Pino Arlacchi, ex sottosegretario generale delle Nazioni Unite, già senatore ed europarlamentare e figura di spicco nella lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, autore di un recente saggio dedicato alla Cina edito da Fazi, ha deciso di scendere in campo per la massima carica dell’Onu. La sua candidatura alla successione di António Guterres – il cui mandato scade a fine anno – non è quella di un diplomatico di carriera che chiede l’appoggio delle grandi potenze, ma di un «rappresentante del grande Sud» che punta a mobilitare la maggioranza globale dell’Assemblea Generale per una vera e propria rifondazione dell’organizzazione. Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda in merito.
Professor Arlacchi, ci racconti: come mai ha deciso di candidarsi alla Segreteria dell’Onu? E la domanda che crediamo le faranno tutti: quali chance concrete ci sono che questa candidatura possa andare in porto?
“La decisione è nata dalla frustrazione per il vuoto completo dell’azione delle Nazioni Unite nelle crisi degli ultimi anni, in grandi crisi come quella ucraina. Ho pensato di mettere a disposizione non la candidatura di un singolo Paese, ma la mia candidatura per il Sud Globale. Voglio dire: la maggioranza globale all’Assemblea Generale dell’ONU, ormai da molti anni, è una maggioranza che si esprime regolarmente ed è composta da Paesi del Sud globale – non europei e non occidentali. Quindi io rappresenterei il grande Sud. I candidati che ci sono finora sono molto deboli. Ce n’era soltanto uno che era partito forte, poi si è indebolito fino al punto da azzerare le sue chance: è Grossi, il direttore dell’Agenzia Atomica, che però è italo-argentino ed è sostenuto da Trump tramite Milei. Oggi, vista la reazione di rigetto verso Trump nel sistema internazionale, e vista l’Argentina strettamente associata a Trump, in pratica Grossi si è azzerato. C’era poi l’altra candidata latinoamericana, l’ex presidente del Cile, Michelle Bachelet, che era una candidata sicuramente forte ma che è stata sconfessata dal suo governo, cambiato in questi mesi.
E qui entra in gioco la sua candidatura…
“Viene percepita come una vera alternativa. Finalmente la maggioranza globale esiste nei fatti: da anni ha la possibilità di avere un suo candidato con un programma di riforma – anzi, di rifondazione – delle Nazioni Unite. Questo è il fondamentale”.
Nella sua idea, l’Assemblea Generale diventerebbe un vero e proprio Parlamento mondiale con dei poteri esecutivi. Come può configurarsi?
“L’attuale sistema dell’ONU non è democratico: è insieme democratico e autoritario, fatto di due pezzi incompatibili. Da un lato un’Assemblea Generale basata sul principio – rivoluzionario – «uno Stato, un voto», cioè il massimo possibile: sullo stesso piano ci sono San Marino, la Cina e gli Stati Uniti. Dall’altro lato, un Consiglio di Sicurezza che non ha nessun rapporto con l’Assemblea Generale, formato dalle cinque potenze che hanno vinto la guerra 81 anni fa e che hanno potere di veto su qualunque atto delle Nazioni Unite. Io voglio riformare l’ONU perché esistono cinque articoli della Carta che prevedono il diritto di veto – il veto su qualunque tentativo di riforma dell’organizzazione. È ovvio che una simile assurdità era macroscopica fin dall’inizio, ma ogni tentativo di cambiamento è fallito a causa del diritto di veto che uno dei membri del Consiglio di Sicurezza può esercitare su qualunque proposta. La mia proposta è questa: che non ci sia più un solo candidato proposto dal Consiglio di Sicurezza all’Assemblea Generale per l’approvazione, ma una rosa di candidati che consenta all’Assemblea Generale di esercitare il suo diritto scavalcando il prevedibile veto degli Stati Uniti”.
Cioè? Si spieghi meglio.
“Oggi, per eleggere il Segretario Generale dell’Onu, il meccanismo è questo: il Consiglio di Sicurezza, dove vige il diritto di veto, sceglie un solo candidato e lo propone all’Assemblea Generale. L’Assemblea può solo dire sì o no, ma nella pratica lo approva quasi sempre. In questo modo gli Stati Uniti – o qualunque altra delle cinque potenze – possono facilmente imporre o bloccare quel singolo nome con il veto. La mia proposta è questa: invece di presentare un solo candidato imposto dal Consiglio, si porti all’Assemblea Generale una rosa di candidati. Così l’Assemblea, dove vale il principio “uno Stato, un voto”, può davvero scegliere tra diverse opzioni. Si scavalca in questo modo il veto prevedibile degli Stati Uniti (o di altri) su un nome sgradito”.
Ecco, è un punto interessante. Si aspetta anche il sostegno di qualche grande potenza?
“Io penso che sia difficile che Cina e BRICS non possano sostenere questa via, questa mia candidatura perché dà a loro la possibilità di guadagnarsi la maggioranza dell’Assemblea Generale e quindi di governare il sistema delle Nazioni Unite. Inoltre, io propongo di applicare alcuni articoli della Carta che non sono mai stati applicati e che consentono al Consiglio esecutivo – al futuro Consiglio chiamiamolo ‘della pace’ – di intervenire con efficacia sia nella prevenzione dei conflitti che nel mantenimento della pace. Questa è la cosa fondamentale: le Nazioni Unite delle origini erano uno strumento attivo ed effettivo di mantenimento della pace. Questo vuol dire formare una forza armata stabile e permanente a disposizione dell’Assemblea Generale e del Consiglio della Pace, adeguatamente addestrata – insomma, un upgrading degli attuali caschi blu, che agirebbero in modo molto più forte nelle aree di crisi”.

Lei ha scritto che con questa sua riforma si potrebbero evitare altre Gaza. Davvero?
“Assolutamente. Anche l’Ucraina. Questa mia proposta significa l’attivazione degli strumenti delle Nazioni Unite non appena iniziano a verificarsi i sintomi di un genocidio. Per esempio, durante il mio mandato precedente avevo istituito un piccolo ufficio di prevenzione del genocidio. I genocidi non nascono come esplosioni improvvise di violenza interetnica. I genocidi sono attività ben pianificate da minoranze che manifestano segnali premonitori precoci. Ci sono quattro o sei indicatori di genocidio che consentono di prevenirli o di intervenire efficacemente quando sono appena iniziati. Il caso più grave che abbiamo è quello del Ruanda ’94, dove tutti i segnali che la furia omicida stava per scatenarsi erano presenti, e furono captati dal contingente dei caschi blu presenti sul posto, che avevano tutte le possibilità e i mezzi per soffocare sul nascere l’esplosione della violenza, ma non intervennero perché non ottennero l’autorizzazione da New York”.
Finì in maniera tragica.
“850.000 persone massacrate in 100 giorni a colpi di machete. Questo è l’esempio più grave di impotenza e inefficienza delle Nazioni Unite: un massacro che, con la rifondazione e le misure che propongo, non si sarebbe verificato. Lo stesso non si sarebbe verificato a Gaza. Nel momento in cui la Palestina diventasse uno Stato membro, essa potrebbe invocare l’articolo 51 e il diritto di autodifesa, e le Nazioni Unite potrebbero intervenire a difesa della popolazione civile. Se c’è una minaccia, si interviene immediatamente con un contingente adeguato e armato per difendere la popolazione palestinese”.
Ma le grandi potezne – e non solo – permetteranno tutto questo? O è utopico?
“Non è affatto impossibile. Prenda il caso ucraino: una forza di interposizione di garanzia degli accordi di Minsk – stiamo parlando di un bel po’ di anni prima dell’invasione russa del 2022 – avrebbe imposto l’osservanza di quegli accordi anche nei confronti di una delle parti che le aveva sottoscritte in malafede. Abbiamo saputo dopo, infatti, che gli accordi di Minsk erano stati sottoscritti e garantiti dall’Unione Europea e da alcune potenze europee solo per prendere tempo e permettere a Kiev di armarsi, come ha dichiarato Angela Merkel. Non si sarebbero consentiti la violazione di quegli stessi accordi e gli attacchi alla popolazione dell’Ucraina da parte del governo centrale di Kiev”.
Possiamo dire che senza questa sua – più che riforma, rifondazione – l’Onu rischia sempre di più di avere un ruolo marginale. È una questione di sopravvivenza?
“Questo è l’unico modo per prevedere con precisione le modalità di intervento effettivo di una forza di pace assolutamente operativa. Cosa sta succedendo in Libano? Che cosa ci stanno a fare i militari Unifil in tutte queste missioni? Sono bersaglio della violenza delle parti senza poter rispondere, senza poter svolgere il loro ruolo. A quel punto sarebbe stato meglio mandare una forza umanitaria e non dei soldati. I soldati che vanno in un teatro di guerra devono poter agire come soldati, non come una forza di interposizione civile-umanitaria che svolge compiti umanitari. Serve una forza “peace enforcement”
Visto che lei ha dalla sua una grande esperienza come sottosegretario generale e ha ottenuto risultati importanti anche nell’ambito della lotta al narcotraffico, da quell’esperienza importante, cosa potrebbe applicare oggi – poi – alla guida dell’ONU?
“Il capitale morale delle Nazioni Unite serve per prevenire i conflitti e risolvere le crisi. Se soltanto una parte di questo capitale si traduce in forme concrete di intervento, la sicurezza del mondo può migliorare drasticamente. Tutto questo è stato costruito nel ’45 da uomini e donne che avevano subito due guerre mondiali e che avevano in testa l’idea che i massacri della prima metà del Novecento non dovessero più succedere, dove tra una cosa e l’altra sono morte 80 milioni di persone – tra guerra, dittatura, campi di sterminio… siamo arrivati a cifre spaventose.
La creazione dell’Onu aveva questo scopo: rendere impossibile la guerra. Non si arrivò a proibire la guerra formalmente come si era tentato di fare già negli anni Trenta con il trattato… certo, nelle discussioni di San Francisco che portarono poi alle Nazioni Unite si discusse molto della cosiddetta “guerra giusta”. Esistono guerre giuste? Certo, nei confronti di Hitler non si poteva andare lì offrendogli tè e biscotti. Queste sono soltanto delle sciocchezze che vengono dette anche da commentatori importanti. L’intervento delle Nazioni Unite non deve iniziare quando scoppia un conflitto. L’articolo 2 proibisce addirittura le minacce, che possono provocare immediate sanzioni da parte del sistema”.
Abbiamo parlato sin qui di come evitare guerre e genocidi. Quali sono gli altri temi prioritari? Il disarmo?
“Le Nazioni Unite agiscono sia sulle forze che rafforzano la pace globale sia su quelle che alimentano le guerre. Il discorso del disarmo è fondamentale: stava proprio in cima alle preoccupazioni dei costituenti di San Francisco. Quanto all’ applicazione del trattato di non proliferazione, i cinque paesi nucleari non l’hanno mai attuato. L’Assemblea Generale, se decide di essere davvero sovrana, ribadisce e impone alle cinque potenze nucleari di disarmare. Faccio un esempio concreto: i presidenti americani dichiarano di voler abolire le armi atomiche – Reagan, Obama e perfino Trump all’inizio del secondo mandato – e ogni presidente nucleare dice la stessa cosa, come Gorbaciov. Poi c’è la tematica dello sviluppo: la Cina insiste sullo sviluppo sociale ed economico; la riduzione della povertà è lo strumento cardine per garantire la pace e scoraggiare la guerra, poiché le pulsioni nazionaliste e guerresche verso l’esterno si aggravano in parallelo al disagio economico e alla disoccupazione, soprattutto giovanile. Questa è l’esperienza: i conflitti nel mondo nascono molto da queste cause fondanti. Per rimuovere le cause, non andrei oltre questi punti perché c’è il problema del sovraccarico di responsabilità e aspettative, che poi provoca quella reazione di delusione e sconcerto”.
Un’ultima domanda: si aspetta anche un sostegno – abbiamo parlato ovviamente del Sud globale – ma, visto che siamo in Italia, un sostegno anche del governo italiano prima o poi?
“Se c’è, ben venga, ma non è essenziale. Perché l’Italia nell’Assemblea Generale conta uno. Sono molto più interessato al voto del Sud Globale”.






Commenti recenti