La Flotilla: due stati d’animo
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)
Per chi in questi ultimi anni si è esposto, ha manifestato senza avere alcun dubbio sulla questione palestinese, sulle ragioni di un popolo martoriato, ucciso, dilaniato dalla volontà genocidaria dello Stato di Israele; per chi non ha tentennato nell’indicare quali atti di resistenza a un’occupazione illegittima le azioni militari di Hamas o di qualsiasi altro partito presente in Palestina; per chi non ha argomentato con quel fare intimamente razzista che vorrebbe suggerire agli oppressi in che modo dovrebbero governarsi e con quali forze politiche, l’improvvisa diffusione di una consapevolezza collettiva sulla soluzione finale in atto a Gaza non può che far nascere sentimenti di speranza e di maggior determinazione sulle lotte da perseguire nel prossimo futuro.
Ma accanto a questo ispirato e sincero auspicio, come spesso accade da quando l’attivismo estemporaneo postmoderno ha sostituito la vecchia militanza organizzata, affiorano dubbi e piccole esitazioni di fronte a una repentina euforia combattente che però si avvera con quel classico piglio gandhiano che professa non violenza e prassi civilizzante. Appare sempre cronometrica la simultaneità tra adesione alla causa di partiti poco inclini alla critica dell’Occidente collettivo, in prima linea, nel recentissimo passato, nell’operare distinguo, appelli accorati a un antisemitismo di ritorno in convegni organizzati da loro particelle embrionali denominate “Sinistra per Israele” e ingigantimento mediatico della lotta che si moltiplica con parole d’ordine più soffici, più presentabili.
In verità queste timidezze ben si spiegavano con la natura della vecchia amministrazione statunitense, allora democratica, che non permetteva di aprire entrambi gli occhi sul genocidio in corso. Più promettente, per assicurarsi l’attestazione di stima del padrone yankee, esprimersi in pubblico con lunghe e articolate premesse in grado di ripetere pappagallescamente, in un coro recitato all’unisono, quanto fu brutale il 7 ottobre, giorno in cui tutto ebbe principio. Israele certo stava esagerando un po’, ma comprensibile tutto sommato: gli ostaggi ancora soffrivano nei tunnel terroristi.
Ma ecco che con Trump lo scenario muta. Benjamin Netanyahu non è più il capo di governo dell’unica democrazia del Medio Oriente ma un uomo di estrema destra al pari del nuovo inquilino della Casa Bianca, per cui si può aprire anche l’altro occhio. Ma una precisazione importante: Israele ha un corpo sano, tanto sano che migliaia di persone sfilano contro il governo. Peccato che sfilino contro il governo perché non libera gli ostaggi. Il genocidio lì è normale amministrazione.
Poco importa. Perché accanto a questa presa di coscienza repentina di partiti e organizzazioni politiche impegnate, fino a qualche ora prima, a stilare liste di proscrizione sugli antisemiti di ogni villaggio, ecco che arriva, quasi contemporanea, la mobilitazione dell’associazionismo internazionale, quello delle flotte in mare, quello del filantropismo padronale, quello strettamente connesso a fondazioni, istituzioni globali e movimentismo libertario.
Un attivismo sempre supportato da un clamore chiassoso portato dai testimonial, dalle vedette mediatiche, dai tanti soldi investiti perché le azioni siano sufficientemente spettacolarizzate, sceneggiate in un’atmosfera fantasmagorica dove il Bene sconfiggerà per sempre il Male. Una raffigurazione caleidoscopica accompagnata dalla necessaria semplificazione della tematica. La volontà di oppressione dell’Occidente, visibile sia in Palestina che nell’accerchiamento bellico operato dalla Nato, viene minimizzata; Netanyahu viene estrapolato dal contesto generale. È solo lui il tiranno.
Per cui mentre Israele concepisce la distruzione totale di Gaza, mentre i cortigiani di casa nostra parlano di allontanamento volontario dei gazawi dalla loro terra, mentre insomma l’orrore viene definitivamente a compimento, la Flotilla concepisce un’azione puramente dimostrativa (per carità tutto fa brodo si potrebbe dire) destinata all’inconcludenza. Il risultato però sarà spendibile per l’accrescimento del prestigio, del capitale sociale in mano alla militanza del radicalismo libertario che rifugge qualsiasi ragionamento socialista o di classe, che compone in larga parte l’altro campo visivo dell’imperialismo: quello che marcia unito con i volenterosi d’Europa verso la guerra. Questa sensibilità, in prima linea con le vecchie rivoluzioni colorate, godrà di una sorta di legittimità morale alla mobilitazione che le altre forze politiche, più conflittuali, non meritano mai. Nel silenzio dei telegiornali le manifestazioni sulla Palestina di questi anni.
Ma in realtà esiste un’altra perplessità, questa afferente al metodo di lotta perché a un’attenta lettura affiora un impianto argomentativo impolitico. L’attivismo postmoderno, generalmente, non si rapporta dialetticamente con alcuna autorità perché in realtà non vuole alcuna rivoluzione del modello strutturale. Si concentra su alcune consuetudini umane o su determinate emergenze, tutte racchiuse nel grande calderone delle “questioni umanitarie”. Gaza rientra nella seconda tipologia: è un problema umanitario per cui l’azione considera prioritario portare aiuti (aiuti che non arriveranno mai). Viene sistematicamente eluso l’approccio conflittuale con le istituzioni.
In questa fase sarebbe dirimente concentrarsi su mobilitazioni, non necessariamente pacifiche, contro i governi, contro le istituzioni comunitarie che non provvedono a isolare lo Stato di Israele dal resto del mondo. Occorrerebbe pretendere che finiscano immediatamente i rapporti diplomatici con Israele o le collaborazioni istituzionali. Ma per far questo si dovrebbe mettere sul banco degli imputati tutte le forze politiche liberali, dalla sinistra alla destra, tutti gli organi sovranazionali e ragionare in termini di ripristino della legalità internazionale. Il conflitto sociale, politico e di classe è il motore della democrazia e va vissuto giorno per giorno, nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri, nelle sezioni di partito, nelle discussioni dei movimenti. Senza non restano che i grandi allestimenti mediatici, quelli buoni per gli attori, i cantanti e le star dell’impegno tanto accigliato quanto effimero.
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