Bill Gates, le ammissioni tardive e l’ombra di Epstein: il paradosso di un miliardario in cerca di fondi
di SCENARI ECONOMICI (Fabio Lugano)

Bill Gates confessa ai dipendenti: “Un errore frequentare Epstein”. Ammesse due relazioni in Russia. Ma la scusa della raccolta fondi non convince e presenta evidenti falle logiche.
Alla fine, il muro del silenzio è crollato. Dopo settimane di crescenti pressioni e l’imbarazzante ritiro dell’ultimo minuto da un importante vertice sull’intelligenza artificiale in India, Bill Gates ha dovuto affrontare i dipendenti della sua stessa fondazione. In un incontro aziendale a porte chiuse, il co-fondatore di Microsoft ha cercato di contenere i danni derivanti dalla pubblicazione dei nuovi documenti del Dipartimento di Giustizia americano, i quali hanno delineato con imbarazzante precisione i suoi legami con il defunto finanziere e criminale sessuale Jeffrey Epstein.
Gates ha “preso la responsabilità delle proprie azioni”, come ha poi riferito un portavoce, ammettendo di aver commesso un errore madornale. Tuttavia, la narrazione offerta solleva interrogativi che vanno ben oltre le semplici scuse di rito, delineando un quadro in cui la filantropia d’élite si mescola a frequentazioni quantomeno inopportune.
Le rivelazioni: dalle relazioni russe ai voli privati
Durante l’incontro, Gates ha risposto alle domande dello staff in merito ai cosiddetti “Epstein files”. Il Wall Street Journal ha riportato che il magnate ha ammesso di aver avuto relazioni extraconiugali con due donne di nazionalità russa: una giocatrice di bridge e un fisico nucleare. Dettaglio non trascurabile è che il socio di Gates, Boris Nikolic, aveva discusso proprio di queste relazioni con Epstein.
Si fa strada, tra gli osservatori, l’ipotesi classica della “trappola al miele” (honeypot) di matrice russa, ma Gates ha tenuto a precisare un punto per lui vitale: non c’è stato alcun coinvolgimento con le vittime del finanziere.
Le ammissioni del miliardario chiariscono alcuni contorni della vicenda. Gates ha ribadito di non aver “fatto nulla di illecito” e di non aver visto nulla di illegale durante le sue interazioni con Epstein. Ha inoltre confermato di non essersi mai fermato a dormire nelle residenze del finanziere, e di non aver mai visitato la sua famigerata isola privata. Gli incontri, tuttavia, sono iniziati nel 2011, nonostante Epstein si fosse già dichiarato colpevole nel 2008 per aver sollecitato la prostituzione di una minorenne. La relazione è proseguita almeno fino al 2014. Gates ha persino ammesso che la sua ex moglie, Melinda French Gates, aveva sollevato serie preoccupazioni già nel 2013, ma la frequentazione è comunque continuata, ignorando del tutto i campanelli d’allarme.
Il paradosso della raccolta fondi e le contraddizioni logiche
Il punto nevralgico della difesa di Gates, che stona pesantemente con la logica economica e di semplice buon senso, riguarda le motivazioni di questa assidua frequentazione. Perché uno degli uomini più ricchi del pianeta, a capo di un ente filantropico con una dotazione di 86 miliardi di dollari, aveva bisogno di un personaggio come Jeffrey Epstein?
La giustificazione ufficiale è che Epstein sosteneva di poter mobilitare immense risorse filantropiche, vantando rapporti intimi con i miliardari di Wall Street. Gates ha dichiarato di aver incontrato il finanziere – viaggiando persino sul suo jet privato verso Germania, Francia, New York e Washington – con l’unico obiettivo di raccogliere fondi per le organizzazioni non profit dedicate alla salute globale.
Tuttavia, analizzando i fatti in modo discorsivo e oggettivo, questa narrazione presenta evidenti falle. In primo luogo, dal punto di vista della mera capacità finanziaria, la Gates Foundation disponeva già di risorse interne sterminate e di un accesso diretto e privilegiato a qualsiasi capo di Stato, banchiere centrale o grande investitore del globo. L’idea che servisse un intermediario per “aprire delle porte” appare quantomeno forzata.
In secondo luogo, il profilo stesso di Epstein avrebbe dovuto rappresentare un deterrente insormontabile. Nel 2011 era già un pregiudicato per reati sessuali, un marchio d’infamia che avrebbe logicamente allontanato qualsiasi istituzione, specialmente una così esposta e sensibile alla propria reputazione pubblica. Affidare la raccolta fondi a una figura del genere contravviene alle più basilari regole di compliance e di tutela dell’immagine aziendale.
Infine, la natura stessa degli incontri, così come emerge dalle email diffuse, smentisce la tesi puramente filantropica. I documenti rivelano infatti discussioni ben più terrene e squisitamente d’affari, come le consultazioni sulla ricerca del nuovo CEO di Microsoft, e persino scommesse da un dollaro sull’andamento dell’euro. Argomenti che dipingono un rapporto di confidenza manageriale e finanziaria, ma che poco o nulla hanno a che fare con i vaccini o la salute globale.
La fondazione ha chiarito che Epstein non è mai stato pagato, e che nessun fondo è mai stato creato grazie al suo intervento. Risulta quindi evidente che il “ritorno sull’investimento” di queste frequentazioni è stato del tutto nullo sotto il profilo filantropico, ma devastante sotto quello reputazionale.
Danni collaterali e governance
Il rilascio di milioni di pagine di documenti da parte del Dipartimento di Giustizia ha innescato una reazione a catena inarrestabile. Politici, accademici e dirigenti d’azienda sono stati travolti dallo scandalo, portando molti a rinunciare alle proprie posizioni di potere. Figure come il dottor Peter Attia hanno rassegnato le dimissioni dai propri incarichi mediatici, definendo le proprie interazioni con Epstein “imbarazzanti, di cattivo gusto e indifendibili”.
Gates si è scusato con i dipendenti e i dirigenti della fondazione che sono stati trascinati in questi incontri, riconoscendo che i valori del finanziere erano l’esatto opposto di quelli perseguiti dalla sua organizzazione. “Il nostro lavoro è molto sensibile alla reputazione”, ha ricordato il magnate durante il town hall, ben consapevole che i partner governativi e privati potrebbero ora esitare a collaborare con l’ente.
La toppa rischia seriamente di essere peggiore del buco. Le giustificazioni addotte sembrano un maldestro tentativo di contenimento dei danni che non supera la prova della logica economica. Rimane il dubbio, legittimo e persistente, sul reale motivo per cui l’élite finanziaria e tecnologica globale si sia assiepata con tanta foga attorno a una figura così torbida. Se non c’erano reali e impellenti necessità economiche per la fondazione, rimane l’amara sensazione che a legare certi mondi sia stata una complessa miscela di arroganza, senso di impunità e la semplice, banale attrazione per un club esclusivo dove, tra un volo privato e una scommessa sulle valute, si discuteva liberamente di donne e di miliardi.





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