Il genocidio del pensiero
da CONFLITTI E STRATEGIE (Gianfranco La Grassa)
Questo Paese ha bisogno di una rivoluzione culturale prima di tante altre cose. La prima ad aver fallito, ed è ora che si ritiri, è la sua classe intellettuale, che dovremmo invitare a tornare in classe perché, quando era il momento di studiare, rivendicava il voto politico. E non c’è da sorprendersi che siano proprio quei ragazzi del ’68, divenuti pensatori per mancanza di pensiero, che oggi avvelenano il paese. Quei falsi rivoluzionari, quasi senza nessuna autocritica, sono passati dalla contestazione al sistema al sistema stesso e oggi vengono ad ammannire lezioni inascoltabili. Non avevano capito Marx e, poi, abbandonandolo non hanno più capito nulla, salvo il modo di fare carriera. Sia chiaro, non sono stupidi, sono ipocriti e mentitori pro domo propria, partiti male e arrivati dove volevano, ma peggio.
Prendiamo uno di questi, che dichiarava di votare comunista. Oggi, nel suo editoriale sul Corriere della Sera, sempre arrampicandosi sugli specchi, ci dice che in Palestina gli israeliani non stanno commettendo un genocidio. È importante? No, non lo è, è solo una scusa che costoro trovano per non accusare Israele. Contrariamente a quello che credeva Nanni Moretti, le parole non sono importanti. Le parole, in alcune circostanze, non servono a niente, servono agli intellettuali per coprirsi le spalle. Scrive costui in un pezzo titolato “Quell’uso spropositato del termine genocidio”:
“Quasi un secolo fa, quando bisognava ancora fare i progressi che si sono fatti, in tre-quattro anni i loro predecessori, nel settore genocidi, di persone ne fecero fuori almeno quattro-cinque milioni: e loro invece? Loro, gli israeliani, nella metà del tempo sono riusciti a eliminare poco più di sessantamila persone: una vera debacle! Una prova d’inefficienza, d’inettitudine, d’incompetenza che non si può che definire sorprendente.
Com’è possibile? Non è urgente una spiegazione da parte di chi qui in Italia sembra essere così esperto nel tema?
La seconda osservazione è invece del genere serio. Tremendamente serio. Chi oggi grida al genocidio come se nulla fosse, chi accetta senza fiatare che qualcuno accanto a lui lo faccia, si rende conto che sta contribuendo a ridisegnare la storia? In pratica, cioè, a togliere qualunque eccezionalità ai drammi epocali del Novecento, a banalizzare come nessuno aveva provato a fare finora Auschwitz e l’Holodomor? A ‘normalizzare’ quei carnefici e i loro delitti, a compiere un’operazione di revisionismo storico che non ha eguali?”
Davvero qui siamo a un livello da depensanti difficilmente visto prima. Egli stesso scrive che le parole sono pietre, ma poi le usa come chewing gum. Chi ha stabilito che oltre un certo numero è genocidio e dopo invece no? Allora 4 milioni di morti sono un genocidio (rammentiamo che anche tra gli ebrei molti di loro si trovavano nei campi non perché erano solo ebrei ma anche comunisti, omosessuali, dissidenti e altro), allora cosa sono i 50, 100 milioni di nativi americani eliminati dagli occidentali? Un super genocidio? Genocidio è uno, genocidio è l’altro, e pure quello in atto sotto i nostri occhi, perché non è solo questione di numeri ma di modalità, come ben sapeva chi coniò il termine.
E che gli israeliani siano meno efficienti deriva, questo sì, dal loro numero esiguo e dalle circostanze storiche, a ciascuno la sua dimensione genocidiaria. E sulla seconda questione, sì caro mio, occorre ridisegnare la storia, perché la storia non ha un suo disegno intrinseco ma dipende dall’interpretazione che ne danno gli uomini. Se voi ne avete fatto un obbrobrio orripilante, qualcuno è chiamato a mettere le cose a posto, almeno fino alle prossime circostanze che ci restituiranno nuove configurazioni, sempre a seconda dei tempi e delle (in)sensibilità. I vostri quadretti faranno la fine che meritano, come ogni cosa nella storia, finché ci sarà storia. Per lo meno ora mettiamo in regola questo genocidio di pensieri e toglietevi dal cazzo.
FONTE: http://www.conflittiestrategie.it/il-genocidio-del-pensiero





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