Negli ultimi giorni la guerra in Ucraina è tornata alla ribalta, in particolare la possibilità – auspicata da molti ma non da tutti – che possa finire presto.
Il tutto è stato innescato dall’annuncio del Presidente Putin durante la parata celebrativa della fine della Seconda guerra mondiale il 9 maggio scorso dove ha anche proposto un incontro con il Presidente ucraino Zelensky a Mosca o in un Paese terzo; e dove ha rilanciato sulla necessità di una nuova architettura di sicurezza europea, arrivando perfino ad indicare, come negoziatore ideale da parte dell’UE, l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder.
Del resto, la costruzione di una nuova architettura di sicurezza europea è sempre stata una priorità della Russia di Putin ed è anche per questo motivo che il leader russo aveva a suo tempo aderito, convinto, all’ultimo tentativo – reale e concreto – di giungere a questo risultato, ovvero il Vertice di Pratica di Mare voluto da Silvio Berlusconi esattamente ventiquattro anni fa.
Difficile dire se questa possibile apertura di Putin verrà colta dall’Europa per uscire da una situazione a lungo andare insostenibile dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico, anche in ragione della concomitante crisi scatenata da USA e Israele nel Golfo Persico.
Ovviamente, l’attenzione mediatica si è soffermata sul nome indicato da Putin come negoziatore UE gradito che tuttavia è ritenuto – comprensibilmente – improponibile in ragione dei suoi trascorsi dopo aver lasciato la politica nel 2005: oltre ad essere stato uno degli artefici del Nord Stream è stato anche nel Consiglio di Amministrazione della Gazprom.
Il Presidente dell’UE Antonio Costa ha aperto uno spiraglio, non tanto sul nome di Schroder, ma sull’opportunità di andare a vedere se quello di Putin sia un bluff o meno. Dagli altri leaders UE silenzi più o meno imbarazzati, salvo il Governo tedesco che ha seccamente escluso l’ipotesi Schroeder.
Chiunque sia dotato di un minimo di buon senso comprende perfettamente che quello di Putin con l’ex Cancelliere tedesco sia stato un ballon d’essai; il leader del Cremlino sapeva perfettamente che quel nome non sarebbe mai passato, ma forse ha voluto segnalare che, se l’UE intendesse veramente accogliere l’apertura negoziale da lui formulata – e si tratta di un SE a caratteri cubitali – dovrebbe perlomeno avere l’intelligenza e la lungimiranza di individuare una personalità che possieda i requisiti minimi per poter essere accolto al Cremlino.
L’identikit di un eventuale negoziatore ideale dell’UE presenta diversi problemi, tuttavia, tre requisiti andrebbero soddisfatti:
In primo luogo, dovrebbe essere una personalità di altissimo livello politico, quindi un ex Presidente o Primo Ministro di un paese membro e, meglio ancora, con all’attivo anche un incarico nelle istituzioni UE. In altri termini dovrebbe avere credenziali politiche ed europeistiche impeccabili.
In secondo luogo, non dovrebbe aver ricoperto incarichi negli ultimi 12 anni, durante i quali diverse misure sanzionatorie contro la Russia sono state adottate, ovvero a partire dal 2014 in poi.
Infine, dovrebbe appartenere ad un’area geografica dell’Unione dove le derive russofobiche dovrebbero essere minime, e questo, di fatto, escluderebbe l’Europa Settentrionale e Centro-Orientale.
Resterebbe quindi il Mediterraneo, e tra Cipro, Francia, Grecia, Italia e Portogallo vi sono alcune personalità che soddisferebbero ampiamente questi requisiti.
Il Governo di Giorgia Meloni potrebbe uscire dall’angolo in cui si è cacciato negli ultimi mesi, rilanciando un’iniziativa di politica estera di più ampio respiro. Potrebbe promuovere una riflessione in seno all’UE sui requisiti ideali per un negoziatore UE condiviso e suscettibile di essere accolto senza pregiudiziali a Mosca mettendo quest’ultima alla prova.
Potrebbe promuovere qualche nome italiano, anche in un’ottica bipartisan, dimostrando altresì visione e lungimiranza, con l’obiettivo, assai importante – anche e soprattutto per il nostro Paese – di creare almeno le condizioni minime per iniziare a negoziare la fine delle ostilità in Ucraina e, laddove possibile, anche un’architettura di sicurezza condivisa nel continente che era, e dovrebbe restare, un obbiettivo irrinunciabile.






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