“NO ALL’INVASIONE DI TERRA” – “Putin ha ‘scoperto’ la narrazione di Trump sull’Iran” – Intervista al Generale Marco Bertolini
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Max Ferrario, Marco Bertolini)

Ieri Trump e Putin si sono parlati al telefono. Il presidente russo ha assicurato un giorno di tregua in Ucraina. Ma ha lanciato un messaggio a Trump
Nel giorno in cui Trump rivendica la sconfitta dell’Iran e chiede la riapertura dello Stretto di Hormuz, il generale Marco Bertolini conferma che il bersaglio vero degli americani non è solo Teheran, ma Pechino. “In fin dei conti ci stiamo logorando tutti, tranne gli USA”, osserva. L’ex comandante del Comando operativo di vertice interforze vede nello stallo sul Golfo una partita più ampia: energia, deterrenza missilistica, rapporti con le monarchie arabe, isolamento dell’Europa e scadenze elettorali americane. E sull’Iran invita alla prudenza: non è al collasso. Ieri, al termine di una lunga telefonata, Vladimir Putin ha garantito a Trump una tregua in occasione del Giorno della vittoria, il 9 maggio, festa nazionale in Russia. L’idea sarebbe stata del presidente americano. I due avrebbero convenuto che una soluzione alla guerra in Ucraina sarebbe “vicina”. Putin, dal canto suo, ha messo in guardia Trump sul fronte iraniano: niente operazioni di terra.
Generale, nel corso della telefonata Putin ha dichiarato che un’operazione di terra in Iran sarebbe inaccettabile e pericolosa. Di fatto ha dissuaso Trump da un proposito del genere, di cui si è parlato per giorni.
Le dichiarazioni di Putin dimostrano che il presidente russo ha colto il punto: l’indecisione di Trump. Il presidente USA non è sicuro del suo fronte interno, ossia gli Stati Uniti, non è sicuro di ciò che hanno in mano gli iraniani, e probabilmente neanche delle reazioni cinesi e russe. A Trump per ora va bene il blocco navale, ma temo che intenda pensare a un successo militare da mettere sul piatto. Evidentemente lo ha capito anche Putin. Ma è un’opzione con la quale Trump rischia di giocarsi il futuro, soprattutto se gli USA riportassero troppe perdite.
Per Trump l’Iran è al collasso e Teheran avrebbe chiesto agli USA di riaprire lo Stretto di Hormuz. Una lettura credibile?
Intanto bisogna partire dal modo in cui Trump comunica. Lui può contare, diciamo così, su una sorta di monopolio della comunicazione. Se l’Iran dicesse: “Stiamo vincendo la guerra”, non gli crederebbe nessuno. Se lo dice Trump, invece, molti tendono a credergli. E lui su questo costruisce la sua narrativa: l’Iran sarebbe vicino alla sconfitta, gli Stati Uniti starebbero per avere la meglio. È un modo di comunicare molto trumpiano, che ribalta anche il paradigma della diplomazia, la quale, normalmente, serve a sfrondare i rapporti dagli elementi personali, emotivi, propagandistici. Lui fa il contrario: li porta al centro. Anche con immagini molto forti, a volte quasi sacrali, da “santone” che porta la luce. Però, ripeto, il punto è questo: non è detto che la crisi iraniana sia quella che lui descrive.
Cosa intende dire quando afferma che l’Iran non sembra davvero al collasso?
Per la verità, parlare di Iran al collasso mi pare relativo. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è reduce da un’attività diplomatica intensa: Oman, Pakistan, Russia. Non è il comportamento di un Paese che ha perso il controllo della situazione. Il fatto stesso che gli Stati Uniti continuino a dispiegare forze in Medio Oriente, con un ponte aereo continuo, dimostra che l’Iran deve ancora essere pressato. Se fosse davvero al collasso, non servirebbe tutta questa pressione.
In altre parole il blocco di Hormuz non serve solo a piegare Teheran?
È proprio questo il punto. Certo, l’Iran può essere messo in difficoltà. Ma gli Stati Uniti non dipendono in maniera decisiva dal petrolio del Golfo. Hanno altre fonti, hanno anche agito sul Venezuela, che come Stato ha le maggiori riserve mondiali. Credo che sia soprattutto per mettere in difficoltà la Cina che Washington sta esprimendo questa pressione sullo Stretto di Hormuz. Pechino è costretta ad attingere alle riserve; sono riserve enormi, ma più la situazione va avanti, più diventa problematica.
Vorrebbe dire che la crisi del Golfo colpisce più Pechino che Washington?
Esattamente. Noi siamo portati a leggere la crisi come un duello Stati Uniti-Iran. Ma il quadro è più ampio. L’Iran è coinvolto direttamente, ovvio. Però la pressione energetica passa anche dalla Cina. E poi, a lungo andare, colpisce anche l’Europa, forse più degli Stati Uniti. Perché gli USA, per ora, non sono logorati: hanno risorse, hanno una componente militare notevole nell’area, possono ancora presentarsi come forza risolutiva a livello globale. L’Europa, invece, non ha gli strumenti per contrastare davvero questa situazione.
Gli Emirati hanno annunciato l’uscita dall’OPEC. Quanto pesa questa scelta nella partita regionale?
Pesa moltissimo, perché gli Emirati sono una realtà centrale per capacità produttiva ed esportazione petrolifera. Io la leggo anche come un gesto di allineamento agli Stati Uniti. Si sono schierati armi e bagagli con Washington, contando sul fatto di avere uno sbocco sul Golfo di Oman, che consente loro di aggirare in parte lo Stretto. Questo cambia la geografia energetica e politica della regione e perfino gli equilibri con l’Arabia Saudita. E marginalizza l’Europa, che resta dentro la crisi, ma senza leve reali.
Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe chiesto ai suoi di prepararsi a un blocco prolungato dei porti iraniani. Non rischia di sfiancare anche l’Occidente?
Il rischio c’è. Più dura il blocco, più le ripercussioni arrivano anche in Occidente, soprattutto in Europa. Ma questo può perfino rientrare nei calcoli di Trump: non ha mai nascosto una certa insofferenza verso l’Unione Europea. Bisogna poi mettere tutto in sistema con l’Ucraina, con la Russia, con il Medio Oriente. È una scacchiera unica in cui una delle vittime principali rischia di essere proprio l’Europa.
Quanto può durare politicamente questa strategia per Trump?
Per ora può funzionare. Uno o due mesi, forse. Ma non oltre. Dal punto di vista economico gli Stati Uniti possono reggere meglio di altri, ma dal punto di vista politico c’è l’appuntamento delle elezioni di midterm. Trump deve arrivare a novembre con una guerra vinta, o almeno rivendicata come vinta. Anche se non fosse una vittoria vera e propria, con il suo monopolio della comunicazione potrebbe presentarla come tale. Ma se arriva a novembre con forze costosissime ancora dispiegate in Medio Oriente, una guerra senza sbocchi e un alleato israeliano in difficoltà, la situazione può diventare pericolosa. Tra parentesi: Putin questo lo ha capito benissimo.
Si parla molto di nucleare iraniano. Secondo lei è davvero quello il punto su cui Teheran non cederà?
Credo che, dal punto di vista militare, il punto vero sia la componente missilistica. L’Iran non può rinunciarvi. I suoi missili rappresentano una deterrenza quasi globale, in un certo senso simile all’arma nucleare per gli effetti politici che produce. Possono colpire le basi americane nell’area, le petro-monarchie del Golfo ostili a Teheran, Israele. Nessun Paese rinuncia alle armi di difesa che considera essenziali per la propria sicurezza. Sul nucleare l’Iran rivendicherà almeno l’arricchimento a fini civili. Ma sui missili non credo che cederà.
E sullo Stretto di Hormuz? L’Iran può davvero pretendere una forma di controllo?
Credo che cercherà di mantenerla a tutti i costi. Lo Stretto di Hormuz è un passaggio internazionale, ma è diviso tra acque iraniane e omanite. La costa meridionale è dell’Oman, un Paese non ostile all’Iran. Teheran punterà a un qualche tipo di controllo: non necessariamente totale, non necessariamente i pedaggi di cui si è parlato, ma almeno la possibilità di autorizzare o negare il passaggio a chi considera ostile. Poi, naturalmente, siamo in un campo in cui si contratta. Però finora queste trattative non hanno dato frutti.
C’è chi sostiene che gli Stati Uniti stiano aspettando perché hanno problemi di disponibilità missilistica. La convince?
Non credo che l’attendismo di Trump dipenda da questo. Gli Stati Uniti non sanno fino a che punto l’Iran sia disposto a concedere. E sanno che impegnarsi in una nuova guerra contro l’Iran avrebbe esiti imprevedibili. L’Iran ha ancora missili e la stessa postura americana lo dimostra: la flotta non è più dentro il Golfo Persico, ma nel Golfo di Oman. La riluttanza non nasce solo dai magazzini militari, ma dal rischio di una guerra che potrebbe sfuggire di mano.
Axios, però, dice che gli USA hanno un piano per “attacchi brevi e potenti”. Che significa?
Gli Stati Uniti è come se avessero caricato la molla: hanno portato in zona tre gruppi navali, 50mila uomini da combattimento, possono colpire pesantemente. Ma queste anticipazioni spesso lasciano il tempo che trovano: non raccontano quali sono gli obiettivi.
intervista di Max Ferrario al Generale Marco Bertolini
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