Trump si prepara a far massacrare i Marines USA a Hormuz
da OTTOLINA TV

Il Marru
L’Economist si chiede Come apparirebbe una battaglia per riaprire lo Stretto di Hormuz:

“Molte navi, aerei e soldati dovrebbero trascorrere molto tempo in zone di pericolo per risultati incerti”: “Donald Trump”, ricorda l’articolo, “afferma di essere in contatto con i leader iraniani per porre fine alla campagna di bombardamenti”; “L’Iran”, però, sottolinea l’articolo, “nega” e l’unica cosa sicura è che, nel frattempo, la Casa Bianca sta preparando “un’alternativa, qualora una soluzione negoziata alle ostilità si rivelasse irraggiungibile”. “Due unità anfibie dei Marines statunitensi sono in viaggio verso il Golfo, una dal Giappone e l’altra dalla California. Secondo alcune fonti, una divisione di fanteria d’élite specializzata in assalti paracadutisti le seguirà a breve. Il loro dispiegamento suggerisce che il presidente americano stia valutando la possibilità di tentare di aprire lo Stretto di Hormuz con la forza. Un’impresa davvero ardua”. La divisione di fanteria d’élite in questione sarebbe l’82esima Divisione Aviotrasportata:

L’esercito statunitense invia paracadutisti in Medio Oriente, titola il Washington Post: “Martedì il Pentagono ha ordinato il dispiegamento in Medio Oriente di un paio di migliaia di paracadutisti dell’82ª Divisione Aviotrasportata”; “Funzionari statunitensi hanno approvato ordini scritti per i soldati della 1ª Brigata di combattimento della divisione e del quartier generale dell’82ª a Fort Bragg, nella Carolina del Nord”. “Molti dei soldati fanno parte della Forza di Intervento Rapido della divisione, un’unità addestrata a intervenire con un preavviso di 18 ore per missioni di vario genere, come la conquista di aeroporti e altre infrastrutture critiche, il rafforzamento delle ambasciate statunitensi e la facilitazione di evacuazioni di emergenza”: “Gli ordini giungono dopo settimane di speculazioni sull’eventuale ingresso in guerra dell’82ª Divisione Aviotrasportata, comandata dal Maggior Generale Brandon Tegtmeier, dopo che il suo quartier generale si era improvvisamente ritirato da un’esercitazione all’inizio di questo mese a Fort Polk, in Louisiana”; “Il dispiegamento dell’esercito avviene mentre tre navi da guerra con a bordo circa 4.500 soldati del Gruppo Anfibio di Tripoli si avvicinano al Medio Oriente. Il gruppo comprende la 31ª Unità di Spedizione dei Marines con base a Okinawa, in Giappone, un’unità specializzata del Corpo dei Marines composta da circa 2.200 effettivi, tra cui un battaglione di fanteria di circa 800 uomini. Un’unità simile, l’11ª Marine Expeditionary Unit, è stata recentemente schierata in anticipo da San Diego, ma arriverà in Medio Oriente tra qualche settimana”.
E, a quel punto, il ragioniere Fantozzi fu colto da un leggerissimo sospetto (cit.):

L’Iran sospetta che la spinta di Trump verso i colloqui di pace sia un altro trucco, titola Axios: “Gli Stati Uniti”, sottolinea l’articolo, “premono per colloqui di pace in presenza già giovedì a Islamabad, in Pakistan. Tuttavia, durante i due precedenti round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, Trump ha dato il via libera ad attacchi a sorpresa devastanti”; e i funzionari iraniani avrebbero riferito che “I movimenti militari statunitensi e la decisione di Trump di inviare ingenti rinforzi militari hanno accresciuto i loro sospetti che la sua proposta di colloqui di pace sia solo uno stratagemma”. Un consigliere di Trump avrebbe affermato ad Axios che ”Trump ha una mano aperta per un accordo e l’altra è un pugno, pronto a colpirti in faccia”: è la negoziazione delle cannoniere, ma non implicherebbe necessariamente che Trump non voglia davvero negoziare; per dimostrare questa serietà, Re Donaldo avrebbe detto a JD Vance di uscire dalla panchina e cominciare a scaldarsi. JD Vance è stato tenuto in disparte fino ad ora per mantenere intatta la sua reputazione da colomba aperta al dialogo: in questo modo, Trump avrebbe bruciato il nazi-crociato Hegseth e il falco neocon Rubio e, ora, avrebbe ancora l’opportunità di giocarsi la carta MAGA con Vance. E’ la trama di un blockbuster di Hollywood scritto con la versione 1.0 di ChatGPT: ci possono credere gli adolescenti statunitensi e i nostri sovranelli per Trump; dubito ci possano credere gli iraniani – anche se, oltre al teatrino, ovviamente, ci potrebbe essere anche qualche traccia di dialettica reale tra idee strategiche leggermente diverse. Quello che sappiamo è che “gli sforzi per avviare i negoziati non hanno finora portato ad alcun cambiamento negli ordini che il Pentagono ha impartito al CENTCOM in merito alle operazioni e alla pianificazione militare”; secondo alcune fonti, inoltre, “Lunedì mattina gli iraniani hanno ricevuto, tramite i mediatori, un piano statunitense in 15 punti, diverse ore prima che Trump rivelasse l’avvio dei colloqui”:

“Il piano”, riporta Bloomberg, sarebbe stato “consegnato all’Iran tramite il Pakistan”: “I dettagli della proposta in 15 punti rimangono poco chiari”, ma Trump avrebbe sottolineato che “qualsiasi accordo dovrebbe includere il divieto per l’Iran di ottenere armi nucleari o di arricchire materiale radioattivo per scopi civili”; “Non è chiaro se Israele abbia approvato tale approccio”. “Nel frattempo, Teheran sta dando segnali di scarsa disponibilità al compromesso” e stamattina “le forze armate iraniane hanno ribadito la loro posizione, escludendo qualsiasi negoziato per il cessate il fuoco con l’amministrazione Trump”: “Il livello dei vostri conflitti interni ha raggiunto il punto in cui state negoziando tra di voi” si legge nella dichiarazione riportata dall’agenzia di stampa statale IRIB News.
Puntuale come sempre arriva anche l’immancabile tweet del Presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf:

“Stiamo monitorando attentamente tutti i movimenti degli Stati Uniti nella regione, in particolare gli schieramenti di truppe. Ciò che i generali hanno distrutto, i soldati non possono ripararlo; al contrario, cadranno vittime delle illusioni di Netanyahu. Non mettete alla prova la nostra determinazione a difendere la nostra terra”.
Secondo Responsible Statecraft “Uno sbarco statunitense potrebbe essere più simile a Gallipoli che al Vietnam”:

Il riferimento è alla campagna di francesi e britannici nel 1915 contro l’impero ottomano che ha riguardato la penisola di Gallipoli, in Turchia: l’obiettivo era, appunto, aprire la rotta navale che, attraverso i Dardanelli, portava dritti in Russia; ma si concluse con un bagno di sangue e una sconfitta epocale. “Mentre l’amministrazione Trump valuta un dispiegamento di truppe di terra in Iran, i veterani temono che li attenda una campagna estenuante e di lunga durata, e che le forze armate statunitensi possano essere impreparate a sostenerla”: “I preparativi e gli schieramenti in corso suggeriscono che l’amministrazione si sia preparata al peggio”; l’invio di due Marine Expeditionary Unit (MEU) come l’11esima e la 31esima “potrebbe indicare un’impresa prolungata e probabilmente pericolosa, che potrebbe prevedere la conquista dell’isola di Kharg da parte dei Marines, un’operazione che alcuni veterani definiscono già una potenziale missione suicida“.
Intanto, le ondate dell’operazione True Promise 4 continuano ininterrotte:

Terzo lancio di missili in meno di un’ora fa scattare le sirene in tutto il centro di Israele, titola Ynet: “Le sirene di allarme per il lancio di missili e razzi sono state attivate nel nord, nel centro, a Shephelah, a Sharon e anche nell’area di Gerusalemme; un possibile impatto è stato registrato nell’area di Hadera”; è il contributo che l’Iran sta dando alla resistenza di Hezbollah contro l’invasore fascista sionista.

“La guerra israeliana contro il Libano”, sottolinea Al Akhbar, “non si misura più solo in base al numero di raid o all’estensione del conflitto, ma in base al cambiamento forzato che lascia dietro di sé nella geografia umana del sud, dove si sta delineando uno scenario più pericoloso della battaglia militare stessa, che sta gradualmente spingendo il sud verso il vuoto”: “La questione del Sud non viene più gestita esclusivamente attraverso la logica dello scontro militare diretto con Hezbollah e la resistenza che esso rappresenta, ma si è legata a un percorso parallelo di rimodellamento del paesaggio geografico e umano nell’area a sud del fiume Litani, e forse anche oltre”; “Dati recenti, provenienti da decisioni militari israeliane, dichiarazioni ufficiali, ordini di evacuazione o attacchi a infrastrutture come quelle idriche, elettriche, di distribuzione del carburante e ai centri sanitari, indicano che ciò che sta accadendo va oltre le operazioni militari localizzate lungo la linea di confine, rappresentando un tentativo di imporre una nuova realtà che renda il sud meno adatto alla vita civile e più esposto al controllo militare e di sicurezza, attraverso ampi ordini di evacuazione che minacciano lo spopolamento dei villaggi e costringono gli abitanti a spostarsi a nord del fiume Zahrani, con strade interrotte, infrastrutture danneggiate e minacce di impedire il ritorno prima che Israele fornisca quelle che definisce garanzie di sicurezza”. “Katz si è spinto ancora oltre annunciando che agli sfollati non sarebbe stato permesso di tornare prima che fossero fornite garanzie di sicurezza per il nord di Israele, trasformando così l’evacuazione da misura temporanea in una condizione politico-di sicurezza a tempo indeterminato”.
Il Soddu
Buongiorno ragassuoli! Un poʻ di notizie dall’Asia; oggi sono breve. Mentre l’amministrazione Trump rimane impantanata in un conflitto mediorientale senza strategia chiara, la Cina, come abbiamo già detto, dimostra la capacità di trasformare la crisi energetica in vantaggio strutturale: la domanda interna di intelligenza artificiale protegge il commercio, il petroyuan guadagna terreno e Pechino si posiziona come attore responsabile e multilateralista; ma gli alleati strutturali degli USA sono incapaci di andare oltre due secoli di colonialismo e ancora non riescono ad immaginare un mondo senza una potenza dominante. Vediamo che sta succedendo.
Oggi si parte con Bloomberg: i titoli azionari cinesi del settore IA registrano un forte rialzo in Borsa. I media statali evidenziano l’impennata nell’utilizzo dei token AI: piattaforme come Qwen e DeepSeek hanno visto un aumento del 45% nell’uso quotidiano, con aziende che integrano l’intelligenza artificiale generativa nei processi produttivi; questo boom riflette la capacità cinese di sviluppare ecosistemi open-source indipendenti, riducendo drasticamente la dipendenza da modelli americani e creando un vantaggio competitivo duraturo.
Di nuovo Bloomberg ci spiega che la domanda di intelligenza artificiale sta proteggendo il fiorente commercio cinese dallo shock della guerra con l’Iran: mentre i costi energetici salgono, le fabbriche che adottano AI riducono i consumi e ottimizzano la supply chain; le esportazioni high-tech crescono del 12% su base annua nonostante le turbolenze. Pechino trasforma, così, un rischio esterno in un motore di resilienza interna. A proposito di questo, il Financial Times ci racconta che Pechino sta esaminando con attenzione la vendita da 2 miliardi di dollari della startup di intelligenza artificiale agentica Manus a Meta, vietando, nel frattempo, ai due co-fondatori di lasciare il Paese: la mossa riflette le preoccupazioni di Pechino per il trasferimento di tecnologie strategiche e talenti verso competitor occidentali; un chiaro esempio di come la Cina stia proteggendo i suoi vantaggi nell’AI e impedendo l’uscita di giovani raccolti verso l’Occidente, rafforzando ulteriormente la sua posizione competitiva globale. A questo quadro si aggiunge un elemento strategico di lungo periodo: secondo Deutsche Bank, la guerra potrebbe essere “la realizzazione del petroyuan”; con il petrolio pagato in yuan da sempre più fornitori del Golfo e la Cina che rafforza le sue riserve in renminbi, il dollaro perde terreno come valuta di riferimento energetico, un cambiamento lento, ma strutturale, che erode il privilegio del dollaro senza bisogno di scontro frontale. Se ci si pensa un attimo, era esattamente quello che gli Stati Uniti volevano evitare ed è (e rimane) uno dei motivi strutturali di questo conflitto.
Torna Bloomberg a riferirci che il presidente cinese Wang Yi ha spinto Teheran a dialogare con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra: in una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Wang Yi ha sottolineato la necessità di soluzioni politiche e offerto la mediazione cinese. Un segnale di responsabilità globale: Pechino si presenta come attore stabilizzatore, mentre Washington appare come la fonte del caos.
Sul fronte interno, il South China Morning Post rivela che le fabbriche cinesi di beni di consumo stanno tagliando la produzione perché i costi energetici e logistici schizzano per la guerra: alcune linee di produzione sono state ridotte del 15-20%; tuttavia, il calo è meno grave del previsto grazie proprio alla spinta dell’AI e alla diversificazione delle fonti energetiche. Pechino sta gestendo il contraccolpo con pragmatismo.
Lo stesso SCMP riporta le critiche di ex funzionari dell’amministrazione Biden: la politica cinese di Trump manca di strategia e coerenza; le misure punitive alternate a aperture improvvisate creano confusione tra gli alleati e spingono molti Paesi a guardare con maggiore interesse verso Pechino. Eppure, gli alleati europei non aspettano indicazioni da Washington e proseguono autonomamente la loro crociata anticinese, senza che Trump glielo chieda nemmeno.
Il Guancha rivela che l’Ue ha minacciato il Vietnam: se la Cina parteciperà alla costruzione della rete 5G vietnamita, le imprese europee potrebbero ritirare gli investimenti per “motivi di sicurezza dei dati”; Hanoi ha già assegnato contratti a fornitori cinesi, segno di un riavvicinamento strategico con Pechino. La minaccia europea, oltre a essere un classico esempio di pressione geopolitica, rischia di produrre l’effetto contrario: spingere ulteriormente il Vietnam verso la Cina e accelerare il disaccoppiamento dagli attori occidentali.
Sempre il Guancha descrive il nuovo accordo di libero scambio Ue-Australia, firmato dopo otto anni di negoziati: l’obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dai minerali critici cinesi (alluminio, litio, manganese, terre rare); l’Australia, terzo al mondo per riserve di terre rare e primo produttore di litio, diventa il fornitore affidabile per Bruxelles. Il patto cancella il 98% dei dazi e risponde implicitamente alla guerra in Iran e alla America First di Trump, ma rivela anche la debolezza strutturale dell’Occidente: dopo decenni di delocalizzazione, ora deve pagare prezzi alti per ricostruire catene di fornitura alternative a quelle dominate dalla Cina (che controlla il 90% della lavorazione delle terre rare).
Sul fronte bellico, il South China Morning Post aggiunge che è improbabile che gli Stati Uniti convincano la Cina ad aderire al nuovo accordo sul controllo degli armamenti nucleari: Pechino rifiuta di entrare in trattative, mentre Washington mantiene un arsenale superiore e continua la modernizzazione; la guerra in Iran rende ancora più evidente la diffidenza reciproca.
Spostiamoci alle falde del Kilimangiaro: il Global Times () sottolinea come il 15° Piano Quinquennale cinese apra un nuovo capitolo nella partnership con l’Africa; l’inviato dell’Unione Africana a Pechino ha definito il piano storico per gli investimenti in infrastrutture verdi, digitalizzazione e catene del valore. Mentre l’Occidente è distratto dalla guerra, la Cina consolida il suo ruolo di partner privilegiato del continente. Sempre il Global Times riporta che, all’appena concluso Boao Forum, le chiamate a sostenere il multilateralismo e a evitare tariffe e protezionismo hanno risuonato con forza: i partecipanti asiatici e africani hanno criticato implicitamente le politiche unilaterali americane.
L’Asia Times spiega che la Cina è intervenuta direttamente per difendere i suoi investimenti in Iran dopo violazioni delle norme contrattuali legate alla guerra: Pechino ha attivato canali diplomatici per proteggere progetti da miliardi di dollari nella Belt and Road. In quest’altro articolo, invece, () si parla di come La strategia indo-pacifica è appena affondata in Iran: l’impegno militare americano nel Golfo sta drenando risorse e attenzione, lasciando il campo libero alla Cina nel Pacifico occidentale.
The Hindu e Dawn notano che l’uso di Trump del Pakistan come mediatore con l’Iran rievoca i colloqui segreti di Nixon con la Cina e la crisi del Bangladesh; un parallelo storico che evidenzia quanto Washington sia costretta a ricorrere a intermediari regionali che solo pochi anni fa considerava marginali.
Per concludere, il Guancha riporta un episodio rivelatore di frustrazione americana: un partner militare degli Stati Uniti (il CEO di SandboxAQ, società legata alla CIA e al Pentagono) ha dichiarato in un’intervista a CNBC, in un evidente impeto d’ira, che “alla fine gli Stati Uniti e i loro alleati decifreranno e paralizzeranno il segnale BeiDou”. Il motivo? L’Iran sta usando il sistema di navigazione cinese per migliorare la precisione dei suoi missili, aggirando il GPS; la dichiarazione, priva di prove concrete, evidenzia il nervosismo di Washington di fronte all’espansione globale di BeiDou (presente in 140 Paesi) e alla crescente capacità cinese di sfidare il monopolio tecnologico americano.
Questo é tutto. Alla prossima!
FONTE: https://ottolinatv.it/2026/03/25/trump-si-prepara-a-far-massacrare-i-marines-usa-a-hormuz/





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