Vi spiego le vere differenze tra Cina e Stati Uniti
da START MAGAZINE (Manlio Graziano)

La Cina ragiona su orizzonti secolari, gli Stati Uniti su cicli elettorali sempre più instabili: questo squilibrio temporale ridisegna il senso stesso del negoziato, mentre il summit Trump-Xi rischia di produrre effetti solo di breve durata. L’analisi di Manlio Graziano tratta da Appunti
Nel 1972, il governo della Repubblica Popolare Cinese stabilì tacitamente che Taiwan sarebbe «tornata alla madrepatria» entro il 2049, cioè settantasette anni dopo: un esempio eloquente dei tempi della pianificazione politica dei dirigenti di Pechino.
È plausibile, invece, che il capo del governo americano abbia modificato la propria – mi si consenta l’ossimoro – «pianificazione» politica almeno due o tre volte durante il suo viaggio da Washington verso la capitale cinese, a seconda di chi gli si fosse seduto accanto.
Per i leader della Città Proibita, la preparazione del vertice tra Xi Jinping e Donald Trump deve essere stata un rompicapo in grado di mettere alla prova le loro più consumate abilità politiche e diplomatiche.
Per chiunque, «negoziare» (anche qui, le virgolette sono d’obbligo) con il padrone della Casa Bianca è un’esperienza tanto dura quanto futile.
Lo sanno i canadesi, che hanno concluso nel 2020 un nuovo accordo commerciale con l’amministrazione Trump, per poi ritrovarsi, cinque anni dopo, sommersi da nuovi dazi americani imposti in violazione di quell’accordo, come castigo per non aver voluto graziosamente acconsentire a diventare il 51° Stato della federazione e perfino per aver ritrasmesso un discorso di Ronald Reagan a favore del libero scambio.
Lo sanno gli europei che, dopo aver sottoscritto nel luglio 2025 un’intesa secondo cui i Paesi dell’UE avrebbero azzerato i propri dazi in cambio di un tetto massimo del 15 per cento imposto dagli americani, si sono ritrovati il 2 maggio scorso di fronte alla minaccia di un aumento unilaterale al 25 per cento su auto e camion e, qualche giorno dopo, a una nuova intimidazione: tutti i dazi sarebbero stati portati «to much higher levels» se gli europei non avessero dato piena attuazione entro il 4 luglio all’accordo firmato l’estate scorsa.
Lo sanno soprattutto gli iraniani, che per due volte si sono trovati sotto attacco militare da parte degli Stati Uniti proprio mentre era in corso un negoziato ormai prossimo — secondo lo stesso Trump — a un accordo.
Di fronte a un simile capolavoro di meschina doppiezza, persino i più angelici sostenitori di un «ritorno al tavolo delle trattative» finiscono per restare spiazzati e a corto di argomenti.
Pensare per dinastie
Non si capisce dunque perché i cinesi dovrebbero sperare di ricevere un trattamento differente. Ed è molto probabile, quasi certo, che ne siano più che consapevoli: è probabile che, tra di loro, evitino il sempre meno comprensibile, ma tuttavia diffusissimo, vezzo di associare l’aggettivo «transazionale» allo stile della presidenza Trump.
Da buoni affaristi, sanno che una transazione può essere conclusa solo quando ci si aspetta che anche la controparte rispetti gli accordi pattuiti.
Il vertice tra Xi Jinping e Donald Trump si apre all’insegna del profondo squilibrio fra una potenza che si sta distruggendo da sola e un’altra che cercherà di fare il possibile per approfittare di questa colossale, e pressoché inedita, operazione di automutilazione politica.
Avremo occasione di tornare su questo punto, ormai generalmente riconosciuto, che condiziona, e condizionerà sempre più, le scelte di tutti gli altri attori politici internazionali.
Per ora ci vogliamo soffermare su un altro grave squilibrio, meno riconosciuto, certo, ma più strutturale e meno congiunturale, che caratterizza il rapporto tra Stati Uniti e Cina a detrimento dei primi e a beneficio della seconda.
Si tratta dell’enorme distanza nel modo di concepire il tempo politico nei due Paesi.
I dirigenti cinesi ragionano su scale temporali che potremmo definire «dinastiche», cioè misurate sulle lunghe fasi che intercorrono tra una dinastia e un’altra.
Di dinastie, la storia della Cina ne ha conosciute un’ottantina nell’arco di quattromila anni; ma bastano le quindici più importanti, quelle che hanno unificato il Paese dal 221 a.C. (dinastia Han) a oggi, per capire la profondità storica dell’approccio cinese.
Quei tempi vengono assunti nella memoria politica accumulata dal Paese nella loro totalità: non solo i successi, ma anche le sconfitte e le umiliazioni; nei loro calcoli, i dirigenti cinesi contano gli uni e le altre, per capire come si possono ottenere gli uni ed evitare – o almeno procrastinare – le altre.
Tutto questo è, al tempo stesso, effetto e causa di una qualità fondamentale della loro arte politica: la «pazienza strategica», che non si misura in anni, ma in decenni e, talvolta, perfino in secoli.
La raffinatezza del pensiero politico cinese, sedimentato nei tempi lunghissimi dello scorrere storico, è estranea alla classe dirigente americana.
E non solo perché la storia del loro Paese occupa soltanto una piccola frazione del tempo coperto dalla storia cinese, ma anche perché, come ho già scritto in questa newsletter, la pratica di accumulare esperienza politica non è mai approdata sulle rive del Potomac.
Tra un’elezione e l’altra
Gli Stati Uniti hanno infatti affrontato le diverse sfide emerse sulla scena internazionale facendo affidamento, di volta in volta, quasi esclusivamente sulla propria superiorità economica e militare, senza preoccuparsi troppo dei sofisticati e scarsamente redditizi orpelli intellettuali delle vecchie potenze: esperienze che la loro traiettoria storica originale ha ormai superato, e archiviato una volta per tutte nei polverosi armadi del passato.
Per gran parte dei loro 250 anni di esistenza, i «tempi politici» degli Stati Uniti si sono misurati sull’intervallo che separa un’elezione presidenziale dalla successiva; talvolta — anzi, a dire il vero, molto spesso — persino sul periodo che va da un’elezione presidenziale alle elezioni parlamentari di midterm: di fatto, un orizzonte compreso tra i due e i quattro anni.
Questo, da solo, basterebbe a dimostrare l’abissale distanza tra l’arsenale politico di cui dispongono i cinesi e quello su cui possono contare gli americani.
È forse superfluo ricordare che i «tempi politici» non si misurano in minuti di sessanta secondi e in ore di sessanta minuti, come accade nella vita quotidiana.
Come scriveva Marx a Engels nel 1863, «venti anni contano un giorno nei grandi sviluppi storici, ma vi possono essere giorni che concentrano in sé venti anni».
Oggi, i tempi della politica cinese sono accelerati dalla necessità di mantenere insieme un Paese ancora profondamente diviso di fronte all’accumularsi delle sfide legate allo shift of power tra le grandi potenze.
I tempi degli Stati Uniti, invece, non si contano nemmeno più in bienni; la politica americana sembra infatti essere entrata in una fase che potremmo definire «acronica», in cui dichiarazioni, insulti, promesse, minacce e guerre si susseguono non più seguendo una sequenza ordinata (passato-presente-futuro), ma tendono a sovrapporsi e a coesistere simultaneamente, scambiandosi continuamente di posto a un ritmo quasi quotidiano, se non addirittura infra-quotidiano.
Sull’agenda
Le questioni all’ordine del giorno del vertice tra Xi Jinping e Donald Trump sono numerose ed estremamente importanti, sia per i due Paesi rappresentati intorno al tavolo che per il resto del mondo.
Dall’urgentissima questione dello stretto di Hormuz (potranno e vorranno i cinesi fare pressione su Teheran affinché sospenda il blocco?), a quelle dei dazi, delle terre rare, dei semiconduttori, della guerra in Ucraina etc., e, non ultime, quelle relative all’Indo-Pacifico, con Taiwan in primo piano e il riarmo giapponese sullo sfondo.
La maggior parte degli osservatori e dei commentatori si sta avventurando nella fitta giungla delle ipotesi circa quello che potrebbe sortire da questo summit.
Tutte le loro ipotesi sono seriamente ponderate e dunque degne della massima attenzione. Ma c’è un ma: la delegazione cinese si siederà al tavolo sapendo cosa vuole discutere e cosa vorrebbe ottenere; quella americana no.
Donald Trump intratterrà i presenti con uno dei suoi show, sostenendo l’ultima tesi che ha sentito prima di sedersi, per poi magari smentirla poche frasi dopo, e quando si alzerà affermerà di essere giunto conclusioni che saranno smentite e rovesciate qualche minuto, ora o giorno più tardi.
Non dimentichiamo che, nell’amministrazione americana, c’è un Marco Rubio, segretario di Stato, che cerca di fare il guardiano di quel che resta della politica estera tradizionale del suo Paese, e cioè il contenimento della Cina vista come il rivale strategico degli Stati Uniti.
Poi c’è un Pete Hegseth, segretario «alla Guerra», nostalgico dichiarato dei bei tempi delle crociate, che, per giocare con i suoi soldatini in Iran, sguarnisce in modo sostanziale lo spiegamento militare in Asia-Pacifico, segnalando implicitamente a Pechino che in quell’area può fare ciò che vuole.
E poi c’è il povero J.D. Vance, che dovunque va combina guai, e che vorrebbe ritirare gli Stati Uniti non solo dall’Iran, ma anche dall’Europa e dal Pacifico, per tornare allo splendido isolamento raccomandato da George Washington in persona nel suo discorso d’addio.
E poi, da suggeritori esterni, ci sono Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin, ciascuno con la sua agenda, ciascuno capace di dirottare a proprio beneficio l’ultima dichiarazione di intenti di Donald Trump; il quale, di tutte queste faccende complicate e noiose, non sa e non vuole sapere assolutamente nulla.
Insomma, delle decisioni di questo vertice, occorrerà riferirsi a quanto i cinesi diranno e riusciranno a fare prima che uno dei cinque personaggi in grado di far parlare Trump in loro vece abbia nuovamente mandato tutte le carte a quarantotto.
In altri tempi, un vertice a Pechino tra il presidente cinese e quello americano avrebbe dato il tono alla politica internazionale degli anni a venire.
Oggi, invece, darà il tono alle ore e, se va bene, ai giorni a venire.
(Estratto da Appunti)
FONTE: https://www.startmag.it/mondo/vi-spiego-le-vere-differenze-tra-cina-e-stati-uniti/





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