L’equivoco
di FERDINANDO PASTORE (Pagina Facebook)

L’iniziativa di Rifondazione comunista di avvicinarsi, senza neanche troppi paletti discorsivi, al cosiddetto Campo Largo, che per ora si configura come un’indoratura del vecchio spirito ulivista, ha riacceso abituali dispute sul sesso degli angeli. Tra orfani di un qualsiasi protagonismo parlamentare, puristi della teoria rivoluzionaria e artisti disillusi, la contesa si fa sempre più accanita. Ma in questa alternanza di accuse reciproche tra “settari” e “opportunisti” manca, troppo spesso, un approfondimento sulla realtà del nostro sistema istituzionale e sulle dinamiche sociali che dovrebbero definire la sostanza della nostra democrazia.
È ormai acclarata l’inefficacia dell’azione di governo sotto il cappio dei vincoli esterni. Quello atlantico della Nato e quello comunitario dell’Unione Europea. Si potrebbe addirittura affermare che, in questo preciso momento storico, e in maniera paradossale, vista l’atmosfera di guerra che l’umanità sta via via respirando, il vincolo di affiliazione internazionale sembra essere il meno condizionante. Difatti il campo internazionale dispiegato sulla realtà multipolare permette significative deviazioni dal protocollo atlantista, come sta dimostrando la Spagna di Sanchez.
Ma resta il fatto che l’apposizione delle condizionalità alle azioni di governo lasciano pochissimi spazi di manovra, soprattutto per ciò che concerne eventuali scelte politiche in controtendenza rispetto agli indirizzi di bilancio stabiliti dalla costituzione economica neoliberale. La persistenza della ferrea volontà di mantenere in vita il Patto di Stabilità nonostante la più grande crisi energetica degli ultimi decenni dimostra, ancora una volta, l’irriformabilità delle leggi di funzionamento dell’Unione.
In più, il nostro retaggio politico-culturale, dopo anni di propaganda sull’efficientismo d’impresa e sulla modernizzazione data dalla verticalizzazione delle istituzioni che non si devono perdere in noiose convergenze parallele, non concepisce più l’azione politica se sganciata dall’obbligo di aspirare al governo del Paese, in una contrapposizione completamente artefatta della disputa politica, perché totalmente disarcionata dalla realtà sociale del Paese. La cosiddetta società civile, quella che determina il giudizio di presentabilità delle varie forze politiche di destra e di sinistra, non fa che da megafono a quella che è stata definita “giustizia di mercato”. In poche parole, il diritto degli investitori privati e internazionali a veder fiorire il proprio profitto.
Il vincolo della “giustizia di mercato” assolve al compito primario di mettere pressione all’azione di governo perché siano rispettate le condizioni minime di agibilità per gli investimenti, pena l’accusa di dirigismo autarchico, di allontanamento dalla civiltà democratica e dei diritti umani. Ebbene, proprio per questo motivo, la discussione tra comunisti in cerca di posti al sole e dissenzienti in attesa di Godot non coglie, a mio parere, l’essenza della crisi di rappresentanza della politica, come dimostra l’altissima astensione in occasione di ogni tornata elettorale, e cioè la ricostruzione di una cultura d’opposizione sociale, con forze politiche che non aspirino alla conquista del governo, ma bensì che puntino alla conquista dello Stato.
I neoliberali, tra gli anni Ottanta e Novanta, non si limitarono ad esprimere governi; si decisero a monopolizzare egemonicamente l’intero apparato statale, anche nelle sue diramazioni culturali, simboliche e filosofiche, avviando una vera e propria opera di pedagogizzazione della società sui ritmi concorrenziali, caratteristici di una futura buona cittadinanza. Motivo per cui espansero la loro mentalità dalla mera contabilità economica alla più strutturata dimensione antropologica. Oggi, al contrario, la conquista dell’egemonia non sembra interessare alle forze di opposizione e del dissenso. Da un lato ci si rinchiude in fortini inespugnabili, dall’altro si apre ad alleanze inconcludenti senza alcuna contropartita programmatica.
Occorrerebbe, al contrario, contrapporre al canovaccio ideologico regolato dai Trattati, una nuova pressione sociale capace di strutturare politicamente il conflitto sociale e che sappia riconsegnare unità politica alle classi subalterne. Una forza politica, dunque, che non cresce per sommatorie parlamentaristiche, ma che avanza strategicamente per una capacità di interpretazione del conflitto, nei luoghi in cui esso sorge, e che si prefiguri il compito di assecondare le energie sviluppate spontaneamente nella lotta sociale e che resti stabilmente all’opposizione della governamentalità economico, politico, sociale e ideologica del neoliberalismo. Solo in questo quadro di azione, un dialogo con le forze parlamentari, penso ai 5Stelle, potrebbe essere almeno presentabile.
È con una ritrovata cultura di opposizione, dunque, che si potrà scardinare la logica retorica del bipolarismo. Quella che ancora oggi, in maniera del tutto manipolatoria, si nutre di un antifascismo infettato di moralismo narrativo in grado di evitare scientificamente riflessioni compiute sulle cause storiche che portarono alla nascita del fascismo internazionale e che oggi stanno portando al consolidamento della nuova internazionale nera e della guerra, quale strumento strutturale di risoluzione della crisi dell’Occidente collettivo. Cause tutte da ricercare nell’accecata adesione ottimistica alla liberalizzazione illimitata dei mercati e alla globalizzazione finanziaria, anche nella sua versione dottrinaria più progressista. Solo con questa riappropriazione si potranno, dunque, espugnare le casematte della civiltà dei mercati e si potrà contemplare una reale trasformazione della mentalità collettiva.
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