Il tramonto della “Girlboss” e la rivincita della “Tradwife”: la Generazione Z riscopre l’economia familiare
di SCENARI ECONOMICI (Fabio Lugano)

Quando i Millennials inventarono la figura della girlboss, la promessa sembrava inattaccabile: l’emancipazione definitiva sarebbe passata attraverso una carriera senza limiti, l’indipendenza economica assoluta e una dedizione totale al successo professionale. Oggi, a distanza di anni, la Generazione Z sta rispondendo a quella narrazione con un netto cambio di rotta, incarnato nel fenomeno della tradwife (moglie tradizionale).
Non si tratta di un banale ritorno al passato, ma di una reazione strutturale e consapevole agli eccessi di un modello socio-economico che ha spesso confuso la realizzazione personale con il burnout aziendale. Dopo aver osservato le generazioni precedenti sacrificare la famiglia sull’altare di un lavoro d’ufficio spesso alienante, le giovani donne stanno ricalcolando le proprie priorità.
I dati recenti, evidenziati da un sondaggio di EduBirdie e ripresi dai media americani, delineano un quadro inequivocabile sulle aspirazioni delle giovani donne di oggi:
Modello di Vita
- Gen Z- Tradwife: Matrimonio stabile, figli, focus sulla gestione della casa e sicurezza familiare. 47%
- Girlboss: Carriera solitaria, lusso, “hustle culture” e priorità all’indipendenza finanziaria. 23%
Bisogna dire che il sondaggio offriva anche altre due scelte, profondamente diverse, che hanno visto un certo successo, anche se minore:
- “Digital Nomad”: una scelta di vita libera, senza figli, fatta di ispirazioni artistiche. Una “Vita Pinterest” . 16%
- “Trophy Wife” Moglie trofeo. : una vita di benessere dipendenti dal ricco partner. 14%
Questo spostamento percentuale non è un’anomalia statistica, ma il sintomo di un’insofferenza verso quella che molti percepiscono come un’illusione. Il femminismo di facciata ha venduto il carrierismo spinto come entusiasmante e liberatorio, ma ha spesso consegnato esaurimento, rimpianti e una crisi demografica senza precedenti.
Tipicamente di estrazione conservatrice e spesso con solide basi cristiane, le tradwives abbracciano l’idea che una donna possa legittimamente scegliere di restare a casa, crescere i propri figli e curare il focolare domestico. La famiglia torna a essere il nucleo centrale della stabilità sociale e il capitale umano e la serenità del nucleo familiare sono i veri motori a lungo termine di una nazione.
Come sottolineato anche da Lara Trump in un recente intervento televisivo, il punto non è affatto rinchiudere le donne in casa o negare loro l’indipendenza. Al contrario, si tratta della libertà di riconoscere che la maternità e la famiglia non sono un ostacolo, ma possono rappresentare il traguardo più alto.
Queste donne sono diventate, inevitabilmente, calamite per l’odio e il giudizio mediatico da parte di una certa critica progressista che le etichetta frettolosamente. Eppure, questo movimento culturale merita di essere analizzato e celebrato, non disprezzato. Le tradwives non chiedono e non cercano la servitù domestica, ma pretendono che i ruoli di moglie, madre e casalinga vengano finalmente riconosciuti come opzioni valide, rispettabili e dignitose per la donna del XXI secolo.
Sotto questa luce, anche le tradwives sono femministe. La loro è un’affermazione di libertà: il rifiuto di essere semplici ingranaggi in un mercato del lavoro che divora il tempo, per tornare a essere il centro nevralgico della società. La famiglia non è una battuta d’arresto, ma la vittoria definitiva contro una cultura che ha cercato di ridefinire la femminilità allontanandola dalla sua natura più profonda.





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