Il conto della guerra con l’Iran: gli Stati Uniti restano a corto di missili
di L’ANTIDIPLOMATICO (Redazione)

Il Pentagono ammette: per ricostruire le scorte di intercettori serviranno anni, non mesi
C’è un dettaglio tecnico che spesso sfugge alle cronache di guerra, un particolare che i bollettini trionfali e le dichiarazioni roboanti tendono a oscurare. Ed è un dettaglio che ha il sapore dell’acciaio, del carburante solido e della logistica. A parlare, davanti al Comitato per i Servizi Armati della Camera dei Rappresentanti, non è stato un politico in cerca di consenso, ma un tecnico: il tenente generale Heath Collins. Lui dirige l’Agenzia per la Difesa Antimissilistica, la MDA. Sa esattamente cosa c’è dentro i depositi, sa quanti proiettili escono ogni giorno dalle linee di produzione. E sa anche che il ritmo con cui si svuotano i magazzini non ha nulla a che vedere con quello con cui si riempiono.
Durante l’audizione, Collins ha usato un tono da ingegnere, non da guerrafondaio. Ha spiegato che ci vorranno anni per rimpiazzare le munizioni consumate in appena un mese e mezzo di ostilità contro l’Iran. Una finestra temporale che stride con la percezione di onnipotenza militare che spesso circonda il Pentagono e che Trump cerca di ostentare in maniera alquanto goffa.
La guerra di cui parliamo è scoppiata lo scorso 28 febbraio. La guerra congiunta scatenata da Stati Uniti e Israele ha colpito obiettivi sensibili in territorio iraniano, Teheran compresa, mietendo vittime tra i civili. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: una pioggia di proiettili diretta sia verso il territorio israeliano che verso le installazioni americane sparse in Medio Oriente. Il dato che dovrebbe far riflettere è la densità di fuoco nei primi giorni. La risposta iraniana è emblematica della guerra moderna: il settanta per cento erano droni a basso costo, sciami di velivoli economici progettati per saturare e mandare in tilt le difese più sofisticate e costose del mondo.
E ci sono riusciti. Per abbattere quella nuvola di minacce, le forze schierate nel Golfo Persico hanno dovuto consumare, in sole novantasei ore, seicentodiciotto missili Patriot PAC-3. Il Patriot è lo scudo per eccellenza, l’intercettore associato alla protezione delle città e delle basi. Ma ogni volta che un sensore si attiva e un razzo parte, si sta bruciando un pezzo di arsenale che richiede mesi, se non anni, per essere sostituito con la calma della catena di montaggio.
Il quadro, dopo trenta giorni di conflitto, è quello dei depositi quasi vuoti. Il conteggio degli intercettori utilizzati ha superato le duemilaquattrocento unità. Facendo un rapido calcolo con le stime prebelliche, che fissavano la riserva strategica attorno ai duemilaottocento missili, emerge una verità scomoda per gli USA: le difese aeree di Washington e dei suoi alleati nella regione sono oggi pericolosamente scoperte. Si è raschiato il fondo del barile proprio nel momento di massima tensione. Il generale Collins ha promesso che il Pentagono fornirà una cifra esatta sui tempi di recupero nelle prossime settimane, ma il concetto di “processo lento” in un contesto di linee produttive già attive ventiquattro ore su ventiquattro la dice lunga sulla complessità industriale della difesa.
E mentre nei corridoi del Congresso si fanno i conti con la cruda realtà dei magazzini vuoti, dalla Casa Bianca arrivano segnali che definire contraddittori è un eufemismo. C’è una guerra in corso, con i radar che faticano a distinguere un drone da un uccello, eppure la diplomazia sembra muoversi su un piano parallelo e altrettanto caotico. Donald Trump aveva annunciato con enfasi un cessate il fuoco bilaterale di due settimane con l’Iran. Pochi giorni dopo, la voce del suo vicepresidente, J.D. Vance, ha gelato le aspettative: nessun accordo è stato siglato in quel di Islamabad.
Il contrasto più stridente, però, è quello tra la testimonianza tecnica del generale Collins e la retorica presidenziale. Settimane fa, sempre a suon di post sulla sua piattaforma Truth Social, Trump aveva dipinto uno scenario di opulenza bellica quasi infinita. Gli Stati Uniti, scriveva, avevano scorte “praticamente illimitate”, capaci di sostenere guerre “eterne” e vincerle tutte grazie a una supposta superiorità tecnologica schiacciante. Un arsenale inesauribile, una sorta di cornucopia della distruzione.
La realtà raccontata dal direttore dell’Agenzia Antimissile riport gli USA con i piedi per terra e smonta la retorica trumpiana. Appena sei settimane di guerra ad alta intensità, contro un avversario che utilizza tattiche asimmetriche e droni economici, hanno messo a nudo un tallone d’Achille della macchina bellica nordamericana: la fragilità della catena di approvvigionamento in un conflitto reale.
L’incertezza sul cessate il fuoco, con la Casa Bianca che corregge sé stessa nel giro di poche ore, non fa che aggravare questa sensazione di precarietà. Mentre i negoziatori cercano di capire se e dove incontrarsi di nuovo dopo il Pakistan, i magazzini restano vuoti, e le fabbriche, per quanto attive, hanno ritmi che non possono competere con la velocità di un missile in volo. Il conto presentato al Congresso è chiaro: la potenza militare, per quanto tecnologicamente avanzata, non è né infinita né immediatamente rigenerabile. E in quelle poche settimane di fuoco sul Golfo Persico, gli Stati Uniti ha consumato anni di produzione industriale, con buona pace dei proclami di Donald Trump.





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