Indicizzare i salari: una battaglia urgente e necessaria!
da LA FIONDA (Enrico Grazzini)

Sveglia, forze cosiddette progressiste! Il popolo reclama pane ma voi promettete brioches!
Il problema dei salari italiani insufficienti per vivere dignitosamente è cronico: dura in Italia da almeno 20 o perfino 30 anni, ma ora, con l’inflazione che corre e correrà sempre di più a causa delle guerre in corso, diventa assolutamente necessario introdurre un sistema di indicizzazione dei salari prima che il Paese precipiti nella povertà.[1] La questione dei salari non può più essere affrontata solo per via contrattuale, perché i sindacati nazionali, nella situazione di deregolamentazione e di completa libertà dei capitali dell’Unione Europea, sono strutturalmente troppo deboli per risolverla. Il capitale chiude le fabbriche se le richieste sindacali sono ritenute “eccessive” e migra oltre frontiera, dove i costi del lavoro sono minori: quindi i sindacati sono quasi sempre impotenti a contrattare nelle situazioni di crisi. Nella globalizzazione e nell’Unione Europea liberista la corsa è verso il basso. Occorre dunque un intervento politico da parte dei governi e dello Stato. Il popolo è allo stremo, i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa e chi vive del proprio lavoro ha bisogno di ossigeno subito, e non solo di belle parole. Il sistema di aumento automatico degli stipendi in proporzione al carovita è indispensabile sia per elementari ragioni sindacali, di difesa del lavoro e di chi produce la ricchezza reale, sia per motivi macroeconomici, per non fare sprofondare l’economia in una crisi di domanda.
Faccio appello ai partiti e ai movimenti progressisti, ai sindacati, agli economisti democratici, perché elaborino il sistema migliore, più opportuno nel contesto attuale, di aggancio dei salari all’inflazione. Perfino alcuni titoli di Stato italiani sono indicizzati all’inflazione mentre gli stipendi sono fermi: quindi è premiata la finanza a scapito del lavoro produttivo. Chi compra debito è al riparo dall’inflazione, chi lavora no! Senza un sostanzioso adeguamento delle retribuzioni cala la domanda interna in un contesto in cui cala anche la domanda estera, a causa delle politiche dei dazi imposte da Trump e della deglobalizzazione: ma se cala la domanda interna (consumi, investimenti, spesa pubblica), allora tutta l’economia recede e a pagare la crisi saranno soprattutto i lavoratori e i ceti medi.
Dopo la sconfitta al referendum abrogativo della “scala mobile”, la sinistra non ha più voluto difendere il lavoro dal carovita.
Le forze progressiste affermano di volere attuare la Costituzione. Anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ci ha ricordato recentemente che l’articolo 36 della Costituzione prescrive che i salari siano proporzionali al lavoro svolto, sufficienti e garantiscano dignità. Se la questione dell’adeguamento dei salari e delle pensioni al costo della vita non verrà affrontata e promossa, allora non ci si potrà meravigliare che il Paese si affidi alla “donna forte”. La proposta di indicizzare gli stipendi è l’unica che può far guadagnare il consenso di milioni di lavoratori alle forze di sinistra, anche in vista delle prossime elezioni. Tutte le rilevazioni statistiche dicono che in gran parte i lavoratori, in particolare quelli delle fasce più basse, o non votano o votano a destra. La sinistra finora ha evitato di focalizzare il problema dei bassi salari e dei working poor, concentrandosi sulla lotta sacrosanta per i diritti: ma con i debiti che crescono e i salari che perdono potere d’acquisto, anche i diritti perdono forza e valore. Non basta dare le brioches ai lavoratori, occorre dare loro il pane per vivere o sopravvivere. La sinistra, se vuole andare al governo, deve mettere al centro delle sue proposte forme di adeguamento dei salari al costo della vita per bloccare il processo di impoverimento dei lavoratori. La proposta del salario minimo garantito – peraltro rifiutata dal governo di destra di Giorgia Meloni – è ormai largamente insufficiente, come è sotto gli occhi di tutti. I lavoratori sotto il salario minimo sono solo 4-5 milioni, ma i lavoratori in Italia sono 24 milioni, di cui 18 milioni dipendenti. L’inflazione non lascia scampo a chi riesce a guadagnare solo 1000 o 1500 euro al mese.
Non si parte da zero: c’è già una buona proposta di legge per l’indicizzazione dei salari formulata da Alleanza Verdi Sinistra. Ma le formazioni progressiste, come il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico, non hanno finora avuto il coraggio di chiedere l’adeguamento automatico delle retribuzioni al costo della vita. Continuano a voler essere ecumeniche, a temere ogni scontro con i “padroni del vapore”. Fanno anche un po’ sorridere gli annunci roboanti delle forze progressiste, del PD e dei 5 Stelle che, dopo la bellissima vittoria al referendum sulla giustizia, dopo che è stata respinta la controriforma del governo Meloni-Nordio con 14,5 milioni di voti, hanno proclamato di volere “ascoltare la voce del Paese” per formulare (finalmente!) un programma politico unitario in grado di riscuotere il consenso di milioni di elettori. Ma è ridicolo che i partiti progressisti cerchino di trovare il programma politico per strada, “ascoltando il popolo”. Dovrebbero invece essere loro a elaborare un programma da confrontare con le forze sociali. E tra questi punti non può non esserci una forma di recupero automatico, totale o parziale, dell’inflazione. È ovvio che le resistenze da superare, soprattutto da parte confindustriale e delle destre, saranno fortissime. Ma le forze progressiste dovrebbero trovare il coraggio di fare finalmente un po’ di lotta di classe per difendere il lavoro.
I sindacati sembrano sordi su questo versante decisivo, e così perdono consenso e si squalificano agli occhi dei lavoratori. A cosa servono i sindacati se non si battono per difendere i redditi dei lavoratori? Se le forze progressiste continueranno a fare gli struzzi e a mettere la testa sotto la sabbia per non disturbare le classi dirigenti sulla questione fondamentale dei salari, perderanno con buona probabilità le prossime elezioni. Occorre una pressione decisa ed efficace. I sindacati e i partiti di sinistra dovrebbero imporre al governo o una legge che renda automatici gli scatti salariali in relazione al costo della vita (per esempio, se l’inflazione supera il 2% di crescita annua), oppure dovrebbero chiedere che per legge in tutti i contratti sia riconosciuto, come già è in parte in quello dei metalmeccanici, il principio di adeguamento automatico al carovita. Se non affrontano questa questione basilare, perdono credibilità e legittimità.
L’aumento dei salari è invocato perfino dalla Banca d’Italia e da economisti neolib, come Francesco Giavazzi – che propone l’adeguamento automatico e obbligatorio dei salari allo scadere dei contratti nazionali, se questi subiscono un ritardo nel rinnovo [2] –; tuttavia purtroppo non è ancora al centro delle rivendicazioni dei partiti progressisti.
La sinistra da tempo denuncia con enfasi l’insopportabile impoverimento dei lavoratori italiani: ma le lamentele non bastano e diventano ipocrite se non hanno conseguenze reali. Scandalosamente i salari reali in Italia sono inferiori **dell’**8,7% rispetto al 2008.[1] In oltre 15 anni i salari dei 17 milioni di lavoratori dipendenti italiani sono diminuiti, non aumentati. Purtroppo, dopo la sconfitta al referendum abrogativo della “scala mobile” del giugno 1985 – referendum che confermò il taglio di 3 punti della scala mobile deciso dal “decreto di San Valentino” del 1984 (governo Craxi) – la sinistra italiana non ha più voluto difendere il lavoro dal carovita. In realtà l’abolizione della scala mobile è stata il pegno che i governi hanno pagato per “entrare in Europa”: la rivalutazione automatica dei salari era infatti legata alla possibilità di aggiustare il prezzo della lira sul mercato internazionale, ma con la moneta unica europea è diventato impossibile svalutare la moneta nazionale. Quindi da allora si è svalutato il lavoro. È chiaro che oggi qualsiasi iniziativa sulla scala mobile impone il ripensamento critico delle politiche europee e una riforma radicale del sistema dell’Unione Europea, fondato sull’austerità, sul taglio della spesa pubblica e dei salari, sul liberismo, sulla competizione al ribasso e sul riarmo a scapito del welfare. Occorrerebbe al contrario una politica keynesiana a favore delle classi lavoratrici e dei ceti medi. Perciò benvenuta (meglio tardi che mai!) l’iniziativa di AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
La proposta di legge “Sblocca Stipendi” di Alleanza Verdi Sinistra
Finalmente Alleanza Verdi Sinistra ha avuto il coraggio e l’intelligenza di proporre l’indicizzazione dei salari al costo della vita.[3] Nel luglio 2025 i leader di AVS, Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Angelo Bonelli di Europa Verde, hanno presentato alla Camera una proposta di legge chiamata “Sblocca stipendi”.[4] AVS ha proposto l’adeguamento automatico degli stipendi nei settori pubblico e privato attraverso un decreto governativo da emanare ogni anno entro il 30 settembre. La proposta è sensata e valida: naturalmente questo non significa che la discussione sul migliore sistema di indicizzazione dei salari non sia ancora del tutto aperta. AVS sembra tuttora molto timida e non sembra avere propagandato e promosso molto l’iniziativa, anche perché è isolata. L’intenzione è naturalmente che anche Elly Schlein e Giuseppe Conte aderiscano a questa proposta. I due leader di AVS hanno affermato che “ove il nostro appello non fosse accolto dalla premier Meloni, sarà comunque un elemento fondamentale nella costruzione dell’alleanza per battere le destre, un caposaldo del programma per l’alternativa”. Il costo è stimato in 2 miliardi ed è coperto con una stretta sulle plusvalenze delle rendite finanziarie ma, ha detto Fratoianni, “siamo pronti a confrontarci”.
Il primo articolo stabilisce che tutti i lavoratori dipendenti, parasubordinati (per esempio collaboratori a progetto) ed eterorganizzati (cioè formalmente autonomi, ma di fatto organizzati dal committente) abbiano diritto a un aumento automatico dello stipendio a fine anno per recuperare interamente l’inflazione. In pratica, entro il 30 settembre di ogni anno, il presidente del Consiglio – dopo aver consultato i sindacati e le associazioni dei datori di lavoro – stabilisce con un decreto qual è la differenza tra l’inflazione programmata (cioè quella prevista dal governo nel Documento di finanza pubblica per l’anno in corso) e l’inflazione reale (cioè l’aumento effettivo dei prezzi misurato dall’ISTAT attraverso l’indice IPCA, Indice dei prezzi al consumo armonizzato). A partire da gennaio dell’anno successivo, i datori di lavoro pubblici e privati dovrebbero corrispondere ai lavoratori una somma aggiuntiva, pagata in dodici rate mensili insieme allo stipendio. Questa somma è calcolata applicando la percentuale di differenza tra inflazione programmata e inflazione reale alla retribuzione annua percepita. Se la proposta fosse approvata, il Ministero dell’Economia e delle Finanze avrebbe 60 giorni di tempo dalla sua entrata in vigore per decidere come trattare fiscalmente la somma aggiuntiva riconosciuta ai lavoratori per recuperare l’inflazione, in modo da evitare il cosiddetto “drenaggio fiscale”. Questo fenomeno si verifica quando gli stipendi aumentano nominalmente ma le soglie e le aliquote delle tasse restano le stesse: in questo modo i lavoratori finiscono per pagare più imposte anche se il loro potere d’acquisto non è cresciuto.
Il secondo articolo affronta il tema delle coperture economiche. Secondo AVS l’adeguamento deve essere pagato dallo Stato per i dipendenti pubblici, e dalle imprese per i dipendenti privati. Per quanto riguarda i primi, la proposta è raccogliere due miliardi di euro aumentando dal 26 al 30% l’imposta sostitutiva sui redditi finanziari (per esempio su dividendi, interessi e plusvalenze).
Le principali obiezioni all’indicizzazione dei salari
Le principali obiezioni all’adeguamento dei salari al carovita sono le seguenti:
- i sindacati sarebbero depotenziati nella loro funzione contrattuale.
Questa è una critica ridicola. I sindacati avrebbero tutto da guadagnare in legittimazione e consenso di massa se riuscissero a proporre e a imporre con la forza delle loro lotte e del loro impegno una legge che salvaguardi i salari rispetto al carovita. In ogni caso lo spazio di contrattazione che rimarrebbe loro su tutti gli altri ambiti del lavoro – sicurezza, mansioni, contrattazione aziendale, ecc. – sarebbe enorme.
- il settore pubblico non ha i soldi.
Abbiamo già visto che AVS propone di reperire le risorse aumentando le imposte sui redditi finanziari (per esempio su dividendi, interessi e plusvalenze). Ma sulla questione dei finanziamenti ritorniamo nel punto seguente.
- il costo del lavoro aumenterebbe eccessivamente e gli imprenditori non hanno abbastanza soldi.
Mentre la popolazione diventa più povera, finora le aziende hanno fatto lauti profitti e la Borsa è salita a livelli record. Secondo Mediobanca – che certamente non è mai stata comunista o socialista – molte imprese in Italia guadagnano così tanto che potrebbero aumentare senza sforzo la paga dei dipendenti.[5] Mediobanca indica che sarebbero possibili aumenti medi a livello nazionale per circa quattromila euro. La principale banca d’affari italiana è preoccupata dal blocco della domanda interna e afferma che in Italia «si pone un tema di politica dei redditi in considerazione del fatto che, per un buon numero di raggruppamenti di imprese, la generazione di valore avrebbe consentito di redistribuire una parte a beneficio della conservazione del potere d’acquisto delle retribuzioni». Tutto questo «senza compromettere la congruità della remunerazione dell’azionista».
Un economista certamente non di sinistra come Federico Fubini si è chiesto chi ha guadagnato di più dai bassi salari italiani: “Inizio ad avere un’idea su dove siano andati parte dei frutti della crescita che i lavoratori non hanno visto: dividendi al dipartimento del Tesoro, stipendi o stock option ai grandi manager delle società quotate o meno a controllo pubblico, redditi da capitale per chi ha abbastanza risparmio per beneficiare dell’aumento dei prezzi dei titoli dei grandi gruppi partecipati dallo Stato sui listini azionari”.[6]
Insomma, i salari scendono ma i profitti salgono, e la Borsa azionaria va alle stelle.
Fubini indica che “Secondo gli analisti più attenti di Piazza Affari, quest’anno solo le grandi banche italiane quotate in borsa arriveranno a un fatturato di 75,5 miliardi di euro (quasi quattro punti di prodotto interno lordo) e avranno un risultato netto di 27,5 miliardi di euro”. L’economista del Corriere della Sera calcola anche che il margine operativo delle società a controllo pubblico è salito dal 4,5% del 2022 al 9,5% del 2024, praticamente il doppio rispetto alla media delle società private di tutti i settori (5%). Le public utilities (che però sono state privatizzate) quotate in Borsa, cioè le grandi società di rete, complessivamente vedono il loro fatturato salire da 125 miliardi di euro nel 2024 a circa 138 nel 2025. È un aumento di ben oltre cinque volte l’inflazione. Mediobanca, nel rapporto sulle società italiane, mostra che nel 2024 le società manifatturiere nel complesso hanno un risultato operativo tutt’altro che sovrabbondante (in media del 6,4% del fatturato) e si capisce perché: queste aziende competono sul prezzo nei mercati globali contro le imprese di tutto il mondo. Secondo Fubini, nei settori auto, metallurgia, costruzioni, elettronica, tessile, abbigliamento, nell’ultimo decennio le buste paga lorde sono cresciute più o meno in linea con la capacità di creare valore delle imprese in un dato tempo di lavoro.
Fubini ricorda che Mediobanca, nel suo rapporto, indica che in Italia «si pone un tema di politica dei redditi in considerazione del fatto che, per un buon numero di raggruppamenti di imprese, la generazione di valore avrebbe consentito di redistribuire una parte a beneficio della conservazione del potere d’acquisto delle retribuzioni». E ciò «senza compromettere la congruità della remunerazione dell’azionista». Tante imprese in Italia guadagnano così tanto che potrebbero tutelare la paga dei dipendenti senza diminuire i diritti dei proprietari e degli azionisti. Mediobanca parla di circa quattromila euro di aumenti possibili in media nazionale, molto di più per le società partecipate.
Un fatto è certo: l’adeguamento dei salari all’inflazione comporta l’aumento del costo del lavoro, un aumento che potrebbe non essere facilmente sopportabile per le piccole e medie imprese. Occorre quindi che lo Stato intervenga per compensare in una certa misura l’aumento del costo del lavoro, per esempio tagliando il cuneo fiscale, ovvero i costi fiscali e contributivi che le imprese devono sopportare per pagare i loro lavoratori. Questo significa che l’introduzione dell’indicizzazione dei salari non può essere disgiunta da una grande riforma fiscale che alleggerisca il peso fiscale e contributivo per i lavoratori e le piccole e medie imprese e che aumenti invece l’imposizione per i redditi da capitale (plusvalenze, interessi, dividendi), i grandi patrimoni finanziari e immobiliari e le grandi eredità.
- l’adeguamento dei salari al carovita provoca inflazione.
Il rischio che quasi tutti gli economisti indicano è che l’adeguamento automatico degli stipendi crei la cosiddetta “spirale prezzi-salari”. Secondo gli economisti liberali, se i salari seguissero automaticamente la dinamica del costo della vita, allora l’inflazione crescerebbe a spirale. Quindi, dicono gli economisti cinici, se aumentano i prezzi è meglio che i salari perdano potere d’acquisto e che siano le famiglie a pagare la crisi! Tuttavia, che l’aumento dei salari faccia automaticamente aumentare i prezzi è palesemente falso. Sarebbe vero se i salari crescessero insieme, o subito dopo, ai rincari dei prezzi. Ma se il meccanismo di recupero salariale fosse ritardato, per esempio di sei mesi o di un anno rispetto alla crescita dei prezzi, allora il feedback positivo tra l’aumento del costo del lavoro e quello dell’inflazione potrebbe essere evitato o annullato: l’aumento degli stipendi provocherebbe al contrario un recupero benefico, salutare e assolutamente necessario del potere d’acquisto delle famiglie, e quindi dei consumi, e così contribuirebbe alla ripresa dell’economia. Bloccare i salari nominali per frenare l’inflazione non solo è ingiusto ma è anche antisviluppo, perché provoca la caduta dei consumi. Esistono altri mezzi per bloccare l’inflazione e calmierare i prezzi, a partire, per esempio, dal controllo sulle tariffe pubbliche e sul credito bancario.
La proposta di emettere Titoli di Sconto Fiscale
Una possibile proposta da considerare con attenzione per facilitare la compensazione automatica del potere d’acquisto rispetto all’inflazione è quella che si basa sull’emissione di Titoli di Sconto Fiscale da parte dello Stato.[7] Secondo questa proposta, lo Stato italiano potrebbe ogni anno emettere e assegnare gratuitamente alle famiglie e/o alle imprese dei Titoli di Sconto Fiscale (TSF) a maturità differita (maturità al quarto anno) in quantità tale da sostenere il reddito dei lavoratori e i consumi, e da diminuire i costi del lavoro. I TSF potrebbero per esempio essere distribuiti in quantità massiccia in caso di caduta dei consumi, come integrazione salariale; potrebbero invece essere emessi in quantità limitata, o non essere distribuiti, in caso di eccesso di domanda. Al quarto anno dall’emissione i TSF potrebbero essere usati dai possessori per ridurre i pagamenti delle imposte, delle tasse, dei contributi, delle tariffe pubbliche, ecc. I titoli fiscali sarebbero però subito negoziabili – proprio come i Bot e i Btp – e quindi immediatamente convertibili in euro sul mercato finanziario a un tasso di sconto minimo e decrescente. I TSF sono perfettamente dentro le regole dell’euro: infatti sono titoli di Stato denominati in euro – proprio come i Bot e i Btp – e non sono moneta legale, quindi non scalfiscono minimamente il monopolio della BCE sulla moneta europea. Inoltre i TSF non provocano deficit pubblico perché non vengono emessi sul mercato primario ma distribuiti direttamente ai soggetti interessati. Alla scadenza, al quarto anno dall’emissione, i TSF si ripagherebbero con la forte crescita del PIL nominale legata al moltiplicatore del reddito e alla crescita dell’inflazione dovuta all’aumento della domanda.
Conclusioni
L’Italia è di gran lunga il grande Paese dell’area euro nel quale si è perso più valore reale dei salari. Purtroppo la sinistra dell’establishment, la sinistra ultramoderata di Enrico Letta e di Piero Fassino, ha voltato la testa dall’altra parte di fronte a milioni di famiglie preoccupate di non poter allevare dignitosamente i loro figli, di non riuscire a garantire loro salute e istruzione, di non poter pagare il mutuo. La proposta di una “nuova scala mobile” dovrebbe essere promossa da tutte le forze progressiste e popolari se vogliono realmente vincere le elezioni politiche del 2027 (o del 2026?) e se vogliono evitare che il governo Meloni si consolidi nel “regime Meloni”. La postfascista Giorgia Meloni ha potuto vincere le scorse elezioni politiche non tanto per la sua personale bravura o per le sue proposte sull’economia, ma perché finora le forze di centro e di sinistra o non hanno difeso i lavoratori e i pensionati o, peggio, li hanno, metaforicamente, malmenati e bastonati. Il centrosinistra al governo ha sempre promosso l’austerità imposta dall’Unione Europea e dal banchiere Draghi: non per caso da quando c’è la UE la quota del lavoro sul PIL è arretrata, mentre quella del capitale è aumentata. La ricchezza è sempre più concentrata e il lavoro è diventato sempre più povero: quindi i lavoratori, disgustati dalla sinistra, hanno votato a destra, prima Berlusconi, poi Salvini, e infine perfino la postfascista Meloni come ultima risorsa, proprio come i malati terminali ricorrono per disperazione alla Madonna di Medjugorje. Dice Bob Dylan: “when you got nothing, you got nothing to lose”.[8] Così la Meloni è stata eletta ma ovviamente non ha mantenuto le promesse, anzi ha abolito il sacrosanto reddito di cittadinanza per i più poveri.
AVS ha promosso la sua proposta di indicizzazione dei salari: PD e Cinque Stelle dovrebbero seguire l’iniziativa di AVS o elaborare qualcosa di simile! Ma sembrano fermi, anche se l’inflazione è destinata a esplodere. Eppure Matteo Renzi vinse le elezioni europee del 2014 e fece arrivare il PD al 40% dando in busta paga i famosi 80 euro mensili. La sua politica fu furba e populista ma giusta, e portò a risultati elettorali notevolissimi a favore del PD. La politica salariale di Giorgia Meloni si concentra sul taglio del cuneo fiscale, la detassazione dei premi di produttività e l’incentivo ai rinnovi contrattuali, tassando al 5% gli aumenti sotto i 28.000 euro per il 2025-2026. Così la Meloni può proclamare (falsamente) di difendere il lavoro, anche se non ci crede nessuno!
Se si facesse un sondaggio, risulterebbe che la maggioranza dei cittadini e delle cittadine italiane sarebbe d’accordo a introdurre meccanismi che salvaguardino il potere d’acquisto dei salari. Perché i sindacati e le forze progressiste non promuovono sistemi di indicizzazione dei salari? Forse perché molti hanno timore di affrontare la Confindustria e le altre associazioni padronali, e perché hanno timore di risvegliare la vecchia e buona lotta di classe? Ma nei momenti di forte crisi come quello attuale timore, prudenza e collusione non pagano. Milioni di persone non arrivano alla fine del mese. La sinistra, i partiti e i movimenti progressisti e i sindacati dovrebbero cessare di recriminare sulla povertà dei salari nazionali: senza proporre sistemi di recupero del carovita è molto difficile che riescano a recuperare il consenso che hanno perso da anni presso la massa dei lavoratori.
[1] Micromega, Enrico Grazzini, Extraprofitti e speculazione stanno strozzando i lavoratori: serve una nuova scala mobile, 9 novembre 2023.
[2] Corriere della Sera, Francesco Giavazzi, Il potere d’acquisto perduto, 7 novembre 2025.
[3] Sito web: Verdisinistra.it, È arrivato Sblocca stipendi.
[4] Sole 24 Ore, Avs presenta Pdl “sblocca-stipendi” con scala mobile 2.0, di Martina Amante, 25 luglio 2025.
[5] Mediobanca, Dati cumulativi di 1905 società italiane (2025).
[6] Corriere della Sera, newsletter di Federico Fubini, La discesa record dei salari reali in Italia (con il boom degli utili d’impresa): cosa c’è dietro la collera degli italiani, 6 ottobre 2025.
[7] Social Europe, Enrico Grazzini, Stiglitz Advocates A Dual Currency System In Italy But Why Not For The Whole Eurozone?, 25 luglio 2018; e-book, Per una moneta fiscale gratuita, edito da MicroMega, scritto da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini, con prefazione di Luciano Gallino.
[8] Bob Dylan, Like a Rolling Stone.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/03/31/indicizzare-i-salari-una-battaglia-urgente-e-necessaria/





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