La carica dei presidi sia elettiva
da LA FIONDA (Vincenzo Capodiferro)

Se si capita in una delle ennesime riunioni, in cui, ricordando scherzosamente il cinema antico, solo Fantozzi riesce a scorgere il “Megadirettore Galattico”, veramente si può scorgere la scuola di carta. Oramai da decenni si combatte nelle trincee scolastiche, soldati della formazione, insieme agli allievi, fanti della trincea da prestazione nell’arena del verificazionismo, il quale mette contro duci e militi, mentre il fallibilismo popperiano potrebbe farli incontrare. L’arma è sempre lo stilo o lo stile: spada o penna[1]. La scuola, come tutte le istituzioni umane, segue un po’ la classica evoluzione: aurea, argentea, ferrea, plumbea, cartacea. Questo processo è deterministico. Nell’ultima fase s’avverte un forte disagio, dovuto spesso all’indigestione nell’apprensione delle tavole di Mendeleev delle sigle dell’alchimia burocratica: i rotoli delle novelle torah non si masticano facilmente, come ai tempi d’Ezechiele.
Il Vate si domandava: «Dicono che in questa scuola s’insegna a oziare. E no: s’insegna a vigilar sempre. S’insegna a godere! Eh no! S’insegna a patire. S’insegna a essere crudeli. A ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S’insegna a uccidere! S’insegna a morire. Questa è la scuola, che oltre aver distribuito tanto alfabeto ci ammaestra esemplarmente nell’umano esercizio del diritto e nell’eroico adempimento del dovere»[2]. Ed oggi?
La civiltà crea di per sé disagio. Freud docet. Marcuse docet. L’industrialismo e il post-industrialismo, accompagnato dal post-familismo, con la caduta della cellula familiare, hanno indotto alla formazione di una grande placenta di abbandono dei discenti. Tutto viene demandato alle istituzioni scolastiche, soprattutto ciò che la famiglia non è capace più di fare in senso orientante. Le figure genitoriali, sempre più prese dal complesso di Dorian Gray, procedono a confusione di ruoli perniciosissima. Spesso i nonni diventato i riferimenti opportuni di ciò che i genitori Dorian Gray hanno disimparato a fare o non sanno più fare, cioè i genitori. Così il discente diviene potenzialmente il discolo, immerso com’è nel mare della società liquida, un mare infido, minaccioso, non calmo, non tranquillo. Questo mare catapulta paradossalmente in una società bestiale, ove vige il principio dell’homo homini lupus e della guerra totale hobbesiana[3], o dell’homo homini pistris. S’innesca involontariamente un meccanismo di complicazione. La società, per usare un linguaggio spenceriano, passa così dall’incoerente al coerente, dall’eterogeneo all’omogeneo, dall’indefinito al definito. È un po’ come il passaggio dalle vecchie macchine, o locomotive in cui prevaleva l’aspetto meccanico a quelle in cui prevale l’aspetto elettronico. Quelle non ti lasciavano mai a piedi, queste si fermano ogni minimo fusibile che salta. D’altro canto però subentra sotterraneo un processo inverso, che tende, al contrario: dall’eterogeneo all’omogeneo, dal definito all’indefinito, dal coerente all’incoerente. Questo processo inverso non interessa tanto la sfera razionale, o formale, o apollinea, quanto quella dionisiaca. L’aggressività giovanile è ribellione contro questa pedagogia che riduce i giovani ad oppressi, a fruttati dai macrosistemi economici, a relegati trai marciapiedi della piazza virtuale, ove si sviluppano novelle dinamiche social, e i laboratori. Il giovane è sottratto al dolce affetto della famiglia, alle sante cure domestiche. I meccanismi tanto più si complessano, tanto più tentano a bloccarsi. Quando si giunge al punto critico la società scoppia. È stato sempre così. Così è crollato l’impero Romano[4]. Anche Tacito se n’era accorto[5].
Questa scolastica rivoluzione industriale, per così dire, ha portato alla scuola di carta, un materiale fragile, un po’ come l’uomo di vetro[6] che circola come un manzoniano vasi di terracotta tra vasi ferrei. Daniele, nelle sue profezie, parlava di giganti dai piedi d’argilla.
La scuola di carta è composta da muraglie di scartoffie, da uffizi d’azzeccagarbugli, da kafkiani processi, da vichiani ricorsi giudiziari. L’elemento apollineo, la forma, la maschera prende sempre il sopravvento su quello dionisiaco, sulla materia. Tutto diviene così insostanziale, fenomenale: il trionfo d’una kantiana fenomenologia. Il kantismo si è fermato solo al virtualismo, ma non ha saputo cogliere la vera sintesi apriori tra le forme della ragion pura e le forme dell’essere puro. L’apparire è divenuto tutto, non c’è più l’essere. Nell’età antica, a priori, quella di Dio, fino al medioevo, prevaleva l’assioma passatista ens et actum convertuntur, nell’età di mezzo, quella eroica, dall’umanesimo, con la divinizzazione dell’homo, al positivismo l’assioma presentista ens et factum convertuntur, nell’età a posteriori quello futurista: ens et acturus convertuntur.
Oggi il docente non è più il mentore sociale, morale, spirituale e culturale. Diviene il mentitore. Le biblioteche sono demolite metaforicamente da futuristici mini tablet. I docenti come camaleonti debbono assurgere alle più disparate funzioni: parcheggiatore sociale, psichiatra, psicologo, medico tout court. Nelle gite, ad esempio, il docente camaleonte deve fare il factotum: controllare le gomme dei pullman, le lampadine delle stanze di albergo, le finestre e i balconi d’albergo. In pratica: elettricista, idraulico, farmacista, meccanico e tutta una serie di mansioni a fronte di stipendi al limite della sopravvivenza. Come fai a non andare in burnout? La famigerata legge ferrea dei salari oggi compisce soprattutto i lavori intellettuali. In alcune scuole, ove insegnare è arduo, il docente arriva a fare la guardia carceraria. Non è un caso che Freud poneva il docente trai mestieri impossibili, insieme allo psicologo e al genitore
A questo cartismo fa da eco il verbalismo: infinite loquele in interminabili temporalità che paiono gli “interminati spazi” de’ “L’Infinito” di Leopardi, con la differenza che non ci sono “sovrumani silenzi”, ma sovrumane logorree, deviazioni “anastatiche” della malattia della itala fascista retorica. Questa è la nuova “fiumana del progresso”. A questo mondo iper-logico corrisponde nella realtà un mondo dominato ancora dalla legge della giungla: «Sei sempre quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo». Al panlogismo corrisponde l’a-logismo.
Quando fuoriescono dalle muraglie cinesi protezionistiche della pseudo-famiglia, e della scuola, che ancora risulta un ambiente sano e controllato, i giovani si trovano nella “selva oscura”. In questa scuola fragile campeggiano giovani “Bella addormentata”, stralunati e fuori mondo, o attaccati alla platonica caverna dei cellulari, mentre in alto si possono scorgere genitori Dorian Gray che svolazzano e li guidano in mondi fantasiosi, in metaversi lunari. Sempre per tornare al mito della caverna, i genitori paiono come quei saltimbanchi che dietro il muricciolo portano sulla testa delle statue, le cui ombre si riflettono nel fondo della caverna. Non dimentichiamo che gli stessi adulti, o genitori Dorian Gray, sono parte integrante della caverna virtuale. Non ne sono fuori, come dovrebbe essere! È difficile uscire dalla caverna platonica, bisogna risalire: cioè ci vuole l’ascesi morale. Ma dov’è? Nel mondo dove si parla di post-virtù[7]?
Da bambini ci dicevano che gli abitanti della Luna si chiamano i Lunatici e noi ci credevamo. Eravamo buffi. Quando leggevamo “Astolfo sulla Luna” ci credevamo.
– Ma come sono fatti questi Lunatici?
– Eh sono tondi ed hanno delle gambette e delle braccine.
Parevano quasi gli ermafroditi di Platone, che poi sono stati divisi da Zeus e sono caduti sulla Terra.
Siamo qua oggi. Il docente oggi si trova innanzi ad una generazione flemmatica, fragile. Non è la generazione sanguigna degli anni Settanta. Forse gli umori di Ippocrate si alternano tra le generazioni. L’ambulanza in media tre volte a settimana soccorre giovani caduti nelle trincee dello stress da prestazione. La scena del mondo si riduce al palcoscenico telematico. Nell’età dell’iper-comunicazione domina imperterrita l’incomunicabilità. Per comunicare, anche a due passi, si usano i social.
Già Dostoevskij annotava in “I fratelli Karamazov”: «Oggi ognuno cerca di isolare sempre di più la sua persona, vuole sperimentare in sé la sua pienezza di vita e invece ne risulta un completo suicidio perché cade nell’isolamento. Abituato a sperare tutto da sé, si separa come unità dal tutto, perché la sua anima non è capace di credere nell’aiuto del prossimo. Lo spirito umano comincia a non capire che la vera sicurezza non consiste nello sforzo separato, ma nella solidarietà degli uomini». Il mondo è come un grosso cervello diviso in due lobi: in quello orientale prevale il collettivismo, in quello occidentale l’individualismo sfrenato. Ma non c’è una via di mezzo? Non c’è!
E poi, essendo la società generalmente infantilista (che è diverso da infantile), domina l’egocentrismo, che si traduce in neo-geocentrismo. Sempre l’uomo si crede al centro dell’universo, con tutte le teorie copernicane. Ognuno è il centro dell’infinito universo, perché l’infinito non ha centro, ma ogni punto è il centro. Applicato queto principio bruniano all’individualismo abbiamo la società-arcipelago. Ognuno è isola a sé stante. Poi ci sono vari raggruppamenti a seconda degli interessi sentimentali, ma la cosa più importante: ogni isola esprime un principio antropico fortissimo. Ogni isola è il centro dell’oceano della società liquida.
I genitori difendono i figli sempre. Si è passato dall’estremo dei ceffoni e le bacchettate che si prendevano da maestri e genitori appresso all’opposto, ai ceffoni e alle bacchettate ai docenti, se non materiali, verbali, psicologici. La solitudine del docente oggi è strepitosa! Se c’è un docente che è troppo severo, ecco:
– Il problema non è loro! Tu non sai insegnare!
Se è troppo morbido, ecco:
– Non studiano! Tu non sai insegnare!
Spesso assistiamo a socratici processi contro docenti. Socrate non fu fatto fuori da un regime monarchico o totalitario, ma da un regime democratico. Eppure cosa faceva di tanto male? Insegnare a pensare. È tanto pericoloso pensare? Perciò si è ritenuto auspicabile il monito di Heidegger:
– L’uomo contemporaneo non pensa più.
Non deve pensare più. A cosa serve l’intelligenza artificiale?
«Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato. Vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!».
I giovani non leggono più, non studiano più. Scrivono con lo stesso linguaggio dei social: +, o x. Pare un linguaggio da futuristi, da Filippo Tommaso Marinetti, ma magari vi fosse tutto quello spessore culturale che aveva animato i futuristi.
Futurismo. Futurismo. Nichilismo. Nichilismo.
I giovani non hanno più futuro, hanno solo passato, le utopie antiche si sono trasformate in baumaniane retrotopie. E queste retrotopie sono pericolose. Il passato non sempre reca in sé positivi valori. Il principio leibniziano dei positivisti non è sempre valido. La Bella Epoca racchiudeva già in sé il vento della Grande Guerra. La storia non è magistra vitae. Hegel aveva ragione: «Tutto ciò che abbiamo imparato dalla storia è che niente abbiamo imparato dalla storia».
I giovani sono figli della febbre della comodità e della fretta, dell’incapacità di fermarsi e di meditare.
E i giovani si trovano immersi in questo infinito mare da diluvio universale che è la società liquida. Perciò sono demotivati. Non c’è l’arca di Noè. Finanche Colombo si sarebbe smarrito in questo oceano, una volta varcate le colonne d’Ercole del Mediterraneo della famigliola e della scuola. In questo mare infinito trovano il lor “naufragar m’è dolce”. D’altronde gli odierni sistemi super-economici non abbisognano di ragionatori, o di pensatori, o di socratici tafani, ma di esecutori, di cammelli nietzschiani, non di leoni, tanto meno di fanciullini Superman.
Il problema è: una società corrotta, insicura, pericolosa, nemica, cosa può offrire al giovane? Se vige il lupus homini lupus che fa comodo ai dominanti, ma non ai dominati, cosa possiamo raggiungere? Se la società è ridotta a bellum omnium contra omnes, come ne usciamo?
Una società del genere non può essere curata. Deve morire per forza. È come Babilonia. È come Sodoma e Gomorra. Dio le ha abbandonate al suo Furor. Non ci sarà un Mosè che aprirà un varco nello stretto di Ormuz per far passare il popolo della pace.
Una società senza morale soccombe. Lo pensava lo stesso Lenin: «Se vogliamo distruggere una nazione dobbiamo distruggere la sua morale: poi la nazione ci cadrà in grembo come un frutto maturo». La pornografia prepara la tomba alla nostra libertà.
In questi marasmi è facile che rinascano i mostri di Gramsci ed a questi Moloch si possono inchinare anche docenti, ma non tutti. Tra coloro che non giurarono fedeltà a questi novelli Leviatani dobbiamo ricordare solo i dodici apostoli, tra cui De Sanctis, Martinetti, Ruffini ed altri.
I docenti hanno il dovere di formare degli esseri autonomi, non degli automi, dei ragionatori, non dei meri esecutori. Lo proclamava anche Kant col suo “Sapere aude”: «È così comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che valuta la dieta per me, non ho certo bisogno di sforzarmi… Non ho bisogno di pensare, se sono in gradi di pagare, altri si assumeranno questa fastidiosa occupazione al mio posto…»[8]. È così comodo essere “Bella addormentata”! È così comodo essere Dorian Gray. Quando si ha un cellulare si ha tutto, un tablet, un computer, un’intelligenza artificiale.
Se vogliamo rigenerare la società dobbiamo ripartire dai consigli, anche scolastici. Nello spirito dei famosi Decreti Delegati c’era infatti l’intento di una democratizzazione della scuola, il quale prevedeva una partecipazione ad ampio raggio, anche dei genitori, certamente, ma non nel senso in cui si è evoluto questo processo.
Va benissimo la liceizzazione di tutti i settori scolastici! Come mi suggerisce anche il mio amico, docente e sindacalista, Antonio Bertino, impegnato nel sociale ed esperto delle problematiche della scuola, la carica dei presidi dovrebbe essere elettiva. Sarebbe un esperimento democratico formidabile. Come ancora è oggi nella tradizione dei College anglosassoni. Innanzitutto si risparmierebbero un sacco di soldi. Il preside avrebbe un bonus per la gestione, ma potrebbe nominare un suo piccolo consiglio dei ministri, e coi suoi collaboratori dirigere la piccola comunità per cinque anni, come avviene nelle normali legislature. Nei collegi si potrebbero trattare democraticamente tutte le tematiche e vi sarebbe anche un’opposizione legittima, come avviene nei più comuni parlamenti. Non ci sarebbe più conflitto di classe tra dominatori e dominati, ma armonia, congruenza, solidarietà. La figura del preside sindaco è più bella, avvincente, di un podestà. Ci sarebbe resilienza sociale. Ci sarebbe più raccordo col territorio, più presenza viva delle istituzioni scolastiche nel contesto geo-storico in cui operano. Altrimenti le scuole continuano ad essere come città volanti o castelli erranti di Howl. Questo è il dramma delle futuristiche citta che salgono. I presidi divengono emanazioni della scuola. Naturalmente dovrebbero formarsi coloro che vengono eletti a tutta la legislazione scolastica, questo è ovvio! Non ci sarebbe più distacco tra chi guida e chi è guidato, tra generali e soldati. Il consiglio di istituto sarebbe espressione dell’esecutivo, il collegio docenti del legislativo e si potrebbe prevedere un organismo di controllo, una piccola corte costituzionale. Le scuole, oramai, sono accorpate in istituzioni plurivalenti, equiparabili a veri e proprie comunità, tipo piccoli borghi. Se lo stesso processo si innestasse nella sanità e negli altri settori dell’ordine pubblico si raggiungerebbe una coscienza sociale più viva. Assistiamo spesso delusi al crescente effetto forbice che divide paese legale e paese reale: nessuno va più a votare, i giovani si allontanano dalla politica. Così sarebbe anche più facile per i giovani trovar lavoro dopo la scuola. Non ci sarebbero più le scuole astronavi anacronistiche che ogni tanto scendono sul pianeta terra per scaricare il loro equipaggio. Che se ne fa il giovane di un diploma, di una licenza, se non viene compreso dal mondo, se non trova il senso della sua esistenza? Se sarà costretto a fare un lavoro alienante con stipendiucci da manovalanza? Come gli studenti eleggono i loro rappresentanti di istituto, così i docenti dovrebbero essere messi in condizione di eleggere i loro rappresentanti. Sarebbe un esperimento di parlamentarismo scolastico naturalmente monocamerale. Se vogliamo favorire questa benedetta democrazia e non lamentarci poi di derive antidemocratiche dobbiamo ripartire dalle scuole.
Il consiliarismo democratico deve essere autentico, altrimenti diventa un paraggio di facciata ed anche la repubblica rischia di diventare un facile idillio che la tradizione celebrativa rammenta. È bello udire l’inno di Mameli, ma soffermiamoci sulle battute, sul dramma del popolo che esso racchiude, su un viaggio tra luci e ombre che ha portato l’Italia alla redenzione politica, sociale ed economica. L’anelito di libertà viene soffocato dal mare di carta, dall’oppressione. L’avvertiamo in questi disagi, espressi o latenti, che serpeggiano nelle coscienze. C’è una forte esigenza di rinnovamento.
[1] Mi viene in mente M. Vegetti, “Il coltello e lo stilo” del 1979, un grande classico.
[2] G. Pascoli, “La Grande Proletaria s’è mossa”.
[3] Bellum omnium contra omnes.
[4] Cfr. A. Schiavone, “La storia spezzata. Roma antica e occidente moderno”, Einaudi, Torino 2020.
[5] Corruptissima re publica plurimae leges (“Ann.” III,27).
[6] Cfr. V. Andreoli, “L’uomo di vetro”, Rizzoli, Milano 2008.
[7] Cfr. A. Macintyre, “Dopo la virtù”, Armando, Roma 2007.
[8] I. Kant, “Risposta alla domanda. Che cos’è l’Illuminismo?”, 1784.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/05/20/la-carica-dei-presidi-sia-elettiva/





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