di L’INTELLETTUALE DISSIDENTE (Emanuel Pietrobon)

Criminalità quasi inesistente, disuguaglianze di genere nulle, elevata mobilità sociale, potere d’acquisto dei cittadini tra i più elevati del mondo, sistema di welfare a copertura universalistica, modello di crescita economica efficace ed ecosostenibile, popolazione essenzialmente open-minded ed ancorata a valori liberali: no, non è la descrizione di un paese immaginario, ma della Svezia, un modello di stato-nazione compiuto e riuscito alla perfezione, un punto di riferimento non soltanto per gli statisti occidentali. Ma quanto, la suscritta descrizione, è aderente alla realtà?

Incontro organizzato dal Ministro degli Esteri Margot Wallström sul ruolo delle donne nell'uguaglianza di genere e nell'integrazione dei rifugiati.

Incontro organizzato dal Ministro degli Esteri Margot Wallström sul ruolo delle donne nell’uguaglianza di genere e nell’integrazione dei rifugiati.

Il mito del sistema penale svedese capace di reinserire con successo i detenuti nella società, permettendo uno dei tassi di recividità e di criminalità più bassi del globo, si scontra con le statistiche dello Swedish Crime Survey, che ha registrato un’impennata di crimini – soprattutto violenti, come rapine, omicidi e reati a sfondo sessuale, fra il 2013 e il 2016. Soltanto nel 2014, i crimini denunciati alle autorità hanno subito un aumento del 70% rispetto all’anno precedente. Secondo un rapporto pubblicato quest’anno, in Svezia i morti per sparatorie sono 5 volte superiori a quelli della Norvegia o della Germania e, inoltre, soltanto il 25% dei casi verrebbe risolto dalle autorità, rispetto al 90% della Germania. Lo stesso rapporto imputa la responsabilità dell’esplosione di violenza alla situazione delle periferie, riscontrando in Malmö – sino a qualche anno fa internazionalmente riconosciuta come un successo di politiche multiculturaliste – la città con il maggiore numero di sparatorie del paese.

Si dovrebbe anche smettere di parlare del mito di Stoccolma, capitale mondiale degli stupri, perché tale non è: secondo il rapporto dell’European Union Agency for Fundamental Rights del 2014, il 46% delle donne svedesi ha subito abusi sessuali di tipo fisico, mentre l’81% ha subito molestie – collocandosi al primo posto della classifica. Se esista un collegamento tra l’aumento delle violenze sessuali e la forte immigrazione di richiedenti asilo degli ultimi anni, non è dato saperlo, essendo che la legge impedisce alla polizia di stilare statistiche sulla criminalità utilizzando dati sulla provenienza etnica, nazionale o religiosa dei violatori. Ad ogni modo, un controverso studio dello Swedish National Council for Crime Prevention avrebbe riscontrato una tendenza allo stupro rispetto a degli svedesi etnici, 23 volte maggiore tra i nordafricani, 20 volte maggiore tra gli iracheni e 16,5 volte maggiore tra subsahariani. Lo scrittore James Traub ha denunciato su Foreign Policy la pericolosa deriva del paese, talmente intriso di un delirante politicamente corretto tra politica e società da negare l’esistenza di un’emergenza stupri. Nel 2010, la Svezia era il secondo paese al mondo per numero di stupri, 53,2 ogni 100mila abitanti, e la tendenza è andata aumentando: 5920 violenze sessuali nel 2015, 6700 nel 2016 – incluse oltre 10mila molestie.

L'emergenza stupri in Svezia ha avuto eco planetaria, finendo strumentalizzata soprattutto dall'estrema destra europea. In foto, la copertina della rivista di destra polacca W Sieci.

L’emergenza stupri in Svezia ha avuto eco planetaria, finendo strumentalizzata soprattutto dall’estrema destra europea. In foto, la copertina della rivista di destra polacca W Sieci.

Quanto accadrà con l’edizione 2018 del Bråvalla Festival, che sarà chiuso ai partecipanti maschi a causa degli stupri denunciati nelle edizioni precedenti, è sintomatico di una crisi che non accenna a spegnersi e di cui le autorità competenti tagliano i rami, lasciando intatte le radici. Non solo gli stupri, ma anche il numero di terroristi e di morti per droghe per abitante, pongono la Svezia al primo posto delle classifiche europee. L’attentato di Stoccolma del 7 aprile 2017 perpetrato da Rakhmat Akilov, autodichiarato membro dello Stato Islamico, ha svegliato il paese da un profondo sonno, facendo capire non solo agli svedesi, ma anche al resto del mondo, quanto l’immagine della Svezia come paese in cui tutti vivono felicemente fosse solo un miraggio. Il modello d’integrazione scandinavo si è rivelato un fallimento tanto quanto quello francese, tedesco e inglese, anch’esso caratterizzato da quella miopia che unisce i vari teologi del multiculturalismo europeo.

Svedesi e non-svedesi non si parlano e neanche vogliono farlo, ciascuno rintanato nelle proprie enclavi, attribuendo un’aprioristica superiorità al proprio stile di vita e modo di pensare. Göteborg è, attualmente, la città europea da cui son partiti più foreign fighters per abitante per sposare la causa del Daesh. Malmö e Stoccolma affrontano ciclicamente gravi rivolte urbane nei quartieri-ghetto in cui le politiche multiculturaliste hanno rinchiuso gli immigrati, trasformando le speranze di integrazione e mobilità sociale in una chimera. A Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma divenuto celebre per essere la più famosa no-go zone del paese, il 90% della popolazione ha origini non-svedesi ed il tasso di disoccupazione è del 55%. Prendendo come riferimento Rinkeby, è anche possibile confutare l’assioma che vorrebbe la Svezia come una società del benessere dalla popolazione essenzialmente benestante: secondo i dati dell’Interethnic Coexistence in European Cities, il reddito medio d’un abitante di Rinkeby è di 159.100 corone svedesi, contro le 339.200 percepite da uno stoccolmese. La forte disparità salariale tra queste due aree, così vicine eppure così distanti, spiega anche perché il coefficiente di Gini della Svezia applicato alla disuguaglianza di reddito sia il terzo più basso del mondo (0,25), ma come allo stesso tempo quello applicato alla disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza sia il secondo più alto tra i paesi sviluppati (0,853).

La chiusura di un centro culturale islamico a Herrgården, un quartiere multietnico di Malmö, ha innescato una pesante guerriglia urbana, descritta dalla polizia svedese come la prima, seria rivolta di giovani immigrati nel paese nel 21esimo secolo.

La chiusura di un centro culturale islamico a Herrgården, un quartiere multietnico di Malmö, ha innescato una pesante guerriglia urbana, descritta dalla polizia svedese come la prima, seria rivolta di giovani immigrati nel paese nel 21esimo secolo.

Oltre al problema del terrorismo, del fallimento del modello d’integrazione e dell’aumento di omicidi e stupri, è in corso una crisi legata all’aumento della tossicodipendenza tra la popolazione: secondo i dati aggiornati al 2017 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, la Svezia è il secondo paese del continente per morti di overdose. Contro una media europea di 22 morti ogni milione d’abitante, la Svezia ne registrava 62.6 nel 2012, oggi saliti a 100. Il paese non investe nella prevenzione e nel reinserimento dei tossicodipendenti nella società, trattando questa massa invisibile di disperati, traditi dall’illusione dell’emancipazione nella più famosa società del benessere, come se non esistesse. Oltre all’aumento percentuale di coloro che abusano di droghe, aumentano anche i suicidi e le persone afflitte da disturbi mentali, come depressione e anoressia, soprattutto fra gli adolescenti, secondo quanto denunciato da Hugo Lagerkrantz sulla rivista scientifica Acta Paediatrica. Lo psicologo imputa soprattutto alla social network-dipendenza, all’elevata competitività sociale e alle falle del sistema scolastico le cause del malessere che affligge i giovani svedesi.

Potrebbe anche trattarsi di una correlazione spuria, ma secondo le stime dell’ospedale pediatrico Astrid Lindgren, fra il 2012 e il 2016 sono più che decuplicati i casi di giovani – bambini e adolescenti, afflitti da disturbo dell’identità di genere e alla ricerca di assistenza medica per il cambio di sesso. Per rendere l’idea: nel 2015 l’istituto ha trattato 197 casi, rispetto ai 4 del 2012. Quello che potrebbe apparire un problema, in realtà non è visto come tale dalla psichiatria nazionale: secondo la psichiatra infantile Louise Frisén del Karolinska Institutet, l’aumento dei giovani sessualmente confusi sul proprio genere è indice di una maggiore consapevolezza in tema di conoscenza del proprio io sessuale, dello stesso parere è Cecilia Dhejne, esperta in identità di genere per lo stesso istituto, secondo la quale è una situazione che indica cambiamenti positivi nell’atteggiamento della società all’accettazione del genere. Da quando nel 2012 è stato coniato il pronome neutro hen, con il quale rivolgersi a bambini e preadolescenti sessualmente incerti, sono aumentati gli asili nei quali è utilizzato dagli insegnanti per riferirsi indistintamente a tutti, essendo diffusasi la convinzione dell’erroneità di giustificare l’uso di un pronome sulla base del semplice sesso di nascita. Asili come Egalia o Nicolaigarden, sono stati oggetto di articoli e approfondimenti da parte della stampa internazionale, per via di questo innovativo progetto pedagogico che prevede diversi strumenti volti ad istruire i bambini all’uguaglianza di genere e al superamento di preconcetti culturali legati al genere di riferimento, con l’obiettivo non dichiarato di costruire degli individui privi di identità sessuale, avverando il progetto di sociologi genderisti come Yivonne Hirdman.

in Svezia è in corso un esperimento sociale dalla portata rivoluzionaria che mira a creare un nuovo tipo di umano, transitante da un'identità di genere neutra all'androginia. La rivoluzione gender che sta avendo luogo in Occidente ha attirato anche l'attenzione del National Geographic.

In Svezia è in corso un esperimento sociale dalla portata rivoluzionaria che mira a creare un nuovo tipo di umano, transitante da un’identità di genere neutra all’androginia. La rivoluzione gender che sta avendo luogo in Occidente ha attirato anche l’attenzione del National Geographic.

Una grave crisi è affrontata anche dal modello familiare tradizionale, in via d’estinzione: una persona su quattro muore in totale solitudine, una su dieci muore senza parenti, un cinquantenne su due non ha relazioni con l’altro sesso, tre alloggi su cinque hanno un solo inquilino. È un tema affrontato dal documentario La teoria svedese dell’amore di Erik Gandini, in cui si spiega come il modello familiare sia stato sostituito da uno a-familiare sia per ragioni socio-culturali, come la tendenza svedese all’isolamento e all’individualismo, che tecnologiche, i progressi nella fecondazione artificiale. Sono infatti sempre di più le donne che ricorrono alla fecondazione a domicilio per avere un figlio, senza sentire il bisogno di costruire una famiglia con un partner dell’altro sesso.

La Svezia può apparire come un’oasi nel deserto, ma i fatti e i dati smentiscono questa descrizione di nazione idilliaca. Alcuni si sono accorti di quest’illusione dopo gli scontri di Malmö del 2008, altri con l’attentato di Stoccolma del 2017 ed altri ancora con la risonanza internazionale della recente crisi degli stupri, ma lo scrittore Roland Huntford già nel 1971 in The New Totalitarians descriveva la Svezia come teatro di un gigantesco esperimento sociale in cui gusti sessuali, valori, idee e pensieri degli abitanti venivano manipolati da un nuovo tipo di totalitarismo, nascosto magistralmente sotto un falso sistema liberal-democratico incardinato sull’egemonia del partito socialdemocratico, non solo politica, ma anche economica, culturale e sociale.

Roland Huntford (1927 -  vivente) è uno scrittore britannico che ha analizzato la situazione politica, sociale e culturale della Svezia degli anni '70, sostenendo che il paese fosse retto da una forma di totalitarismo democratico mirante a produrre capovolgimenti sociali in modo oculato.

Roland Huntford (1927 –  vivente) è uno scrittore britannico che ha analizzato la situazione politica, sociale e culturale della Svezia degli anni ’70, sostenendo che il paese fosse retto da una forma di totalitarismo democratico mirante a produrre capovolgimenti sociali in modo oculato.

Huntford comparò il paese alla società distopica descritta da Aldous Huxley in Il mondo nuovo, vedendo riprodotto in esso lo stesso disegno ideologico profondamente elitario e le stesse tecniche di manipolazione del consenso, di controllo mentale e di ingegneria sociale. La Svezia è uno dei più grandi fallimenti prodotti dal liberalismo e servirebbero più pensatori come Huntford e Huxley per ritrasformare i dormienti consumatori-produttori delle società del malessere in esseri senzienti.

fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/societa/svezia-societa-del-malessere/