Nella capitale della Bolivia, La Paz, è esplosa la rivolta sociale contro il neoliberismo selvaggio. Sono passati più di venti giorni da quando blocchi stradali, barricate e presidi hanno cominciato a paralizzare la capitale boliviana. Il governo del neoliberista Rodrigo Paz ha risposto cn la repressione delle proteste. Le forze congiunte di polizia ed esercito hanno lanciato l’operazione “Bandiera Bianca” per liberare l’autostrada che collega La Paz a Oruro, arteria vitale da cui arriva il carburante dal Pacifico. Ma l’operazione, come già era successo sette giorni prima, ha ottenuto solo risultati parziali e temporanei. I blocchi sono stati smantellati in mattinata e ricostruiti nel pomeriggio.
Il quartiere Senkata di El Alto, storico polveriera sociale, è stato il teatro più caldo. Qui la polizia ha fatto largo uso di agenti chimici per disperdere i manifestanti, ma la resistenza è stata tale che i blocchi sono stati ripristinati in poche ore. I contadini e i residenti del Distretto 8, raccontano le cronache locali, hanno rimesso in piedi le barricate subito dopo il passaggio di un convoglio ufficiale guidato dal ministro dei Lavori Pubblici, Mauricio Zamora. Il convoglio è riuscito a passare, ma alle sue spalle la strada è tornata impraticabile. Una dinamica ormai collaudata che racconta meglio di qualsiasi rapporto di polizia la fragilità del controllo governativo.
BLOQUEO REPUESTO: campesinos y vecinos del distrito 8 de El Alto, reponen el bloqueo de la carretera hacia Oruro, que fuera desbloqueada por el operativo conjunto de policías y militares esta mañana. @teleSURtv pic.twitter.com/ibN3xmUClx
— Freddy Morales (@FreddyteleSUR) May 23, 2026
A guidare la protesta è la Centrale Operaia Boliviana (COB), insieme a federazioni contadine, organizzazioni indigene e autotrasportatori. Il loro documento di piattaforma supera le cento richieste, ma i punti nodali sono chiari e finanche semplici: aumenti salariali, stop alle privatizzazioni che minacciano di far lievitare le bollette di luce, acqua e gas, e soprattutto le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. Quello che era iniziato come uno sciopero economico si è trasformato in una resa dei conti politica. E la protesta si è ormai allargata a Cochabamba, Santa Cruz, Potosí e Chuquisaca. Non è più solo La Paz a brulicare di rabbia anti-liberista.
Il presidente Paz, intervistato dal canale argentino TN, ha provato a disinnescare la bomba con un doppio registro: da una parte la mano tesa, dall’altra l’avvertimento secco. “Stiamo facendo tutti gli sforzi dal governo per il dialogo ma tutto ha un limite”. Parole che suonano come un ultimatum. Paz ha annunciato una serie di incontri con le organizzazioni sociali per il weekend, sperando che “la razionalità, non la politica, si imponga”. E ha assicurato che il governo userà tutti gli strumenti previsti “dalla Costituzione”, senza escludere un eventuale stato d’eccezione, se la situazione dovesse degenerare ulteriormente.
Tuttavia, il presidente ha anche cercato di ridimensionare la portata della crisi, definendola un fenomeno circoscritto. “In alcuni momenti informano come se il paese fosse in preda a convulsioni, ma si vive in un ambito di tranquillità”. Secondo Paz, i punti critici sono solo quelli sul corridoio verso Oruro. “Non è tutto il paese in conflitto”, ha assicurato, difendendo al contempo i risultati economici della sua amministrazione: dollaro stabile, export in crescita nell’agroindustria e nella manifattura, un’annata che ha definito “da record” nonostante i blocchi e l’evidenza di numeri che raccontano un paese in piena crisi.
La realtà che arriva dalle strade racconta infatti un’altra verità. La carenza di cibo, carburante e medicinali a La Paz è ormai cronaca quotidiana, i prezzi sono saliti e la tensione non accenna a calare. Il dirigente della COB, Mario Argollo, che rischia un mandato di arresto, è riapparso in un video social per attaccare il presidente: “Non c’è stata una conferenza stampa con risposte chiare, solo provocazioni e criminalizzazione, ci hanno definiti vandali”. E la Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB) ha già ordinato ai suoi federati di “espandere il blocco stradale nazionale indefinito” fino alle dimissioni di Paz, bollando il governo come “incapace, assassino, criminale, discriminatore, fascista, neoliberista, privatizzatore e traditore”.
Sullo sfondo, il duello a distanza tra Paz e l’ex presidente indigeno Evo Morales si fa sempre più forte. Il governo accusa Morales di promuovere “un piano macabro” per rompere l’ordine costituzionale, finanziato dal narcotraffico. Accusa che Morales respinge con forza, chiedendosi se l’esecutivo voglia davvero etichettare come “narcos” tutti i settori in protesta. E in un messaggio pubblicato su X, l’ex presidente ha colpito forte: ha ricordato che il prozio di Paz, Víctor Paz Estenssoro, appoggiò dittatori come Hugo Banzer e Luis García Meza. E che suo padre, Jaime Paz Zamora, si alleò con Banzer violando la Costituzione. “Il popolo ha memoria – ha scritto Morales – la storia non si cancella con le bugie”.
Toda nuestra solidaridad con nuestros hermanos campesinos e indígenas que siguen luchando por sus derechos. Nuestras condolencias y sentidos pésames a la familia de nuestro hermano asesinado en Vilaque y a todos los heridos por la represión.
El gobierno envió tanquetas con… pic.twitter.com/OjnEx1n66i
— Evo Morales Ayma (@evoespueblo) May 24, 2026
Ma al di là delle inevitabili polemiche tra vecchie e nuove classi dirigenti, c’è una verità più cruda che spiega meglio di ogni altra cosa l’esplosione di rabbia che da tre settimane tiene in scacco le strade boliviane. Rodrigo Paz è al potere da pochi mesi, eppure in questo lasso di tempo il suo neoliberismo selvaggio è riuscito nell’impresa di riaccendere una miccia che molti credevano ormai spenta. Le sue politiche – tagli, privatizzazioni, liberalizzazioni selvagge – hanno colpito duro proprio dove il tessuto sociale era già lacerato. E non è un caso isolato. Basta guardare oltre confine, all’Argentina di Javier Milei, per capire che la ricetta è sempre la stessa: meno Stato, più mercato, e alla fine a pagare il conto sono sempre gli stessi, i lavoratori e i poveri. In Bolivia come a Buenos Aires, il neoliberismo non porta mai sviluppo né benessere. Porta fame, porta precarietà, porta sofferenza. E poi, inevitabilmente, porta la gente disperata nelle piazza a protestare. Perché quando non c’è più niente da perdere, l’unica cosa che resta è alzare le barricate. La protesta che oggi paralizza La Paz non è nata dal nulla: covava sotto la cenere, alimentata da un modello economico che ha trasformato i diritti in merci.






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