La crisi energetica ha dimezzato il surplus commerciale dei Paesi europei
di L’INDIPENDENTE (Giorgia Audiello)

La crisi energetica innescata dalla guerra in Iran, insieme al calo delle esportazioni verso gli USA determinata dai dazi statunitensi, sta danneggiando la bilancia commerciale dell’Ue con un netto calo del surplus commerciale dei Paesi europei. Secondo i dati di Eurostat – l’ufficio di statistica dell’Unione – nel primo trimestre del 2026 l’avanzo commerciale degli Stati membri è sceso a 12,7 miliardi di euro rispetto ai 23,6 miliardi registrati nell’ultimo trimestre del 2025. Complessivamente, il saldo della bilancia commerciale rimane positivo, ma ha registrato un crollo verticale soprattutto se confrontato col surplus commerciale raggiunto nel primo trimestre del 2025, quando la differenza fra i beni esportati e quelli importati toccava i 52 miliardi di euro. Il peggioramento del saldo commerciale è stato guidato in particolare da due settori: quello di macchinari e veicoli e quello dell’energia. Un’eccezione nel panorama europeo è rappresentato dall’Italia, che nel 2025 si è posizionata al quinto posto nella classifica mondiale delle esportazioni con un surplus commerciale da record in una grande varietà di settori. Anche nel primo trimestre del 2026 il Belpaese ha registrato un avanzo commerciale pari a +10,8 miliardi di euro, in aumento rispetto al primo trimestre 2025 (+8,9 miliardi).
Secondo l’Eurostat, sono due le ragioni che hanno determinato la frenata della bilancia commerciale europea: l’aumento dei costi dell’energia e le tariffe commerciali imposte dal presidente statunitense Donald Trump. Nel primo trimestre del 2026, la crisi nello stretto di Hormuz, e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia, ha fatto aumentare il valore delle importazioni, facendo diminuire il surplus complessivo. I dazi statunitensi, invece, hanno determinato un calo dell’export verso gli USA, ad eccezione di un picco di esportazioni nel primo trimestre del 2025 determinato dal timore dell’introduzione di nuovi dazi. Il problema degli alti costi energetici rimane una delle questioni più importanti per l’industria europea: in seguito all’abbandono del gas russo, infatti, i costi di gas e petrolio sono lievitati. Norvegia e Stati Uniti sono diventati i principali fornitori energetici dell’UE, con prezzi decisamente meno competitivi rispetto al gas proveniente da Mosca. Nel 2025 l’UE ha importato oltre 140 miliardi di metri cubi di GNL (gas naturale liquefatto), secondo i dati dell’istituto Bruegel. Con quasi il 58% delle importazioni totali di GNL, gli Stati Uniti sono stati il principale fornitore di GNL all’UE, triplicando le loro esportazioni tra il 2021 e il 2025. Il risultato è stato un aumento generalizzato dei prezzi, in particolare in Germania, Belgio, Danimarca e Italia. Una situazione inasprita dalla recente guerra in Iran.
Come anticipato, sono due i comparti che hanno visto la maggiore flessione nelle esportazioni: quello di macchinari e veicoli e quello energetico. In particolare, rispetto all’ultimo trimestre del 2025, il surplus del primo è sceso da 39,8 miliardi di euro a 27,8 miliardi di euro e quello energetico è peggiorato passando da -64 miliardi di euro a -72,2 miliardi di euro. Si registra, invece, un relativo miglioramento per quanto riguarda gli «altri beni manufatti», il cui deficit si è ridotto da -10,9 miliardi di euro a -5 miliardi di euro. Ma il risultato peggiore si ha sul fronte energetico dove la forte dipendenza da Stati Uniti e Norvegia non può che peggiorare la bilancia commerciale. Ormai dal 2023, i maggiori paesi esportatori di prodotti energetici in Europa sono gli Stati Uniti, che risultano il primo partner energetico (19,3%) del Vecchio continente, e la Norvegia, secondo partner energetico (11,9%). Nel primo trimestre 2026, l’Arabia Saudita (6,8 per cento) si è posizionata per la prima volta al terzo posto in questa classifica, superando il Kazakistan. Al contrario, le importazioni dalla Russia sono scese da oltre 150 miliardi di metri cubi nel 2021 a 36 miliardi di metri cubi nel 2025.
A complicare il quadro si sono aggiunti i dazi dell’amministrazione Trump che hanno ulteriormente indebolito le esportazioni europee e fanno parte della strategia della potenza d’oltreoceano per rendere più debole e sottomessa l’Ue, contribuendo a estrometterla dal novero delle potenze medio-grandi che hanno voce in capitolo nelle decisioni internazionali. La guerra in Medio Oriente, invece, ha fatto lievitare i costi di carburante e fertilizzanti, tanto che Bruxelles ha deciso di allentare le sue rigide regole sugli aiuti di Stato per sostenere i settori più dipendenti dai combustibili, sovvenzionando gli agricoltori, le imprese di pesca e i trasportatori su strada fino al 70% del costo aggiuntivo di carburante e fertilizzanti.
Nonostante la dipendenza energetica, l’Ue mantiene ancora un surplus generale con gli Stati Uniti e il Regno Unito, in particolare nel settore dei macchinari e veicoli e in quello di altri beni manifatturieri. Viceversa, questi due ambiti risultano in forte deficit con la Cina fin dal 2021. Complessivamente, gli alti costi dell’energia, la posizione di debolezza nei confronti di Washington e la recente situazione in Medio Oriente stanno peggiorando il quadro dell’economia europea, che si trova già da anni sulla strada della deindustrializzazione, schiacciata da un lato dalla competitività cinese e, dall’altro, dall’aggressività della potenza d’oltreoceano.





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