La guerra all’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, che sta impedendo lo sbocco sul mercato a un centinaio di milioni di barili di greggio, si stanno certamente rivelando vantaggiosi per l’industria petrolifera degli Stati Uniti. Meno positivo, però, è l’impatto complessivo sull’economia americana, dato l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Volano le esportazioni di petrolio e carburanti
La maggiore richiesta di petrolio dei paesi asiatici ed europei, che devono compensare la perdita delle forniture provenienti dal golfo Persico, ha trasformato gli Stati Uniti in esportatori netti di greggio per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale. Allo stesso modo, la domanda internazionale di carburanti ha fatto salire a livelli record le esportazioni americane di benzina, gasolio e jet fuel (il carburante per aerei, essenzialmente cherosene): la settimana scorsa gli Stati Uniti hanno esportato oltre 8,2 milioni di barili al giorno di carburanti, il 20 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Le compagnie petrolifere americane incassano; i consumatori, invece…
L’aumento delle esportazioni e i prezzi elevati – il Brent, il principale riferimento internazionale per il greggio, è sopra i 101 dollari al barile – potrebbero permettere alle società petrolifere americane di registrare nel 2026 un flusso di cassa aggiuntivo di 60 miliardi di dollari, ha scritto il Financial Times. Le compagnie oil & gas stanno guadagnando di più grazie alle vendite all’estero, insomma, ma l’amministrazione di Donald Trump non può festeggiare: nel paese i prezzi dei carburanti stanno crescendo, la benzina ha raggiunto i 4,5 dollari al gallone (il massimo da quattro anni), e il rincaro sta pesando su consumatori e imprese.
– Per approfondire: Chi perde negli Stati Uniti con la guerra del Golfo
Trump vieterà le esportazioni?
Pur non essendo esposti al rischio di un’interruzione delle forniture di greggio, essendone i maggiori produttori al mondo, gli Stati Uniti sono comunque toccati dalla crescita dei prezzi, che si ripercuote su quelli dei carburanti e infine sull’intera economia. L’abbassamento del costo della vita era stata una delle promesse principali del presidente Donald Trump, che deve tenerne conto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre: in sostanza, la sua politica estera sta entrando in conflitto con la politica interna, e il suo indice di gradimento ne sta risentendo negativamente.
Alcuni politici hanno proposto di vietare le esportazioni di petrolio e di carburanti in modo da mantenere questi combustibili fossili in patria e impiegarlo per la stabilizzazione dei prezzi. La Casa Bianca ha ripetuto più volte di non voler introdurre misure restrittive del genere, ma la situazione non è rosea: la benzina potrebbe raggiungere i 5 dollari al gallone e le scorte di gasolio (fondamentale per i mezzi agricoli e per il trasporto delle merci) sono ai livelli minimi da vent’anni.
Cosa faranno i petrolieri shale?
Nonostante la crescita dei prezzi del petrolio, le aziende estrattive americane specializzate nel cosiddetto shale oil – che non hanno la stessa taglia di colossi come ExxonMobil e Chevron – sono state caute: in passato sarebbero corse a trivellare per approfittare del momento favorevole; oggi, invece, hanno fatto intendere di volere stabilità prima di investire nell’aumento dell’output, temendo un ribasso del greggio nel giro di qualche settimana.
Tuttavia, vista la durata del conflitto fino ad ora e visti i danni riportati dalle infrastrutture energetiche del golfo Persico, anche se gli Stati Uniti e l’Iran dovessero trovare a breve un accordo per la fine della guerra, i prezzi del petrolio rimarrebbero probabilmente sopra gli 80 dollari al barile: è un valore ben più alto rispetto a quello del 2025, sui 69 dollari, e sufficiente a incentivare nuova produzione.
A questo proposito, Diamondback Energy – una delle aziende principali di shale oil – pensa che i petrolieri aggiungeranno fino a trenta nuovi pozzi nel bacino Permiano – il più grande campo petrolifero degli Stati Uniti e uno dei maggiori al mondo – entro la fine dell’anno. Si tratterebbe di un aumento delle attività di oltre il 10 per cento nel giro dei prossimi otto mesi che andrebbe a invertire la tendenza triennale di declino dei nuovi pozzi aperti.






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