Ecco il terrorismo. Come un orologio
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)

Tutti, o quasi, abbiamo coscienza della formidabile interconnessione di dati, notizie, impulsi presente nell’Occidente manipolato dalle governance di mercato. Qualsiasi avvenimento, ogni minuscolo refolo di vento che porta nutrimento alle narrazioni del potere sarà immediatamente spettacolarizzato. Questo è il linguaggio inesorabile che si parla al tempo di quei media globalizzati ormai totalmente asserviti al folto reticolato di manager privati e pubblici che oggi incorporano il potere senza volto del capitalismo liberale.
Da qui le mie remore, sincere remore, sui metodi situazionisti, anch’essi spettacolarizzati, di contestazione del sistema. Condividere la medesima grammatica, spesso, vuol dire introiettare l’ingranaggio concettuale dei dispositivi di comando imposti dal potere, che non fa distinzioni tra destra e sinistra. Entrambe sono alacremente al lavoro perché il mondo resti immobile alla “fine della storia”, privo di speranze per immaginate emancipazioni collettive. Ma tant’è che a volte queste iniziative di contestazione, anche se spettacolarizzate, riescono ad aprire qualche breccia.
In due anni i cortei pro Palestina con difficoltà hanno squarciato l’immagine del telegiornale di prima serata, ma, da qualche mese, si impongono nel sottofondo delle discussioni dei talk show, quelli di grido, quelli delle star democratiche. Come dicevo però, le redini della società spettacolarizzata le detengono i potenti, i grandi capitalisti, di cui Israele è l’avamposto militare più pericoloso; loro sanno esattamente come condizionare il pubblico tramite fantasmagorie.
Motivo per cui enfatizzare il cronometrico attentato di Manchester come un attacco all’ebraismo, mentre la più potente organizzazione terroristica del mondo, chiamata Stato d’Israele, tiene in ostaggio cittadini, militanti, compagni e contemporaneamente, aspetta che i palestinesi scelgano tra la prosecuzione della schiavitù e la soluzione finale del genocidio, è assai pericoloso, visti i precedenti e visto generalmente come quel paese custodisce le carceri ed eventualmente i processi.
Questo deve essere il momento in cui all’abbecedario situazionista del potere si dovrà rispondere con la concretezza del conflitto organizzato, con la spinta della popolazione organizzata in strutture collettive, con una nuova e duratura politicizzazione della società, che viva nel giorno per giorno, che si diffonda in ogni angolo della vita, soprattutto nei luoghi dove sorge il conflitto tra capitale e lavoro, conflitto necessario perché la follia individualista della società di mercato sia definitivamente superata.
Coniugare la lotta per il popolo palestinese all’autodeterminazione con la lotta sociale contro lo sfruttamento e l’alienazione del nuovo capitalismo finanziario, sarebbe un passo doveroso in grado di far tremare i polsi non solo alla Meloni, ma a tutto l’impianto neoliberale, che in Italia va dal Partito democratico a Fratelli d’Italia, e che viene chiamato Seconda Repubblica.
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