Di chi sono le raffinerie di petrolio in Italia
da START MAGAZINE (Marco Dell’Aguzzo)

La maggior parte della capacità di raffinazione petrolifera dell’Italia è sotto controllo straniero. Ecco dove sono le raffinerie di petrolio in Italia, quanto producono e chi le controlla.
La crisi energetica scatenata dalla guerra all’Iran e il rischio di razionamenti di carburante hanno riportato l’attenzione sulla capacità di raffinazione, cioè la disponibilità di impianti in grado di trasformare il greggio in benzina, gasolio o cherosene. La fase di trasformazione del petrolio è il vero “nodo critico”, dato che la maggior parte delle attività economiche e i consumatori non utilizzano il greggio ma i suoi derivati.
L’Italia e l’Unione europea sono vulnerabili alla crisi nel golfo Persico perché questa regione vale oltre il 40 per cento delle importazioni di gasolio e di carburante per aerei a livello comunitario. A questo proposito, in una recente lettera ai paesi membri, il commissario per l’Energia Dan Jorgensen ha scritto che il blocco potrebbe avere difficoltà con gli approvvigionamenti a causa della “disponibilità limitata di fornitori alternativi e di capacità di raffinazione per specifici prodotti all’interno dell’Ue”.
Nell’Unione europea la capacità di raffinazione petrolifera è da tempo in crisi: sono poche, infatti, le raffinerie che riescono a raggiungere il break even point (la condizione di pareggio tra le entrate e le uscite), dovendo far fronte agli alti prezzi dell’energia e al pagamento delle quote di emissione di CO2. In Italia, nello specifico, il tema non è solo la riduzione della capacità ma la perdita della proprietà nazionale degli impianti. Come ha scritto su X l’analista Gianclaudio Torlizzi, quasi l’80 per cento della capacità di raffinazione italiana è sotto controllo estero.
Le raffinerie di Trecate e Falconara da IP a Socar (Azerbaigian)
Lo scorso settembre la compagnia petrolifera statale azera Socar ha annunciato la firma di un accordo per l’acquisizione della quasi totalità di Italiana Petroli, o Ip, gruppo italiano della raffinazione e della distribuzione di carburanti controllato dalla famiglia Brachetti Peretti. Ip possiede le raffinerie di Trecate (Piemonte) e di Falconara (Marche), dalla capacità complessiva di circa 10 milioni di tonnellate.
La raffineria di Sarroch da Saras a Vitol (Paesi Bassi)
Nel 2024 l’olandese Vitol, una delle principali compagnie di commercio di materie prime al mondo, ha acquisito Saras, l’azienda di raffinazione petrolifera fondata da Angelo Moratti.
Saras possiede la raffineria di Sarroch, vicino Cagliari: è uno degli stabilimenti più importanti dell’Europa meridionale, con una capacità produttiva di 15 milioni di tonnellate di greggio all’anno.
La raffineria di Priolo a Goi Energy (Cipro)
Nel 2023 la società di private equity cipriota Goi Energy ha acquistato dalla compagnia petrolifera russa Lukoil la raffineria Isab di Priolo Gargallo, in Sicilia.
Isab è la raffineria più grande d’Italia: circa 16 milioni di tonnellate all’anno, vale da sola un quinto dell’intera capacità di raffinazione nazionale.
La raffineria di Augusta a Sonatrach (Algeria)
La compagnia petrolifera statale algerina Sonatrach è la proprietaria della raffineria di Augusta, in Sicilia, dalla capacità di oltre 9 milioni di tonnellate all’anno.
Per l’Italia, l’Algeria è anche la maggiore fornitrice di gas naturale via tubo, soddisfando oltre il 30 per cento della domanda nazionale.
– Leggi anche: L’Italia vuole gasarsi con l’Algeria (e batte sul tempo la Spagna?)
La raffineria di Milazzo a ENI e Q8 (Kuwait)
In Sicilia si trova anche la raffineria di Milazzo, dalla capacità di 10 milioni di tonnellate all’anno. La proprietà è divisa al 50 per cento tra Eni e Kuwait Petroleum, la compagnia petrolifera nazionale del Kuwait.
Le raffinerie sotto controllo italiano: Sannazzaro, Taranto e Livorno
Le raffinerie petrolifere presenti sul territorio italiano e di proprietà italiana sono quasi tutte di Eni, il cui azionista di controllo è il ministero dell’Economia: sono gli stabilimenti di Sannazzaro de’ Burgondi (Lombardia; 10 milioni di tonnellate all’anno), di Taranto (Puglia; 6,5 milioni di tonnellate all’anno) e di Livorno (Toscana; 4 milioni di tonnellate).
Entro il 2026, però, la raffineria di Livorno verrà convertita in bioraffineria, cioè uno stabilimento dedicato alla trasformazione degli scarti agroalimentari in biocarburanti: sarà la terza, dopo quelle di Venezia e di Gela. Anche alcune unità dell’impianto di Sannazzaro verranno dedicate alla bioraffinazione.
Un’altra, piccola, raffineria italiana è quella di Alma Petroli a Ravenna, specializzata nella produzione di bitumi.
L’analisi di Carollo (ex-ENI)
Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex-dirigente di Eni Salvatore Carollo ha detto di temere “la perdita di capacità di raffinazione. In vent’anni l’abbiamo dimezzata […]. Molti impianti in Italia o sono stati venduti agli stranieri o sono in trasformazione in bio: la conseguenza è il calo della produzione di benzina e gasolio e quindi una maggiore dipendenza dagli acquisti sul mercato”.
L’Italia potrebbe dunque ritrovarsi a far fronte alla “concorrenza americana per i prodotti petroliferi”, ha spiegato Carollo. Questo perché gli Stati Uniti sono in difetto per “5-6 milioni di capacità di raffinazione per benzina, gasolio e jet fuel. Con la riduzione della raffinazione in Europa, hanno difficoltà a importare questi prodotti. Per questo Trump ha incontrato il ceo di Trafigura, che gestisce la raffineria di Priolo, e quello di Vitol, che possiede la ex Saras”.
FONTE: https://www.startmag.it/energia/raffinerie-petrolio-italia-dove-sono-proprieta/





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