Serve strategia e servono statisti, e noi non siamo messi bene
da LA FIONDA (Paolo Arigotti)

C’è una frase che sentiamo ripetere da decenni: gli Stati Uniti ci hanno liberato dalla tirannide e dall’occupazione, garantendoci pace, libertà e democrazia.
Alcune delle cose che vengono dette anche per l’Unione Europea, sulla quale per oggi sorvoleremo.
Non vorrei entrare nel merito della veridicità o meno di certe affermazioni, circa le quali ci sarebbe molto da dire, quanto concentrarmi sui costi (non solo economici) sostenuti da questo paese per onorare una cambiale emessa più di ottanta anni fa.
Prendiamo le mosse da un’importantissima disposizione della nostra Costituzione, l’art. 11, spesso citata nelle parti più funzionali a una certa narrazione. Dopo aver sancito che l’Italia ripudia la guerra “… come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la norma aggiunge che il nostro Paese consente “… in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
L’elemento sul quale sarebbe opportuno interrogarsi è cosa ci sia di paritario in diverse delle alleanze e trattati internazionali sottoscritti dall’Italia, a cominciare da quello NATO, tenendo ben presente che l’art. 11 non parla di cessione, bensì di limitazioni di sovranità, consentite solo in condizione di parità tra i contraenti.
Non credo che qualcuno abbia dubbi sul fatto che politica estera e difesa sono alcune delle massime espressioni della sovranità di uno stato membro della comunità internazionale, e che una nazione che voglia dirsi realmente indipendente debba perseguire in questi ambiti i propri interessi. Ebbene, ripercorrendo le numerose pressioni, imposizioni (più o meno velate) e decisioni assunte nel quadro delle cosiddette alleanze non soltanto emerge che in molti casi sia mancato il nostro contributo, ma che si sia trattato di scelte in palese contrasto coi nostri interessi politici, economici e strategici, che hanno finito per compromettere non soltanto la nostra autonomia e il nostro tenore di vita, ma implementato una relazione già profondamente sbilanciata, che vede nell’ennesima (e illegale) aggressione contro l’Iran solo l’ultimo capitolo. E guardando indietro potremmo pensare alla Libia, ai nostri approvvigionamenti energetici provenienti dalla Russia o al Medio Oriente.
So benissimo che in questo paese sono in tanti coloro che, abbindolati da una propaganda incessante volta a dipingere l’Iran come l’origine di tutti i mali e lo stato sponsor del terrorismo, sono spinti ad approvare, perlomeno a non disapprovare, le azioni in corso, ma il punto qui è un altro: una nazione sovrana dovrebbe guardare innanzitutto ai propri interessi, ragion per cui quando una potenza definita alleata prende decisioni che vanno nella direzione opposta dovrebbe scattare una reazione ben diversa da quella cui assistiamo in questi giorni. E non mi si venga a parlare, per carità di patria, di difesa dei diritti e della democrazia, dopo che sigliamo intese con alcuni dei regimi più repressivi del pianeta. Precisiamo che quando si parla di interessi riferiti all’Iran non si deve pensare solo alle importanti risorse energetiche (di difficile accesso “grazie” alle famose sanzioni), che pure tanto ci farebbero comodo (come quelle libiche del resto), ma soprattutto alla profonda destabilizzazione della regione mediorientale, che rema contro molti dei suddetti interessi.
Un dato storico è interessante. Ai tempi della guerra fredda, con un mondo diviso in due blocchi contrapposti, una certa influenza sulle nostre dinamiche interne poteva – FORSE – trovare una qualche giustificazione, una sorta di mutismo unito alla rassegnazione, eppure in quelle circostanze avevamo una classe dirigente che, pur con tutti i suoi limiti, si dimostrava in grado di perseguire i nostri interessi, mentre oggi che ci si riempie tanto la bocca (e gli slogan) di parole come “sovranismo”, sembriamo vivere una condizione assai più deteriore.
Si parla tanto delle clausole del famoso (o famigerato, se preferite) armistizio del 1943 o delle numerose basi o installazioni militari della NATO (forse sarebbe più corretto chiamarle statunitensi) sul nostro territorio, ma questi elementi da soli non possono spiegare la nostra evidente condizione di subalternità. La passiva accettazione di iniziative politiche o militari, talvolta criticate solo a parole, con dichiarazioni della cui timidezza si vergognerebbe perfino un ragazzino alle prime armi, dimostrano la totale incapacità di far valere le nostre ragioni, a fronte della condotta di altri governi, membri delle stesse “alleanze”, che hanno dimostrato ben altro spessore. E qui tornano gli esempi riferiti a Libia, Siria e Nord Africa, tutti contesti nei quali gli USA (e non solo loro) hanno spesso agito con priorità proprie, lasciando l’Italia a gestire gli effetti nefasti di certe scelte: instabilità, flussi migratori, perdita di approvvigionamenti energetici, e via dicendo.
Un paese come il nostro potrebbe (e dovrebbe) recuperare la sua autonomia strategica, in politica estera e difesa, senza per questo dover necessariamente rinnegare le proprie alleanze, facendo una cosa molto semplice: contrattare condizioni e scelte realmente paritarie e, soprattutto, in linea coi nostri interessi, in luogo di vincoli autolesionisti. La logica di restare ancorati a una sola potenza ha significato, come di tutta evidenza, esporsi alle conseguenze dei suoi (innumerevoli) errori, che il presunto “alleato” è stato spesso abilissimo a scaricare sul prossimo, prontamente abbandonato quando le circostanze lo consigliavano. E qui torna alla mente una delle più celebri (e citate) frasi di Harry Kissinger, stando alla quale gli USA non hanno alleati, ma solo interessi.
Le opzioni strategiche non mancherebbero. La diplomazia italiana in passato ha spesso svolto un ruolo di ponte tra opposte fazioni, persino ai tempi della guerra fredda, e lo poté fare sfruttando la propria capacità economica e produttiva e la posizione strategica, a cominciare da quella nel Mediterraneo (e non solo quella). Un’altra strategia sarebbe quella di evitare di farsi coinvolgere in conflitti che non sono “nostri”, e che vanno nella direzione opposta rispetto ai nostri interessi, oltretutto precludendoci ogni possibile ruolo di mediazione.
Non si tratta di demonizzare gli Stati Uniti o di esaltare altre potenze: il mondo non è perfetto, non lo è mai stato e probabilmente non lo sarà mai, e uno degli errori più grossolani sarebbe quello di insistere nella ricerca del “salvatore” di turno (un discorso che potrebbe farsi anche per la famosa Unione Europea). Il punto è ricercare soluzioni funzionali ai nostri interessi, avendo il coraggio di difenderli anche con alleati molto più forti di noi, magari mettendo in cima all’agenda non tanto la conservazione di posizioni o utilità di altro genere, ma il bene della nazione e dei suoi cittadini. E tenendo sempre a mente che le relazioni internazionali non sono dogmi, bensì strumenti, e come tali quando non funzionano più vanno ripensati.
Del resto, come disse qualcuno “un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”, e di statisti in giro non ne vediamo molti, e non ci riferiamo solo all’Italia.
Ps non sarebbe male che pure diversi organi d’informazione facessero la loro parte, invece che seguitare – secondo un’espressione che mi permetto di “rubare” a un amico – a fare un altro mestiere.





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