Martedì il ministero del Commercio della Cina ha annunciato l’interruzione, con effetto immediato, delle esportazioni di prodotti a “uso duale” (cioè utilizzabili in contesti sia civili che militari) verso venti aziende giapponesi; altre venti società sono state inserite in una sorta di “lista nera” e verranno sottoposte a controlli speciali.
Nella pratica, la misura consiste in una restrizione del commercio verso il Giappone di minerali critici e di magneti in terre rare, utilizzatissimi nei settori dell’elettronica, dell’automotive, dell’energia ma anche della difesa. Pechino controlla all’incirca il 90 per cento della capacità globale di raffinazione delle terre rare e della loro trasformazione in magneti, mentre Tokyo è la seconda maggiore consumatrice al mondo di questi elementi.
Le origini della crisi
A detta del ministero del Commercio cinese, le restrizioni servono a “frenare la rimilitarizzazione e le ambizioni nucleari del Giappone”.
A scatenare la crisi, in verità, sono state alcune dichiarazioni della prima ministra giapponese Sanae Takaichi, che lo scorso novembre ha dichiarato che un’ipotetica invasione cinese di Taiwan rappresenterebbe un “rischio esistenziale” per il Giappone, che potrebbe rispondervi militarmente. La Cina non considera Taiwan un paese a sé stante ma una provincia del proprio territorio, e vuole arrivare a controllarla anche attraverso la forza.
Perché Taiwan è importante per il Giappone?
Oltre a essere una democrazia, Taiwan è rilevantissima per il Giappone per altri due motivi: perché vi si concentrano le attività manifatturiere di microchip più avanzate al mondo; e poi perché se l’isola dovesse cadere in mani cinesi, Pechino potrebbe prendere il controllo dello stretto di Luzon, un punto di passaggio fondamentale per il commercio marittimo di gas (il Giappone è povero di risorse energetiche e dipende dalle importazioni).
Le tensioni territoriali tra Cina e Giappone
Al di là delle recenti dichiarazioni di Takaichi, le relazioni politiche tra il Giappone e la Cina sono spesso tese, soprattutto per ragioni territoriali: i due paesi rivendicano infatti il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu. Nel 2010, come forma di ritorsione, Pechino bloccò il commercio di terre rare verso Tokyo, mandando nel panico i produttori di elettronica ma spingendo le autorità nipponiche a investire nella diversificazione delle forniture e nell’accumulo di scorte.
Una leva geopolitica
Tra i beni dual-use interessati dalle restrizioni cinesi ci sono le terre rare e i magneti derivati, alcuni materiali legati alle batterie, l’antimonio (un elemento utilizzato nella produzione di munizioni), il gallio (per i sensori radar) e il germanio (per le tecnologie a infrarossi). La Cina domina le filiere di tutti questi elementi e prodotti, sfruttando questa posizione di forza come una leva politica sugli altri paesi: in questo caso, Pechino ha voluto punire Tokyo per la presunta “intromissione” nella questione taiwanese.
Le aziende colpite dalle restrizioni
Tra le venti società giapponesi che non potranno più ricevere forniture cinesi di prodotti a uso duale ci sono grossi conglomerati industriali come Mitsubishi Heavy Industries, Kawasaki Heavy Industries, Ihi Corporation e Nec Corporation, attivi anche nel settore della difesa.
Tra le venti aziende inserite nella watch list che subiranno rallentamenti nelle consegne di terre rare, invece, ci sono la casa automobilistica Subaru, il costruttore di veicoli commerciali Hino e il produttore di componentistica elettronica Tdk. Anche Subaru e Hino, in particolare, hanno contatti con il comparto della difesa, realizzando sistemi aeronautici, elicotteri e camion militari.
L’impatto sulle azioni
I titoli delle società menzionate sono stati colpiti duramente dall’annuncio delle restrizioni cinesi. Per esempio, le azioni di Mitsubishi Heavy Industries sono scese fino al 4,3 per cento e quelle di Kawasaki Heavy Industries fino al 5,5 per cento, mentre Ihi Corporation e Nec Corporation hanno perso oltre il 7 per cento. Subaru, invece, è calata del 3 per cento.






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