Epstein files: la bancarotta morale e politica dell’Occidente – parte I
di INTELLIGENCE FOR THE PEOPLE (Roberto Iannuzzi)

La pubblicazione degli “Epstein Files” da parte del Dipartimento della Giustizia americano, a fine gennaio, sta causando una valanga di rivelazioni le cui conseguenze sono difficili da prevedere, malgrado la sconcertante minimizzazione dei fatti da parte dei media di grande diffusione.
Si tratta di oltre 3 milioni di documenti, immagini, registrazioni concernenti il caso giudiziario relativo a Jeffrey Epstein, finanziere condannato per reati sessuali.
Ufficialmente suicidatosi in carcere il 10 agosto 2019, in circostanze mai realmente chiarite, Epstein è una figura dai contorni inquietanti, la cui ricchezza e influenza misteriosamente acquisite lo hanno posto al centro di una rete internazionale di relazioni (e ricatti) di altissimo livello, che coinvolgeva agenzie di intelligence, grandi interessi economici e finanziari, figure politiche di primo piano, e traffici incentrati sullo sfruttamento sessuale di minorenni.
La pubblicazione degli Epstein Files è stato un processo travagliato, caratterizzato da ritardi e controversie, dopo che il presidente americano Donald Trump si era visto costretto a firmare l’Epstein Files Transparency Act lo scorso 19 dicembre. Tale processo è sintomatico dello scontro in atto all’interno dell’establishment USA.
Sebbene la Casa Bianca affermi di aver adempiuto ai propri obblighi legali con la divulgazione dei documenti, si stima che il Dipartimento della Giustizia sia in possesso di almeno altri 3 milioni di pagine che rimangono secretate.
Il 24 dicembre, esso aveva annunciato il rinvenimento di un altro milione di documenti legati al caso Epstein, facendo indispettire Trump. I file pubblicati contengono inoltre numerosi omissis, in particolare nascondendo i nomi dei responsabili degli abusi, mentre incredibilmente in molti casi hanno rivelato l’identità delle vittime.
Il procuratore generale aggiunto Todd Blanche ha chiarito che dai documenti pubblicati sono state escluse le immagini riguardanti “morte, abusi fisici, o lesioni”, facendo capire che i crimini perpetrati all’interno di questa rete non si limitavano agli abusi sessuali nei confronti di minorenni.
I contenuti dei file confermano il quadro che era già noto sul caso Epstein, ma aggiungono anche dettagli precedentemente sconosciuti riguardo alla sua ricchezza ed alle sue attività di “intermediazione”.
L’attenzione dei media sui crimini sessuali ha spesso posto in secondo piano il loro legame con l’attività di mediazione e di pubbliche relazioni condotta da Epstein, la quale delinea un panorama sconcertante sui metodi di gestione del potere da parte delle classi egemoni negli Stati Uniti e in Europa (e non solo).
Epstein aveva una fortuna stimata di 600 milioni di dollari, possedeva un’isola privata nelle Isole Vergini, un lussuoso ranch nel New Mexico, proprietà a New York e Parigi, e un Boeing 727 soprannominato Lolita Express.
Egli aveva legami con Trump, l’ex presidente Bill Clinton, l’ex premier israeliano Ehud Barak, i reali norvegesi, e l’ormai ex principe Andrea, privato del suo titolo dalla famiglia reale britannica per sfuggire allo scandalo.
Potere e ricatti
Reti di interesse, spesso fondate su ricatti a sfondo sessuale, come quella al cui centro si trovava Epstein non sono certo una novità nella storia.
La CIA usava compiere operazioni basate su ricatti di questo genere che spesso prendevano di mira diplomatici stranieri nel paese, in quelle che il Washington Post definì “love traps”.
A precedere la CIA nel ricorso a questi metodi fu la mafia americana, con cui il governo USA e poi la stessa CIA collaborarono abbondantemente a partire dalla seconda guerra mondiale.
J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI per ben 37 anni dopo essere stato per 11 alla guida del Bureau of Investigation (precursore dell’FBI), aveva costruito una potentissima rete di potere fondata sulla raccolta di informazioni compromettenti e su ricatti a sfondo sessuale con cui coartava amici e avversari.
Roy Cohn, avvocato di fama proveniente da una ricca famiglia ebrea di New York, legato a Hoover dal 1952, era anch’egli noto per essere al centro di un’analoga rete di ricatti che coinvolgeva lo sfruttamento di minori.
Cohn aveva amici potenti come Ronald Reagan, il magnate dei media Rupert Murdoch, e il legale Alan Dershowitz, che poi sarebbe divenuto l’avvocato personale di Epstein. Cohn ebbe un ruolo di primo piano nel lanciare la carriera imprenditoriale di Trump.
La misteriosa ascesa di Epstein
Fu uno stretto amico di Cohn, Alan Greenberg, ad assumere il ventitreenne Epstein presso Bear Stearns, grande banca di investimenti americana (poi fallita durante la crisi del 2008), sebbene non avesse una laurea né alcuna esperienza a Wall Street.
Dopo aver lasciato Bear Stearns, Epstein si sarebbe messo in proprio, affermando di gestire i patrimoni di alcuni miliardari. Ma l’unico realmente accertato è il miliardario Leslie Wexner, il quale trasferì ad Epstein la proprietà della ricchissima abitazione da lui acquistata a New York nel 1989.
Un articolo del New York Times risalente al 1996 descrive Epstein come un “protetto” di Wexner e “uno dei suoi consulenti finanziari”.
Un articolo dello stesso giornale molti anni più tardi afferma che
“Wexner era ben consapevole del comportamento predatorio di Epstein nei confronti delle giovani donne. Ciò è aggravato dalle affermazioni fatte da Alan Dershowitz – un ex avvocato e amico di Epstein, accusato anch’egli di aver stuprato ragazze minorenni – secondo cui Wexner è stato anch’egli accusato di aver stuprato ragazze minorenni sfruttate da Epstein in almeno sette occasioni”.
Wexner è fra coloro che avrebbero principalmente contribuito alla fortuna di Epstein, il cui ammontare stimato di 600 milioni di dollari proviene da fonti ancora non del tutto chiarite.
Si ritiene che 200 milioni siano provenuti da Wexner, 170 da Leon Black, cofondatore del gruppo Apollo Global Management (anch’egli pesantemente implicato negli Epstein Files), 45 dalla famiglia Rothschild, e 15 dal fondo speculativo di Glenn Dubin.
Negli anni ’80, il banchiere David Rockefeller inserì personalmente Epstein nel consiglio della Rockefeller University.
Quest’ultimo divenne anche membro della Trilateral Commission fondata da Rockefeller nel 1973 per coordinare le politiche fra Stati Uniti, Europa e Giappone.
In un’intervista rilasciata successivamente a Steve Bannon (l’ex stratega di Trump), Epstein descrive come Rockefeller gli chiese personalmente se volesse farne parte. Epstein era poco più che trentenne.
Tra il 1995 e il 2009, egli è stato anche membro del Council on Foreign Relations, di gran lunga il più influente think tank americano di politica estera.
Dunque Epstein aveva molteplici fonti di finanziamento e di legittimazione. Egli operava come un connettore fra diversi poteri economici, finanziari e politici.
Il Media Group
Uno dei legami più stretti e duraturi fu quello con Wexner. Appartenente a una famiglia ebrea di origine russa, Wexner si sposò nel 1993 con Abigail Koppel, figlia di Yehuda Koppel. Quest’ultimo era stato comandante di un’unità dell’Haganah, formazione paramilitare che dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948 avrebbe costituito il nucleo centrale dell’esercito israeliano.
Nel 1991 Wexner aveva fondato, insieme ad alcuni fra i più ricchi imprenditori ebrei americani, il “Media Group” (anche noto come “Study Group”), un gruppo informale volto a preservare l’identità ebraica e sostenere Israele.
Membri del Media Group come Ronald Lauder, Michael Steinhardt e Max Fisher hanno sostenuto e finanziato l’Anti-Defamation League, organizzazione dedita alla difesa di Israele e alla lotta contro l’antisemitismo.
Fisher è noto anche per aver fondato la National Jewish Coalition, poi divenuta Republican Jewish Coalition, lobby filo-israeliana di orientamento neocon che annoverava tra le sue file Sheldon Adelson e Bernard Marcus, tra i principali finanziatori delle campagne presidenziali di Trump.
Dal canto suo, Lauder era legato sia al già citato Roy Cohn che a Trump, conosciuto fin dai tempi dell’università.
Lauder ha un ruolo di primo piano anche in eventi attuali. Come ho scritto in un recente articolo,
il primo a suggerire a Trump di “acquistare” la Groenlandia durante il suo primo mandato fu Ronald Lauder, erede del colosso dei cosmetici Estée Lauder, il quale aveva acquisito partecipazioni commerciali nell’isola.
Amico di vecchia data di Trump, Lauder è presidente del World Jewish Congress, ha stretti legami con Israele, ed anche uno storico rapporto con l’Ucraina.
Negli anni ’90 del secolo scorso, egli fu tra i fondatori del noto canale TV 1+1 che anni dopo avrebbe lanciato l’attuale presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Recentemente Lauder ha ottenuto dal governo di Kiev lo sfruttamento di un importante giacimento di litio nel paese.
Lauder è stato Vice Segretario aggiunto alla Difesa per gli affari europei e della NATO dal 1983 al 1986, e successivamente ambasciatore americano in Austria. Ma ha anche finanziato il partito Likud in Israele, ed ha contribuito all’ascesa politica di Benjamin Netanyahu.
Egli conosceva bene il già citato Alan Greenberg, primo benefattore di Epstein, e figura ripetutamente negli Epstein Files, sebbene lui ed Epstein sembrano aver avuto contatti soprattutto tramite i rispettivi assistenti.
Arte, affari e politica
Lauder è noto per essere un grande collezionista d’arte. Nel 2014 Epstein trovò un sistema legale per permettere al miliardario di possedere un dipinto del valore di 25 milioni di dollari in comproprietà con il già citato Leon Black, anch’egli collezionista e uno dei principali finanziatori di Epstein.
Epstein aiutò Black, in particolare, a trasformare la sua collezione d’arte in un sofisticato asset finanziario.
Lungi dal rimanere una semplice passione personale, la collezione di Picasso, Cézanne e Monet posseduta da Black fu sistematicamente strutturata in modo da consentire al suo proprietario di ottenere prestiti su larga scala.
Epstein contribuì a gestire e organizzare la collezione, trasformando dipinti illiquidi in garanzie bancarie che potevano essere impegnate come collaterale per ottenere prestiti di grandi dimensioni, consentendo a Black di sbloccare centinaia di milioni di dollari di liquidità.
Black (che, come accennato, è pesantemente implicato negli Epstein Files) nel 2023 accettò di patteggiare il pagamento di 62,5 milioni di dollari per prevenire ogni eventuale azione giudiziaria nei suoi confronti legata all’indagine sui traffici a sfondo sessuale di Epstein nella proprietà di quest’ultimo nelle Isole Vergini.
E’ ora emerso che Marc Rowan, cofondatore assieme a Black della società Apollo Global Management, è anch’egli presente negli Epstein Files, avendo avuto numerosi contatti telefonici e scambi di mail con il finanziere pedofilo.
Rowan è stato recentemente nominato da Trump come membro del Consiglio di Pace che dovrebbe presiedere alla ricostruzione di Gaza.
Non direttamente legata al caso Epstein, ma indicativa di intrecci di potere che spesso seguono logiche non democratiche, è invece la notizia che Trump intende nominare il finanziere Kevin Warsh come successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve.
La scelta è stata criticata per il fatto che Warsh è sposato con Jane Lauder, figlia del miliardario, e vecchio amico di Trump, Ronald Lauder.
La famiglia Maxwell
Un altro legame fondamentale nella saga Epstein è quello tra lui e Ghislaine Maxwell, sua compagna e confidente, e procacciatrice delle ragazze che Epstein impiegava nei suoi traffici.
Ghislaine era figlia dell’imprenditore britannico Robert Maxwell, il cui vero nome era Jan Ludvick Hoch. Maxwell era infatti nato in una regione allora facente parte della Cecoslovacchia, da una famiglia ebrea ortodossa.
Dopo essere sfuggito ai nazisti ed aver combattuto nell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale, Maxwell acquisì la cittadinanza britannica e fu perfino deputato nel parlamento di Londra per sei anni. Si dedicò agli affari nel settore dell’editoria e dei media, dove divenne il grande rivale di Rupert Murdoch.
Nel 1948 egli sarebbe entrato in contatto con i leader comunisti della Cecoslovacchia convincendoli ad armare Israele nella guerra contro gli arabi.
Maxwell ebbe contatti con i servizi segreti di diversi paesi, incluso l’MI6 britannico. Quest’ultimo gli avrebbe offerto una posizione che Maxwell rifiutò. L’MI6 lo avrebbe successivamente classificato come un “sionista, leale solo a Israele”.
Egli sarebbe in effetti divenuto un agente del Mossad israeliano. Secondo il giornalista Robert Fisk, Maxwell partecipò al sequestro di Mordechai Vanunu, il tecnico che aveva rivelato alla stampa britannica l’esistenza del programma nucleare israeliano.
Maxwell ebbe anche rapporti con i fratelli Edgar e Charles Bronfman, imprenditori appartenenti ad una ricca famiglia ebrea canadese di origine russa, che aveva fatto fortuna esportando alcolici negli Stati Uniti ai tempi del proibizionismo. Entrambi i fratelli sarebbero divenuti membri del già citato Media Group cofondato da Wexner.
Edgar fu presidente del World Jewish Congress prima di Lauder, altro membro del Media Group, e un amico di vecchia data dell’ex premier israeliano Shimon Peres. Il padre di Edgar, Samuel Bronfman, molti anni addietro aveva aiutato Peres a ottenere armi dal governo canadese per il neonato stato di Israele.
Peres ebbe legami prolungati anche con la Wexner Foundation, come del resto l’ex premier israeliano Ehud Barak, che ricevette dalla fondazione ben 2,3 milioni di dollari per la stesura di due rapporti, uno dei quali non fu mai terminato.
Epstein, grazie ai suoi legami con Wexner, era amministratore della fondazione. Per ammissione dello stesso Barak, fu Peres a fargli conoscere Epstein, con cui Barak avrebbe avuto contatti duraturi che saranno approfonditi nella seconda parte di questo articolo.
Maxwell morì in un oscuro incidente sul suo yacht nel 1991. I suoi funerali furono celebrati con tutti gli onori a Gerusalemme, alla presenza di non meno di sei ex capi dell’intelligence israeliana. Durante il servizio funebre, l’allora premier israeliano Yitzhak Shamir lo commemorò affermando che “egli ha fatto per Israele più di quanto oggi si possa dire”.
Dopo la misteriosa morte del padre, Ghislaine Maxwell si trasferì a New York dove avrebbe conosciuto Epstein e, insieme a lui, sviluppato rapporti con la famiglia Clinton ed altre figure di primo piano dell’establishment USA. Tali rapporti saranno oggetto della seconda parte del presente articolo.
FONTE:https://robertoiannuzzi.substack.com/p/epstein-files-la-bancarotta-morale





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