Rapporti e dinamiche nel Golfo
da TERMOMETRO GEOPOLITICO (Filippo Bovo)

La prosecuzione del conflitto mette a nudo le fragilità delle catene del valore che si dipartono da Hormuz, e potenzialmente anche da Bab el-Mandeb; e così pure delle economie che vi dipendono per il loro sostentamento, a cominciare da quelle a monte, nella regione del Golfo. Risorse energetiche, ma anche materie prime essenziali per la produzione dei fertilizzanti o l’elio, insostituibile per almeno due fasi produttive dell’industria dei semiconduttori, non possono oggi essere vendute in quantità apprezzabili, o addirittura del tutto, dai paesi della regione; e latitano, in egual misura, nel paniere dei paesi compratori, che ne sono largamente dipendenti, dall’Europa all’Asia, dall’Africa alle Americhe. Per tutto il Pianeta, una regione come il Golfo appare oggi più che mai insostituibile.
Alla luce di tutto questo, la richiesta degli EAU agli USA di linee di swap per coprire i loro bilanci, presto destinati a restare a corto di dollari, prima che Abu Dhabi di vedersi obbligati a vendere le loro risorse in yuan e in altre valute, non appare certo un fulmine a ciel sereno. Sin qui gli EAU sono stati, col Bahrain, i più ferrei alleati di Washington, e pure di Israele. Sono stati, ad esempio, gli unici in tutta la Penisola ad aver firmato gli Accordi di Abramo, dando loro pieno corso, e ad intrattenere una linea piuttosto distesa con Tel Aviv anche dallo scoppio della guerra del 7 ottobre, e così pure in quella attuale, quantomeno finora.
Recentemente, con una linea di swap al Bahrain, gli EAU hanno di fatto pavimentato la strada per un’annessione morbida di Manama, contendendola all’influenza di Riyad, loro crescente avversaria regionale. Il piccolo Bahrain, caso quasi unico nella Penisola, non vanta grandi risorse energetiche: le sue garanzie, per la copertura finanziaria di Abu Dhabi, consistono semplicemente in se stesso.
Quando, tra il 1971 e il 1973, l’Inghilterra pose fine al protettorato sull’allora Costa dei Pirati, molti dei piccoli emirati locali decisero di dar vita agli odierni EAU, tranne il Qatar e il Bahrain che invece optarono per stare da soli: ma mentre il primo è un “nano politico e gigante energetico”, il secondo è un “nano e basta”. Retto per di più da una dinastia sunnita che, per difendersi dalla maggioranza sciita dei suoi concittadini, a dir poco ostile, s’avvale di militari e poliziotti spesso reclutati all’estero – in Egitto, Siria, Yemen e così via – oltre che sulle forze di polizia del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), di fatto saudite. Vedremo in futuro come sarà per l’agire di quest’ultime: probabilmente, costituiranno a tempo debito il nerbo di una controffensiva saudita tesa a strappare di nuovo il piccolo emirato dal controllo dei rivali di Abu Dhabi, prima che lo satellizzino al punto tale da renderlo uno spina nel fianco di Riyad più di quanto già possa esserlo di sé.
Vediamo in ogni caso che questa guerra, con le sue contropartite economiche, sta portando la faida tra Arabia Saudita ed EAU anche in seno allo stesso CCG, laddove fino a pochi mesi fa era rimasta al confine, nello Yemen meridionale, con la guerra civile tra Consiglio Presidenziale filo-saudita e Consiglio di Transizione Meridionale filo-emiratino. In altri teatri, invece, e sempre con forte intelligenza israeliana, gli EAU si sono scontrati indirettamente dal Somaliland al Sudan, dalla Libia al Ciad, e oltre.
Tuttavia, il peso dello scontro con Riyad, che accusa a sua volta le conseguenze del conflitto all’Iran, seppur non ancora al livello di Abu Dhabi, per quest’ultima si va facendo sempre più insostenibile. La richiesta di una copertura finanziaria agli USA, giacché tale è, nell’odierno scenario di guerra si presta così a molteplici letture. Da una parte è una chiamata in soccorso, perché certe politiche si vanno facendo sempre più insostenibili per Abu Dhabi, al punto da mettere a rischio anche gli stessi interessi americani e non solo più emiratini, e non limitatamente alla Penisola o al Medio Oriente. Dall’altra, però, è anche un test per saggiare, nell’attuale fase del conflitto, il livello d’affidabilità del “grande alleato” d’oltreoceano, visto che l’ipotesi di sfruttare “Piani B” per la propria sopravvivenza politica ed economica, e strategica in senso più ampio, appare a questo punto sempre più plausibile. Fin qui, con Washington e Tel Aviv, gli EAU hanno intessuto una “alleanza consortile”, e così pure ha fatto l’India, quarto membro di un consorzio d’interessi che, fino al 28 febbraio, appariva davvero in buona salute.
Ma proprio come New Delhi è stata significativamente costretta a rivedere i suoi piani, gravata dalla sua forte dipendenza dall’energia del Golfo, così pure gli EAU, che ne sono grandi fornitori, si vedono oggi obbligati a far altrettanto. Ancor più se, oltre all’energia, per entrambi a soffrire sono pure altri settori economici che in modo diretto od indiretto vi fanno affidamento, dall’industria alla finanza, fino alla logistica e quant’altro. Più questo conflitto prosegue, più certe solide certezze, come alcuni legami che si davano ormai per forti ed indiscutibili, possono venir rimessi in discussione. Non a caso, nel richiedere agli USA quell’assistenza finanziaria, gli EAU hanno ricordato che è stata proprio Washington ad aver voluto e iniziato la guerra: non solo un invito alla responsabilità, ma anche un promemoria che serve da avviso.
Fonte: https://www.facebook.com/filippobovo83
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