Cosa direbbe Platone di Gaza?
di GAZZETTA FILOSOFICA(FRANCESCO PIETROBELLI)
Il valore di Platone non sta semplicemente nell’aver saputo affrontare grandi tematiche sempiterne sull’essere umano e la realtà, ma nel consegnarci – grazie a questo suo lavoro – una cassetta degli strumenti fondamentale per comprendere grandi eventi del nostro presente, come la tragedia che il mondo palestinese tutt’ora vive.
Per mostrare l’attualità del pensiero platonico, noi di Gazzetta filosofica abbiamo organizzato il corso di formazione “cosa direbbe Platone?”: un modo per riscoprire alcuni snodi concettuali centrali del corpus platonico e sviluppare un pensiero critico per affrontare le sfide odierne. Trovi tutte le info qui: corso su Platone.
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Chi è il classico?
La grandezza di un classico non sta nel fatto che esso dica sempre la verità; che le sue teorie si collochino incontrovertibilmente dal lato della giustizia e del bene, se mai tale lato esista. Ciò che rende un autore un classico del pensiero è la sua capacità, in epoche e civiltà differenti, di spingere chi lo legge a ragionare, a sviluppare un proprio pensiero critico.
Continuiamo a leggere filosofi, poeti, politici antichi non per un feticismo del passato, ma perché in essi scorgiamo l’occasione di comprendere meglio i grandi temi del nostro presente. Li leggiamo non perché convinti che loro ci daranno le risposte definitive o che ogni rigo dei loro testi sia da condividere, ma perché sentiamo che, grazie alla lettura critica dei loro testi, siamo noi stessi che possiamo darci delle risposte (mai definitive) su quanto accade attorno a noi. Più leggiamo i classici, meglio capiamo il presente e noi stessi.
Per questo, Platone è un classico. I suoi dialoghi non solo risultano opere magistrali da un punto di vista narrativo, nel modo in cui il filosofo greco fa parlare i personaggi, racconta miti e ci rende visivamente, con metafore pregne di significato, concetti altrimenti di difficile comprensione. Nelle sue opere, noi, in qualità di lettori, siamo continuamente portati a riflettere su quello che stiamo vivendo, su cosa accade nel mondo circostante.
Com’è possibile che un autore vissuto più di due millenni ci aiuti ad affrontare i problemi del nostro presente? Perché esso, come appunto ogni grande classico, ha affrontato in modo significativo i grandi temi dell’essere umano, quali l’amore, la gloria, la conoscenza, il coraggio, la politica, l’etica, l’amicizia, le relazioni, la comunità, lo straniero, ecc. Argomenti che riguardano ogni epoca e società e ritornano sempre in ogni vicenda umana. Affrontarli significa andare oltre gli accadimenti empirici e transeunti: toccando il profondo del cuore dell’umano, si riesce a spingere chi legge (o ascolta) a riflettere su quei temi, dunque sugli avvenimenti presenti che li accolgono.
Gli avvenimenti del nostro presente su cui ragionare sono molti ed è difficile dare delle scale di precedenza. Per quanto alcuni, per significatività, spiccano in modo tragico.
E allora chiediamoci: cosa direbbe Platone del genocidio a Gaza?
La risposta non è ovvia. E qui sta la grandezza di Platone, di un classico.
Dietro i fatti, l’ideologia
Chi legge quest’articolo, con ogni probabilità, avrà già visionato articoli, libri, post, video e telegiornali che per più di due anni hanno narrato gli accadimenti di Gaza. Inizialmente, specie nel campo occidentale, ci si è concentrati sulle atrocità del 7 ottobre, condannate come espressioni di un atto terroristico non giustificabile da parte di Hamas (o, più in generale, delle forze di resistenza palestinesi). Non si può uccidere civili e commettere atrocità per protestare contro la propria situazione di sottomissione, hanno riportato alcuni opinionisti. Peggio ancora, “questo è il modo di agire di quelle bestie fondamentaliste”, hanno pensato e detto altri. Ma su questo ci torneremo.
Ragionare sul significato e inquadrare eticamente quanto accaduto il 7 ottobre è una questione non da poco (sul tema, consigliamo Il 7 ottobre tra verità e propaganda di Roberto Iannuzzi). Non è questo l’obiettivo dell’articolo.
Ci concentriamo invece su quanto affermato da Enzo Traverso in Gaza davanti alla storia. Lo storico italiano e professore alla Cornell University di Ithaca ha evidenziato che, dopo il 7 ottobre, sembra che stia accadendo una «Norimberga al contrario, dove non vengono processati i crimini commessi dai nazisti, ma le atrocità (incontestabili) commesse dagli Alleati». A fronte di decenni di colonizzazione sionista di terre palestinesi, contraria a ogni legge internazionale o principio etico; dopo continui soprusi, violenze fisiche e psicologiche, furti di terre e ricchezze del popolo palestinese da parte del governo e dell’esercito di Israele; dopo aver visto ripetutamente negata l’idea di uno Stato di Palestina e aver visto ridursi sempre più i territori sotto il proprio controllo: come si può condannare fermamente gli eccessi delle vittime e al contempo comprendere bonariamente la violenza sistemica dell’oppressore?
Come si può, dopo il 7 ottobre, concepire come valida la risposta sproporzionata del governo israeliano alle violenze di Hamas, etichettando come legittima difesa l’utilizzare, nel solo primo mese di conflitto, l’equivalente di quasi due bombe atomiche quali Little Boy (la bomba atomica sganciata su Hiroshima nel 1945) sulla striscia di Gaza? Senza parlare di tutti i dati degli anni successivi, fra morti, feriti, carestia, distruzione di ospedali, violenze gratuite e non rientrabili nel concetto di “legittima difesa”.
Nonostante le molte voci autorevoli abbiano etichettato i fatti che sono accaduti come genocidio (fra le tante, la stessa Commissione Onu sui territori occupati e Israele), com’è possibile che sia accaduto tutto ciò? Che stia accadendo tutt’ora, a fronte di un piano di pace per Gaza che dimostra tutto a parte quello che a parole vuole essere, cioè un piano che realmente appacifichi popolazioni e culture diverse.
Per capire perché accade un fatto, bisogna vedere ciò che sta dietro di esso. L’ideologia o, più in generale, la filosofia che alberga nell’animo di quegli esseri umani che hanno compiuto atrocità. A questo punto, leggere Platone è fondamentale per riflettere e comprendere, nel profondo, i fatti.

Il greco e il barbaro
Chi non ha almeno una volta sentito le parole del ministro della difesa israeliano Yoav Gallant a due giorni dall’attacco di Hamas? Colui che aveva annunciato «un assedio totale sulla striscia di Gaza. Non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto sarà chiuso», aggiungendo che «stiamo combattendo animali in forma umana e agiremo di conseguenza».
Come lui, altri ministri, politici, militari, opinionisti e comuni cittadini sionisti hanno espresso, tramite comunicati ufficiali, canali mediatici o i semplici social, l’idea che il nemico fosse un animale. Un mostro, che in quanto tale non è umano. A cui, dunque, non possono applicarsi i principi etici che si applicano a chi è simile. Noi siamo la civiltà, gli altri sono i barbari.
Platone affermava nel Critone che «neppure se si subisce ingiustizia si deve rendere ingiustizia, come, invece, crede la gente, perché per nessuna ragione si deve commettere ingiustizia». La giustizia, o in generale i principi e i valori in cui crediamo, sono qualcosa di universale: nel caso se ne affermi la validità per sé, la si deve affermare anche per chi è simile. Solo ciò che è diverso da sé può non essere associato a tali principi. Il problema sta nel capire dov’è il limite nel concetto di “altro”. Stiamo concependo come simile a noi (e dunque degno di rispetto) ogni essere umano in quanto tale e come “altro” un qualsiasi essere che dell’umanità non faccia parte? Culture e mentalità differenti si possono sussumere sotto la stessa giustizia in cui crediamo?
Leggendo la Repubblica, in particolare il libro V. sembrerebbe che per Platone il concetto di limite su chi è “altro” sia ben più stringente. Alludendo ai conflitti fratricidi fra poleis greche del suo tempo, egli ribadisce come fra greci non debba esserci violenza, ma giustizia. Sottomettere un altro greco equivale a negare quei valori insiti nello stesso esser greco, come la libertà. Se mai sorgesse una discordia fra poleis, essa non dovrebbe trasformarsi in una guerra dove il vincitore metta a ferro e fuoco il vinto.
Un ragionamento più che condivisibile, rispetto invece a quanto afferma successivamente Platone, per cui «con i barbari va tenuto il comportamento che ora i Greci usano tra di loro», cioè lo scontro violento e distruttivo, che tende ad annientare il nemico. Lo scontrarsi dei greci coi barbari – coloro che sono di un’altra stirpe e cultura – è diverso dallo scontrarsi dei greci fra di loro:
« Pertanto, quando i greci combattono contro i barbari e i barbari contro i Greci, diremo che si fanno guerra e sono nemici per natura, e a questa inimicizia va dato il nome di guerra [polemos]; ma quando una cosa del genere avviene tra i Greci, cioè tra uomini amici per natura, diremo che in tale circostanza la Grecia è ammalata e agitata da lotte intestine, e a questa inimicizia va dato il nome di discordia [stasis]. » (Platone, Repubblica, libro V)
Per Platone, dunque, sembra che debba esserci unità e giustizia nel popolo greco, ma si possa giustificare l’annientamento di comunità barbare in caso di guerra con loro. Una posizione sviluppata alla luce dell’idea aprioristica per cui la civiltà e cultura greca è superiore a quella degli altri popoli barbari, che si collocano a livelli di civilizzazione inferiori. In tale ottica, non è possibile agire con questi come se si fosse fra pari – fra persone che comprendono i propri valori e con le quali si può instaurare un dialogo razionale; è possibile, invece, giustificare anche l’uso della violenza, dello scontro armato, per affermare la propria civiltà di contro a chi culturalmente è un passo indietro.
Comprendere di preciso il pensiero di Platone nei confronti del mondo non greco è complesso: se in alcuni passi di certe opere, come il Menesseno, sembra confermarsi l’idea di una presunta superiorità greca sugli altri popoli, in altri testi (come il Teeteto o il Simposio) si palesa la prospettiva che la virtù non abbia stirpe e uomini virtuosi possano esserci anche fra civiltà barbare. In generale, non si può negare però la tendenza in Platone a mettere la cultura greca su un piedistallo, rendendo difficile un dialogo fruttuoso con le civiltà altre, ma favorendo invece una logica di scontro, di sottomissione dell’altro in quanto non abbastanza civile.
Se ritengo il popolo altrui incapace di comprendere la mia razionalità ed etica, finirò per ricorrere all’uso delle armi per difendermi dal “mostro” che non comprende la mia civiltà. Agendo così contro a quegli stessi principi di giustizia, dialogo, rispetto dell’altro che in Platone sono sviscerati con maestria. Ecco la grandezza del classico: possiamo non condividere tutto ciò che egli esprime, ma esso ci porta a riflettere con forza su certi temi e, dunque, su quanto accade nel nostro presente. E se ogni tanto sembra affermare cose contraddittorie, ciò non toglie la grandezza di altri passi che vanno oltre quelle contraddizioni; che spingono noi dicendoci: “quello che vorrebbe Platone è che voi andiate oltre Platone stesso. Egli non avrebbe voluto pappagalli che ripetono le sue teorie, ma filosofi che grazie a lui affinano un pensiero critico”.
In questo articolo non possiamo analizzare con profondità il senso per cui Platone è un classico e il modo in cui ha affrontato grandi temi. Come non possiamo sviluppare appieno (ci vorrebbero ben più pagine) il confronto fra il pensiero platonico e il genocidio in Palestina. Per chi volesse approfondire Platone non in un’ottica erudita e autoreferenziale, ma vedendone il potenziale per comprendere l’attualità (senza per questo perdere uno studio rigoroso del filosofo greco), consigliamo di iscrivervi al nostro corso di formazione online Che direbbe Platone?, che partirà il 19 marzo. Per tutte le informazioni e le modalità di partecipazione, vi rinviamo alla pagina dedicata.
Nel frattempo, sviluppiamo alcune riflessioni conclusive sul tema dell’articolo.
Se la virtù e la cultura, come alcuni passi platonici lasciano intendere, sono qualcosa che può idealmente caratterizzare ogni civiltà, barbara o greca, allora il rapporto fra greci e barbari – a dispetto di quanto afferma Socrate nel V libro della Repubblica – deve essere basato sul dialogo, sul confronto che porta alla risoluzione dialettica e pacifica dei conflitti. Come si cerca di evitare il conflitto all’interno dei greci, anche fra greci e barbari si dovrà ricercare la stessa cosa, essendo entrambi capaci di raziocinio ed elevazione culturale.
Quando, però, una civiltà si pone come intrinsecamente superiore culturalmente alle altre, quanto riuscirà a mettersi in discussione e ascoltare le ragioni altrui? Quanto sarà disposta a “mescolare” le proprie riflessioni con quelle barbare? Non rischierà di imporre all’altro il proprio pensiero, facendo violenza giustificata come “missione civilizzatrice”?
Ma soprattutto: come si può pensare di rendere l’altro più virtuoso, quando nei suoi confronti si usi violenza per imporre il proprio credo? Anziché civilizzare, non si facilita proprio l’opposto, cioè la degenerazione dei popoli? Come ben fa ragionare Socrate nel I libro della Repubblica:
«E degli uomini, amico mio, non diremo che se sono maltrattati diventano peggiori in relazione alla virtù umana?»
«Senz’altro».
«Ma la giustizia non è una virtù umana?»
«Anche questo è innegabile».
«Allora, caro amico, è giocoforza che gli uomini maltrattati diventino più ingiusti».
Solo non deumanizzando l’altro, colui che è “barbaro” in quanto proviene da una cultura diversa, possiamo riconoscerlo come essere umano e constatare che, nonostante le differenze, è possibile dialogare con lui.
Ciò permette non solo di evitare conflitti inutili con altre comunità o Stati etichettati come “barbari” pericolosi, ma favorisce anche la creazione di forme di statualità in cui culture differenti possano intrecciarsi: senza negarsi a vicenda, ma trovando un equilibrio nel dialogo. Qualcosa che in terra palestinese sarebbe, ora, più che mai necessario.
Una necessità non solo per i palestinesi, vessati da decenni di immani violenze. Una necessità anche per il popolo israeliano. A volte è facile proiettare i vizi, le mostruosità, le contraddizioni su chi è altro e chiedere il suo annientamento come soluzione a ogni problema. Per certi aspetti, lo faceva Platone, che viveva in un periodo di guerre greche fratricide: chiedeva la compattezza del popolo greco contro i barbari, elogiandone le virtù. Ma più che virtù, la storia delle poleis greche mostrava che i presunti vizi barbari erano assai diffusi nelle comunità greche, incapaci di vivere secondo ideali di giustizia che garantissero un’armonia e il rispetto dell’altro.
Ora, ci troviamo di fronte a uno Stato, Israele, il cui unico elemento che sembra tenere tutti uniti, come dice Ilan Pappé, è «la continua subordinazione dei palestinesi» (La fine di Israele). Uno Stato chiamato a cinque elezioni in tre anni, travolto da manifestazioni oceaniche ricorrenti prima e dopo il 7 ottobre contro il governo e le sue scelte politiche, sull’orlo di una guerra civile fra le componenti più laiche e quelle più teocratiche della popolazione. Un contesto tenuto assieme solo dalla paura del palestinese che sembrerebbe pronto ad annichilire lo Stato di Israele. Quel palestinese a cui vengono attribuite le peggiori intenzioni, idee e tendenze. Senza rendersi conto che, forse, si stanno proiettando quelle contraddizioni che prima di tutto contraddistinguono il proprio popolo, lacerato da conflitti che paiono insanabili. Conflitti che, se non affrontati, causeranno quanto Platone vide accadere ai greci: «noi fummo vinti dalla nostra discordia, non certo dagli altri» (Menesseno).
Cosa direbbe, allora, Platone del genocidio a Gaza?
Se fosse ancora vivo, con ogni probabilità si rimetterebbe in questione. Ci ricorderebbe i principi di giustizia su cui riflette nelle sue opere e proverebbe, assieme a noi, a chiedersi se davvero il problema sia il barbaro o se, invece, il problema sia dentro di noi. Dentro l’ideologia che muove i nostri passi.
xx febbraio 2026
FONTE: https://www.gazzettafilosofica.net/2026-nuovo-inizio/febbraio-2026/cosa-direbbe-platone-di-gaza/





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