La società liquida e il disagio giovanile
da LA FIONDA (Vincenzo Capodiferro)

Zygmunt Bauman ha elaborato il concetto di modernità, o meglio di società liquida. Con la crisi del concetto di comunità, emerge un individualismo selvaggio e irrefrenabile, dove nessuno è più compagno, o amico, ma antagonista. La società liquida è come un infinito, leopardiano mare, ove “naufragar m’è dolce”. “Liquid modernity” esce nel 2000 a Cambridge, tradotta in Italia da Laterza con “Modernità liquida” nel 2002. La società liquida è un contesto vertiginoso dove si perdono confini e riferimenti sociali. Non vi è approdo, non vi è quel “Terra!”, che segnò per Colombo una scoperta sconvolgente. Non vi sono scogli, ma navi, navicelle, se non zattere. L’Odisseo dantesco nella sua infinita odissea, il Nessuno-uno-centomila è l’immagine di questo uomo moderno tutto teso unicamente alla sua apparizione, la sua kantiana fenomenologia. Il giovane oggi vive immerso in questa situazione neo-esistenzialista, in una “gettatezza heideggeriana”, ove on c’è alcuna “pro-gettatezza”, nessuna autenticità dell’essere. Ma perché?
Il cammino comincia storicamente da lontano, dalla dittatura della ragione imposta dall’Illuminismo. Tanto per fare una sintesi possiamo citare la “Volontà generale rousseauiana”: questa come una novella “Repubblica platonica” diviene la madre razionale dei totalitarismi novecenteschi (Popper considerava la Repubblica la madre dei totalitarismi). Il Romanticismo tentò di ridestare i sentimenti repressi che si fusero nel concetto di popolo-nazione-classe. Socialismo e positivismo, due fratelli gemelli, cioè socialismo paternalistico degli industriali e socialismo delle masse operaie, sono il frutto di questa sintesi poderosa che c’è stata tra la dittatura della ragione e il risentimento del sentimento. Frutto il nazionalismo più esasperato. Si dava più importanza alla società in sé, alla comunità che al singolo. Oggi non è più così.
L’esperienza della Grande Guerra rese gli uomini diffidenti, fece crollare i miti antichi della Bella Epoca. Prevalse il pessimismo, l’esistenzialismo che esaltava il singolo. Il popolo si svilisce, le classi perdono coscienza, prevalgono le masse amorfe, impersonali. La società organica si disgrega in aggregati atomistici. Ogni uomo è monade a sé, assoluta, indivisibile. La famiglia, perno di ogni società civile, dalla “Politica aristotelica” fino ad Hegel, crolla. Ritorna quel funesto teatro hobbesiano dell’homo homini lupus. L’uomo non è più animale sociale per natura, ma animale asociale per natura. La Grande Guerra ha sconvolto gli animi, anche psicologicamente. La nostra generazione, la generazione postmoderna, quella di Lyotard, è frutto della guerra, della sfiducia. Il post moderno rischia di divenire anche esso una novella narrazione metafisica, di natura neo-schopenhaueriana. La volontà generale diviene cieca volontà, diviene fascismo. Il socialismo si trasmuta in fascismo. Mussolini, ad esempio, che era un rivoluzionario socialista, diviene il suo opposto. «Predicava la rivoluzione violenta del proletariato e imprecava contro il socialismo riformista e contro i metodi democratici e parlamentari». Conobbe Vilfredo Pareto, sostenitore dell’elitismo politico ed economico. Sarà poi il filosofo ad incoraggiarlo a fare la marcia su Roma. Pareto sosteneva l’elitismo, teoria in parte vera, anche per i regimi democratici, purtroppo!
«Lenin è il marxista puro: la sua opera è la realizzazione integrale del messaggio del profeta, la diretta conseguenza logica del pensiero del maestro. Mussolini è l’antico marxista, marxista di temperamento più che d’idee, che ha messo a servizio della sua ambizione personale e della reazione nazionalista la tecnica dell’inquadramento e dell’istupidimento delle masse, appresa dal socialismo militante». «E se Lenin oggi fosse ancor vivo – ammesso che il suo continuatore “fedele interprete” Stalin gli permettesse di vivere (ma più probabile che da anni l’avesse fatto fucilare come spia tedesca o giapponese) – potrebbe constatare che l’errore di valutazione storica…»[1] del comunismo: l’hegeliano stato che si camuffa come dittatura del proletariato. Hitler deriva dal fascismo italiano. Lo stato collettivista è quello di Lenin, di Hitler e di Mussolini: uno Stato che instaura la tirannia in nome della massa, per soffocare l’uomo. Il globalismo odierno è ancora questo, una forma di totalitarismo raffinato, democratico. Nel mondo del lavoro e dell’economia vige ancora il fascismo, non c’è democrazia. Questo i giovani lo sanno e purtroppo lo vivono. Quindi nella società liquida vige solo il super-capitalismo multi-nazionalistico, impersonale, onnipotente come le antiche Compagnie delle Indie Orientali, sovrane dei mari. Il mare è il luogo della pirateria, è una zona neutrale, apolitica, a-civile. Metaforicamente la società-mare è questo grande e grave marasma sociopolitico, dove il vero potere, quello economico, è retto da una forma di elitismo supremo, non più nazionalistico, ma mondiale. Di fronte a questo nuovo macrocosmo i microcosmi umani, i giovani vacillano, si sentono impotenti. L’umanesimo antico, di cui l’Italia si vanta, è scosceso nel dis-umanesimo. Il potere degli uffici – ricordate i polit-buro sovietici – è un potere onnicomprensivo che resiste anche ai cambiamenti di regime. Locke lo aveva individuato: il potere amministrativo, il quarto potere, oltre ai tre classici, ripresi da Montesquieu. L’Unione Europea sta diventando una novella Unione Sovietica occidentale al servizio dei supremi poteri economici. Con l’assoluzione di Palmiro Togliatti l’apparato del regime rimase intatto, fu riciclato dalla nuova imperante Guerra Fredda.
La nostra società, purtroppo, non per fare un torto a Lyotard – “La condizione postmoderna” esce nel 1979, Lyotard come Bauman è un profeta dei tempi – è post-fascista. Non è post-comunista: non abbiamo vissuto il comunismo, sebbene fascismo-comunismo siano paredri. Un tentativo per superare questa condizione opprimente, post-fascista, anche se democratica, è stato adempiuto colla rivoluzione mondiale del 1968. Una grande rivoluzione, paragonabile per la sua portata al 1848, di cui ancora risuona l’eco (è successo un Quarantotto!) Quella rivoluzione è anche fallita, ma aveva forgiato una generazione di giovani sanguigni, combattenti, credenti. Avevano un ideale: cambiare la società! Dopo il 1978 tutto finisce. Questa generazione è figlia dei figli dei fiori, delusi, frustrati. È una generazione flemmatica, attaccata ai cellulari notte e giorno. Invece di fiori troviamo tralci dell’intelligenza artificiale: un Intelletto unico averroista-kantiano che con le sue forme epiche ingloba tutto. Come nella parabola dei tralci, staccarsi da questo cervello che pensa per tutti, significa la morte. Non è Dio! Magari! Anche la formazione mira a creare meri esecutori, non pensatori. Le competenze! Le competenze! E tutti gli altri vuoti paroloni. Il sistema non ha bisogno di cervelli critici, ma docili. Il Fascismo faceva questo apertamente. Oggi il Potere lo fa indirettamente.
Il giovane così necessariamente avverte un disagio fortissimo: non c’è più una società agricola, come era nell’Italia addietro, né una società industriale, corroborata dalle fedi socialiste, ma una società ed un’economia postindustriale, solo terziaria. Il potere burocratico è sovrano, immutabile ed immobile di fronte a tutti i regimi, democratici, monarchici, totalitari o chi volete voi!
In questo marasma cosa deve fare il giovane? Smarrirsi necessariamente. Patria, religione, progresso, scienza, famiglia, lavoro e tutti gli altri weberiani idealtipi mitico-sociali che reggevano la comunità non ci sono più. Il lavoro non c’è più. C’è solo la pura fenomenologia che non è husserliana. Magari! Sarebbe legata alle essenze! Ma è neo-kantiana. Vale solo l’apparire, i social, gli influencer. Le nuove fabbriche sono le scuole, i supermercati e gli ospedali. Di qui l’aziendalizzazione, un’altra manovra nefanda e perniciosa. Anche a livello morale c’è un “Dopo la virtù” (come il libro di Mac-Intyre). È tutto un dopo. E non c’è neppure una prospettiva del “domani” del vecchio futurismo. Più che una visione utopica si prospetta una visione retro-topica (baumaniana) che scade in fatalismi da eterno-ritorno. Vale la faccia più becera della medaglia del superomismo dannunziano, neppure dell’oltre-omismo genuino nietzschiano. Il superomismo purtroppo richiede un sub-omismo su cui riflettersi. Dicevamo il primo principio della politica aristotelica: la naturale socialità umana. Chi vive fuori della Polis o è una bestia o un dio, un sott-uomo o un superuomo, un inetto o un eroe. Oggi c’è imperante il principio dell’homo homini deus che si fonda su quello dell’homo homini lupus, sulla perenne lotta per emergere dall’aurea mediocritas, invece. Apparire ad ogni costo, farsi notare: il disagio esistenziale delle masse giovanili si riflette nel reflusso della facilità delle droghe, tossicodipendenze, videodipendenze, ludo-dipendenze. Il mercato del reflusso è approvato in maniera asettica da un sistema economico che pur di mantenere alto il fantomatico Pil è disposto a vendere a Mammona la sua anima. Non si può fallire. L’insuccesso è vietato. La valutazione diviene il fine e non il mezzo della formazione. I figli dei fiori frustrati accettano questa proiezione nel fiore dei figli, nella gioventù che oggi vive il fiore della sua vita. Il problema risiede non nei fanciullini pascoliani innocenti, viventi anche in noi stessi, ma nell’adulterio dell’età adulta, nel tradimento dell’innocenza giovanile. Noi adulti abbiamo tradito questi giovani. Cosa abbiamo loro trasmesso? La corruzione a tutti i livelli? Lo stato post-fascista si trasforma in ambiti più o meno verosimili di collusione. Mafia e fascio hanno in comune la violenza. La violenza viene rilegata in strutture arcaiche, come quelle mafiose. L’Italia è la patria delle Signorie. Il fascismo affonda le sue radici in questa struttura principesca. Ancora Gramsci parlava di partito come moderno Principe. Il Principe-partito è molto simile al fascismo. Non dimentichiamo che il fratello Mario Gramsci è stato il fondatore della sezione fascista varesina. Dopo la parentesi della guerra fredda in cui prevalevano ancora le cosiddette ideologie, nell’accezione più deleteria neo-marxista, ritorna il personalismo, soprattutto nella Seconda Repubblica. Il culto della personalità, prima spettante ai duci, si democratizza e si frantuma in una congerie di singoli-principi. Questa soluzione pseudo-democratica significa destituzione dell’ego sociale. L’ego individuale può autenticarsi solo in rapporto all’ego sociale. Noi adulti abbiamo tradito noi stessi, nei giovani, togliendo il futuro che loro spetta ed attribuendolo a noi stessi con l’imperante malattia del peter-panismo: la non-accettazione della vita, della vecchiaia, del dolore, della malattia e di sorella morte, divenuta il sommo tabù. Eppure l’essere-per-la-morte era un valore anche per i filosofi più atei come Heidegger (più che atei, onto-latri: Severino è stato l’ultimo adoratore dell’Essere). A livello economico ciò si traduce con l’iperconsumismo, anche morale e spirituale, oggi, e non solo materiale, col neocolonialismo economico, con lo sfruttamento dissennato delle risorse non rinnovabili del globo. Jonas ha cogitato il quarto imperativo categorico – dopo i tre di Kant – che possiamo tradurre in: – Considera la Natura come fine e non come mezzo, come, invece, ha fatto la scienza materialistica e meccanicistica dal Seicento ad oggi.
Gustave Le Bonn nella Psicologia delle folle del 1895 aveva inquadrato le note psichiche dell’Io collettivo, o sociale. Certo un Io sociale forte, ben cosciente, può contrastare lo strapotere dei folli. La folla è folle. Questo Io sociale è diventato asociale. Sì, ma quando si trasfigura in massa informe, manipolabile facilmente, in aggregato psicosociale di ego-principi, questa massa diventa pericolosa, perché può essere agitata da una volontà suprema e forte. Io credo che come in ogni tempo anche questa società è destinata a tramontare e a non essere eterna. Lo dice lo stesso principio della liquidità: l’unica certezza che c’è è che non c’è alcuna certezza. L’unica assolutezza è che tutto è relativo. Viaggiamo come isole galleggianti nel mare della società liquida.
Quanto più l’Io non solo individuale, ma anche e soprattutto quello sociale si riapproprierà del Me, tanto più questa instabilità sarà curata e si costruiranno nuove solide basi. Ricordiamo ad esempio l’Impero Romano. La storia ci dimostra che le società muoiono e rinascono come fenici, ma, come diceva Hegel, ciò che abbiamo imparato dalla storia è che non abbiamo imparato niente dalla storia.
FONTE: https://www.lafionda.org/2025/07/28/la-societa-liquida-e-il-disagio-giovanile/





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