivato prima il proiettile mortale o la data delle elezioni?
Molto semplice.
La volontà popolare libica faceva così paura che il commando di sicari armati dalla NATO già pronto da anni a Tripoli è entrato finalmente in azione (“Come Londra trama per l’eliminazione di Saif Gheddafi”, 6 febbraio 2023: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-come_londra_trama_per_leliminazione_di_saif_gheddafi/41939_48679/), con un supporto di intelligence militare tale da collocare al di fuori delle dinamiche locali l’azione che ha portato all’uccisione a sangue freddo eseguita da 4 uomini incappucciati.
Tuttavia, questa storia va riavvolta e letta alla luce di un fatto perlopiù a noi sconosciuto: Saif Gheddafi era in procinto di guidare la Libia già nel 2011. Il suo progetto, “Libia di domani”, era allora già in avanzata fase di preparazione. Ma i fondi di quel progetto negli ultimi anni sono stati spartiti tra Tripoli e Bengasi con risultati deludenti e corruzione. Questo è sotto gli occhi di tutti in Libia, per quanto sia perlopiù rimosso all’estero.
La Libia voleva che si ricominciasse dal progetto “Libia di Domani” ideato da Saif Gheddafi sulla fine della prima decade del nuovo millennio. Lo attestavano già diversi segnali: i sondaggi, l’umore generale, i “trends” sui social, le elezioni municipali tenute lo scorso anno e largamente vinte dalle liste legate al progetto di Saif, fino all’ultima prova schiacciante: l’immensa partecipazione ai suoi funerali.
La Libia cercava solo una certificazione e definitiva attuazione a una volontà popolare già evidente.
Ed ecco dunque che in una nemesi perfetta, coloro che avevano esportato la democrazia a suon di bombe, adesso negavano la democrazia in Libia pur di non andare incontro a risultati sgraditi.
E qui entra in gioco la dinamica madre che avvinghia il Paese da 15 anni: le sue sorti non sono in mano ai Libici.
La Libia dal 2011 a oggi è rimasta una proprietà militare della Nato, un protettorato o qualcosa di simile, ben esercitato attraverso l’UNSMIL, la missione ONU a Tripoli, una sorta di consiglio coloniale del governatorato libico.
Certo, in alcune fasi alcuni pezzi di Libia sono scivolati sotto altre influenze e lo sono tuttora, ma finché Tripoli rimane nelle mani delle potenze occidentali, la Libia è come un destriero tenuto per la cavezza: non scappa.
Per questo motivo Saif andava eliminato, perché era l’emblema della Libia non doma.
La sua eliminazione è stata tanto più indolore qui in Europa in seguito al depistaggio dei racconti occidentali sulla sua figura. Un procedimento stantio e contraddittorio contro di lui depositato alla Corte Penale Internazionale (contenente l’accusa di crimini di guerra da cui fu già assolto da un tribunale libico nel 2017), per trasformare in bandito un fine intellettuale e uomo politico, dotato di un’indole sensibile e pacifica.
Fumo negli occhi per impedire che si affermasse qui da noi un movimento d’opinione che facesse da cordone protettivo di fronte alla volontà internazionale di assassinare Saif, già ampiamente documentata e da noi denunciata in questi anni (“Una storia antidiplomatica”, 75’, 2024: https://www.youtube.com/watch?v=Rw0Ltw1Of_E&t=3754s).
Se mai vi è stato un cordone protettivo al contrario, quello è stato il cordone di silenzio e censura che ha accerchiato chiunque abbia voluto denunciare in Europa la situazione in Libia fuori dalle ricostruzioni fumettistiche correnti, trattato come un racconta-frottole o tutt’al più come uno che mette al centro esperienze marginali solo per la ricerca di visibilità.
Non si scomodano i servizi segreti inglesi o francesi o americani per far fuori un personaggio marginale.
E la saga non è finita. Il procuratore generale di Tripoli, Al-Siddiq Al-Sour, ha promesso entro la fine di questa settimana di pubblicare i risultati delle indagini compiute sull’omicidio. Un altro uomo morto che cammina in Libia, qualora volesse andare fino in fondo.
E dunque siamo mancati proprio noi, come informazione indipendente, come dibattito politico italiano. Perciò siamo a tutti gli effetti noi tra i mandanti morali di questo omicidio mafioso, calati perfettamente nella parte degli omertosi.
In fondo, potremmo vedere Saif, fatti i debiti distinguo, come un altro Peppino Impastato, ucciso dalla mafia perché non si candidasse al consiglio comunale di Cinisi, perché non scoperchiasse quei traffici mafiosi che sono però anche il nutrimento delle alleanze militari atlantiche. In questo le due vicende si assomigliano spaventosamente.
E come nella vicenda di Peppino Impastato occorrerà molto tempo perché il fumo della diffamazione e della propaganda si diradi, lasciando chiara la visione delle cose.
E dunque la Storia ci ha preceduto e con lei i sicari che hanno ucciso Saif. Il nostro proposito è stato ormai superato dai fatti.
Il documentario “Saif e la Libia – il ritorno del domani” voleva essere infatti un ulteriore definitivo sforzo per destare l’attenzione in Italia dal torpore omicida in cui era caduta di fronte alla realtà libica.
Avevamo pensato con l’AntiDiplomatico che produce il lavoro e con nostri contatti in Libia legati al movimento di Saif, di realizzare un’opera che denunciasse l’alto rischio di assassinio che Saif stava correndo, proprio perché ormai vicini al traguardo.
Va notato che in Italia l’unica risposta all’altezza di un ragionamento non solo minimamente democratico, ma anche attento agli interessi del nostro Paese, è pervenuta soltanto da Michele Marsiglia, Presidente di Federpetroli, profondo conoscitore del Paese libico e degli interessi dell’Italia in Libia, in questa veste presente nel documentario.
Ad esempio, queste le parole che il Presedente Marsiglia ha espresso in un comunicato settimana scorsa all’indomani dell’omicidio di Saif, lontanissimo dalla nostalgia e proiettato piuttosto al presente concreto:
“Apprendo con grande dolore della morte di Saif, ho sempre pensato al peggio ma non che si arrivasse a tanto. Le nostre idee e la politica in Libia di FederPetroli Italia arrivavano a lui e so per certo che ne era contento. Saif, nonostante le limitazioni di alcuni organismi internazionali, oggi rappresentava un consenso libico di oltre il 70% e questo è evidente che avrebbe condizionato la stabilità alle prossime elezioni politiche, avendo annunciato lo stesso la candidatura. Saif sarebbe stato una speranza di ripresa non solo sociale ma una persona competente in campo petrolifero ed energetico, un velo di speranza per riportare la Libia ad una produzione petrolifera ottimale e rafforzare sempre più i rapporti con l’Italia e l’Europa”.
Gli imprenditori italiani non si sono dimenticai di Saif, almeno alcuni di loro.
La politica italiana invece ha chiuso le porte.
E questo è il motivo del ritardo della presentazione del documentario, ritardata di un paio di mesi di fronte alla ferrea indisponibilità di tutti i gruppi parlamentari di organizzare la presentazione del lavoro in sede istituzionale.
Non servirà più dunque a creare un movimento d’opinione in Italia a difesa della sicurezza di Saif Gheddafi, ma il documentario uscirà comunque presto nella sua forma integrale così come realizzato prima dell’omicidio.
Perché è scomparsa una persona giusta, non l’idea che rappresentava, non il consenso che raccoglieva.
Ulteriori informazioni saranno comunicate in seguito.
SAIF E LA LIBIA
il ritorno del domani
(77’, 2026)
di Michelangelo Severgnini
da un’idea di Ahmed Farhat
con la collaborazione di Mohammed Bashir
una produzione L’AntiDiplomatico
scritto, diretto, montato e narrato da Michelangelo Severgnini
con: Michele Marsiglia, Ahmed Bu Shiba, Abdualaziz Mohamed, Abdulhakim Mohamed Onis.
Sinossi:
Quando Saif al-Islam Gheddafi,, figlio del colonnello, dopo anni nascosto in località segreta, annuncia la sua candidatura alle elezioni presidenziali in Libia nel novembre 2021, i media occidentali affermarono che sia privo di progetto. Ma non è così: Saif ha ancora una visione chiara, un piano per la rinascita della Libia. Quel piano si chiama “Libya Al Ghad”, “La Libia di domani”.
Quelle elezioni del 2021 furono annullate e da allora non si sono più tenute, per impedire a Saif, largamente sostenuto dal popolo libico, di essere eletto presidente. Nel frattempo, i fondi del progetto di Saif Gheddafi, sono finiti nelle mani del generale Haftar e dei suoi figli. E questo spiega il precipitarsi del governo Meloni tra le braccia degli ex-nemici e tuttavia al tempo stesso la necessità di proteggere gli ex-amici, le milizie filo-NATO, come nel caso Al-Masri.
Questa storia di congiure, omicidi, usurpatori, milizie, trafficanti ed eroi sembra a noi somigliare ad una storia antica, di fronte alla quale tuttavia rimaniamo, noi Italiani, ancora una volta, complici e impassibili spettatori.





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