Pino Pinelli, lo Stato (deviato) che uccide
di LA FIONDA (Matteo Parini)

«Quella sera a Milano era caldo. Ma che caldo, che caldo faceva. Brigadiere, apra un po’ la finestra. E ad un tratto Pinelli cascò».
15 dicembre 1969, Milano. Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico e partigiano, veniva ucciso dallo Stato. Precipitò dal quarto piano della questura di Milano, dove era illegalmente trattenuto per non meglio precisati accertamenti che fecero seguito all’esplosione di una bomba nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana. Tre giorni prima, infatti, una deflagrazione all’imbrunire, con i locali ancora pieni di gente, costava la vita a diciassette innocenti, oltre al ferimento di altri ottantotto. Autunno caldo, lotte operaie, Statuto dei lavoratori: l’alba di un riscatto soffocata nel sangue. Frenare l’avanzata comunista nel Paese e infliggere un colpo mortale alla presa di coscienza di classe dei lavoratori, sempre più organizzati e meno propensi a chinare il capo dinanzi alle ingiustizie sociali, era il compito affidato dal potere sovranazionale a settori conniventi dei servizi segreti, che si servirono allo scopo della manovalanza neofascista. Storie già viste: la destabilizzazione di un Paese per favorire la svolta autoritaria perpetrata da classi dirigenti senza scrupoli.
Marcello Guida – figura simbolo della continuità degli apparati di sicurezza tra fascismo e Prima Repubblica, direttore del confino di polizia di Ventotene (dove fu detenuto, tra gli altri, anche Sandro Pertini) e, infine, questore di Milano – durante la conferenza stampa convocata poco dopo la morte di Pino, così lo chiamavano tutti, fornì la versione del suicidio di un uomo inchiodato alla sua colpevolezza e, quindi, deciso a farla finita. Qualche giorno più tardi, Licia Rognini Pinelli, moglie dell’anarchico, recentemente scomparsa, sporgeva denuncia nei suoi confronti, così come in quelli del commissario Luigi Calabresi, colui che personalmente lo convocò, e in quelli di tutti gli uomini presenti in questura nella notte maledetta, per i reati di omicidio volontario, sequestro di persona, violenza privata e abuso di autorità. Fu tutto inutile, perché il 27 ottobre 1975 il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, con la nota ordinanza che non fu giuridicamente sentenza in quanto non vi fu processo e nessuno venne rinviato a giudizio, archiviò ogni denuncia, escludendo sia il suicidio che l’omicidio e motivando la morte con la celebre locuzione di “malore attivo”. Un malore improvviso, si disse allora, dovuto allo stress e alle condizioni irregolari dell’interrogatorio. Quando giustizia è soltanto una parola.
Sul fronte della strage, le indagini, inizialmente orientate verso gli anarchici, furono ovviamente smentite da decenni di processi che individuarono come responsabili storici Guido Giannettini, Franco Freda e Giovanni Ventura, con quest’ultimo duo condannato dalla Cassazione per l’esecuzione materiale. Parallelamente, emersero i depistaggi e le ignobili coperture inscenate da settori deviati dei servizi segreti per ostacolare la ricerca della verità e insabbiare coinvolgimenti scomodi che rallentarono il corso della giustizia. Mani che lavano mani.
Sul piano giudiziario, la vicenda di Piazza Fontana e della morte di Giuseppe Pinelli è ormai chiusa da vent’anni. Precisamente dal 12 luglio 2005, quando la Corte si pronunciò sulla verità storica dei fatti. Tuttavia, la prescrizione dei reati e le assoluzioni definitive hanno reso impossibile aprire nuovi processi penali, mentre alcuni imputati sono ormai deceduti. Una pronuncia che, con tutti i suoi limiti di concretezza, resta un momento chiave per la memoria collettiva e, altresì, una pagina nera della storia italiana; pronuncia che sancisce la fine dell’iter storico-giudiziario durato più di mezzo secolo e l’affermazione della verità dei fatti, seppur in assenza di conseguenze penali per i responsabili.
Oggi, a 56 anni dall’omicidio di Stato, ricordiamo Giuseppe Pinelli: un uomo giusto, per la vita che gli è stata spezzata, per i suoi principi di uguaglianza sociale, per la verità negata alla sua famiglia e, come troppo spesso accade, disarticolata dal concetto di giustizia, per la memoria che resiste. Pino, per chi ambisce a vivere in un mondo più equo, di tutti e per tutti, rimane un simbolo di coraggio e di verità; un monito che invita a non dimenticare mai le vittime delle prevaricazioni dei potenti e a custodire con forza la memoria della storia.
A Pino.
FONTE:https://www.lafionda.org/2025/12/15/pino-pinelli-lo-stato-deviato-che-uccide/





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