Da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina, quattro anni fa oggi, l’Occidente ha cercato di colpire la Russia soprattutto attraverso le sanzioni sulla sua industria petrolifera. Trattandosi di un settore cruciale per l’economia del paese, si pensava che la riduzione delle entrate derivanti dalla vendita di idrocarburi avrebbe indebolito il regime di Vladimir Putin, privandolo delle risorse necessarie al proseguimento della guerra. Nella pratica, però, Mosca è rimasta in piedi ed è riuscita a mitigare l’impatto delle sanzioni attraverso le vendite di greggio e gas naturale (benché a prezzi scontati) alla Cina e all’India.
Stando a un rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), un think tank finlandese, negli ultimi dodici mesi la Russia ha sì guadagnato meno dalle vendite di combustibili fossili, ma le sue esportazioni di petrolio sono aumentate di volume.
MENO ENTRATE, PIÙ VOLUMI
Nello specifico, dal 24 febbraio 2025 al 24 febbraio 2026 le esportazioni russe di petrolio, gas naturale, carbone e prodotti raffinati sono valse 193 miliardi di euro: è il 27 per cento in meno rispetto ai dodici mesi precedenti all’invasione dell’Ucraina.
Le entrate legate alle esportazioni di greggio, in particolare, sono diminuite del 18 per cento su base annua, nel periodo considerato: i volumi, però, sono stati del 6 per cento più alti rispetto ai livelli pre-invasione, a 215 milioni di tonnellate.
DOVE FINISCE IL PETROLIO DELLA RUSSIA
Nel rapporto si legge che il 93 per cento del greggio russo viene esportato in tre paesi: in Cina, in India e in Turchia. Per queste spedizioni Mosca si affida di solito a una flotta di “petroliere ombra”, così chiamate perché non sono dotate dei sistemi di segnalazione automatica della posizione, in modo da sfuggire al monitoraggio internazionale ed eludere le sanzioni. Si tratta perlopiù di imbarcazioni vecchie, non coperte dall’assicurazione.
“Abbiamo assistito a un calo significativo dei proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili a seguito delle nuove misure e di una maggiore applicazione delle sanzioni”, ha detto Isaac Levi, analista del Crea tra gli autori del rapporto. Tuttavia, ha aggiunto, “esistono ancora notevoli lacune e aree che non sono state affrontate dai paesi che hanno imposto le sanzioni”. Ad esempio, la Russia ancora trasporta più di un terzo del suo greggio a bordo di petroliere occidentali, utilizzando i servizi occidentali di trasporto marittimo.
E ORA?
Finora, le restrizioni europee e statunitensi non hanno fermato né le esportazioni petrolifere russe né l’invasione dell’Ucraina, pur essendo riuscite a ridurre i proventi per il Cremlino.
Nei prossimi mesi, però, le cose potrebbero farsi più complicate per Mosca. A inizio febbraio l’India ha accettato di interrompere gli acquisti di petrolio russo, di cui era una delle maggiori acquirenti, in cambio dell’abbassamento dei dazi statunitensi.
L’Unione europea, invece, ha intenzione di vietare l’assistenza alle esportazioni marittime di petrolio russo, che ad oggi – come visto – è ancora diffusa. Il blocco, però, non è riuscito ad approvare questa misura per via del veto posto dall’Ungheria, il cui primo ministro Viktor Orbán è particolarmente vicino a Putin. In una certa misura, però, è vero che l’Ungheria, per via della sua posizione geografica (è priva di sbocchi sul mare) e dei suoi legami storici con l’Urss (che l’ha vincolata alle infrastrutture sovietiche), ha avuto più difficoltà di altri paesi europei a emanciparsi dall’energia russa.






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