Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti
Falconara Marittima rappresenta un’anomalia nel panorama marchigiano, specie se si guarda alla sua traiettoria di sviluppo nella seconda metà del Novecento. In una regione fiorita attorno ai distretti industriali[1], Falconara si è trasformata nell’arco di pochi decenni da piccola località balneare a crocevia logistico e polo dell’industria pesante. In un’area di circa 25.000mq, infatti, si sono concentrati un’importante snodo della ferrovia adriatica, l’unico aeroporto internazionale della regione e grandi impianti a ciclo continuato legati al petrolchimico, come lo stabilimento Montedison (chiuso e in stato di abbandono dal 1990) e la raffineria Api, attorno ai quali si sono sviluppate le filiere produttive del fossile e del rifiuto. Questa concentrazione ha alimentato crescita e occupazione, trasformando Falconara nel comune più densamente popolato della provincia; allo stesso tempo, però, le esternalità negative di tali attività hanno reso il suo territorio una delle aree più inquinate d’Italia. Dal 2002, 1200 ettari di area marino-costiera e 108 di suolo falconarese sono stati riconosciuti come Sito di Interesse Nazionale (SIN) per la presenza diffusa di idrocarburi, metalli pesanti e altri residui chimici. Letto attraverso le lenti dell’ecologia politica, questo sviluppo rivela la logica selettiva delle economie industriali capitaliste: concentrare le attività più nocive in territori ritenuti sacrificabili, noti in letteratura come zone di sacrificio. La storica dell’ambiente Stefania Barca definisce questo processo ‹‹colonialismo ambientale[2]››, dal momento che scarica costi e nocività su territori (e su corpi) giudicati socialmente ed economicamente marginali.
Uno degli attori centrali di questa dinamica di colonizzazione è stata la raffineria Api. Nata nel 1933 come deposito di carburanti e attiva nella raffinazione dal 1950, l’impianto si estende per oltre 700.000mq a ridosso delle abitazioni e impiega circa 300 lavoratori diretti, producendo bitumi e carburante marino. La sua presenza quasi secolare e la lunga storia di occupazione della cittadinanza al suo interno hanno intrecciato in profondità industria e territorio, al punto che, come osserva Fabrizio Recanatesi del centro sociale Falkatraz, ‹‹l’identità cittadina è strutturalmente legata al cavallino dell’Api[3]››. Dalla raffineria di provincia cresciuta nel boom del patto fordista tra capitale e lavoro, Api è diventato in pochi decenni il principale player privato dell’energia a livello nazionale, grazie a quello che Recanatesi definisce «un mix di capitalismo familistico e capacità da multinazionale». Dopo l’acquisizione di IP, oggi la holding controlla una rete di oltre 4000 distributori con un fatturato che ha sfiorato i 10 miliardi di euro nel 2023.
La crescita di Api/IP non ha però portato benefici proporzionati alla popolazione. Da un lato, le ristrutturazioni tecnologico-organizzative hanno ridotto la presenza di manodopera locale nella raffineria; dall’altro, gli impatti ambientali della raffinazione sono diventati sempre più evidenti. Pur rifacendosi al lessico della green economy e definendo la sostenibilità uno ‹‹strumento di competitività[4]››, la raffineria genera da decenni inquinamento polisettoriale, contaminando tutte le matrici del SIN. La coscienza collettiva del danno ambientale è cresciuta in parallelo ai numerosi incidenti occorsi negli anni e culminati nel 2018, quando le esalazioni per la fuoriuscita di 15.000 metri cubi di greggio dal serbatoio TK-61 hanno reso fenomenologicamente innegabile una nocività già riconosciuta per decreto ministeriale nel 2014[5]. Ѐ, insomma, evidente che a Falconara la mercificazione del rifiuto e del petrolio si sia data attraverso una sistematica spoliazione del territorio, secondo la logica predatoria dell’‹‹accumulazione per contaminazione[6]››.
Contro questo processo di spossessamento sono però nati, negli anni Novanta, dei movimenti eco-sociali il cui protagonismo è stato un unicum a livello regionale. Le prime opposizioni alla nocività industriale si sono levate dai comitati dei quartieri più esposti (Fiumesino e l’ex quartiere operaio di Villanova) che, animati anche dai figli e dalle figlie degli operai, hanno svolto un’intensa attività di informazione alla popolazione sui rischi dell’esposizione agli idrocarburi. La mobilitazione si è poi ampliata al centro sociale Kontatto (oggi Falkatraz) e all’associazione ambientalista Ondaverde, fino a convergere con i movimenti nazionali per la giustizia climatica (Fridays for Future e Campagna per il Clima Fuori dal Fossile) e con altre vertenze ambientali (come Taranto, NO Tap, Civitavecchia e Ravenna). In trent’anni di lotta, questi movimenti hanno costruito un repertorio d’azione molto diversificato ed ottenuto risultati rilevanti come il riconoscimento dell’area SIN, il blocco di nuovi impianti estrattivi, il miglioramento dei monitoraggi, l’attivazione del registro tumori regionale e, soprattutto, la produzione e diffusione di indagini epidemiologiche.
Gran parte della lotta dei movimenti falconaresi si è giocata – e tuttora si gioca – proprio sulla riappropriazione dal basso dei saperi. Come spiega Roberto Cenci, Ondaverde nasce nel 2009 per ‹‹ottenere e divulgare dati epidemiologici statisticamente credibili sulla salute della popolazione››, chiedendo non semplici studi descrittivi (schede Istat, ricoveri ospedalieri), ma studi analitici capaci di ricondurre le patologie a delle cause ambientali. Ѐ in questo quadro che l’indagine dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) del 2011, prodotta su richiesta della Procura e sostenuta da una raccolta firme di oltre 3000 persone, correla per la prima volta un eccesso di mortalità significativo per leucemie e linfomi non Hodgkin alla residenza entro 4km dalla raffineria, certificando l’impatto della nocività sulla salute. L’importanza di questi studi nella lotta va interpretata nel quadro del conflitto tra due approcci opposti al sapere. Per i movimenti, l’accesso ai dati è uno strumento di politicizzazione[7] della lotta: un dispositivo utile ad aprire lo spazio della discussione coinvolgendo la cittadinanza a monte (con raccolte firme o esposti collettivi) e a valle (tramite la divulgazione pubblica). I soggetti istituzionali, al contrario, tendono a usare il sapere in chiave depoliticizzante. Scuole e Università locali privilegiano la formazione tecnica per l’industria alla critica delle sue esternalità; la politica locale e regionale alimenta ciò che gli attivisti definiscono un revisionismo epidemiologico, volto a ignorare o screditare studi già consolidati. Ancor più critica è la valutazione degli enti di controllo (ArpaM, Inail, Asur) e del Ministero per l’Ambiente: oltre a denunciare l’inefficienza delle 3 centraline di monitoraggio delle esalazioni presenti nel SIN, i movimenti contestano la gestione opaca dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) – rilasciata alla raffineria un mese dopo l’incidente del 2018 e riesaminata cinque volte in sei anni per reiterate violazioni. I rapporti tra raffineria e vertici di ArpaM sono attualmente oggetto di processo giudiziario, mentre il progetto di monitoraggio tramite app (odor.net[8]), promosso dalla stessa Api nel 2019, è stato percepito – osserva Recanatesi – come un modo per ‹‹controllare più noi che loro››, spostando sulla cittadinanza l’onere del monitoraggio.
Proprio per inchiodare gli enti di controllo alle loro responsabilità, con il primo esposto collettivo del 2015 sulle esalazioni, il Comitato Mal’aria – nato nel 2013 da residenti e volontari di Ondaverde e divenuto il principale punto di raccordo tra le realtà sociali e ambientaliste del territorio – inaugura quella che Cenci e Recanatesi definiscono ‹‹la stagione dei processi››: il tentativo di spostare cioè il conflitto sul terreno del sapere giudiziario, una sfera terza ritenuta in grado di conferire ai dati dei movimenti uno statuto di verità incontrovertibile. Dopo un primo procedimento non risolutivo, la svolta arriva con le oltre mille denunce successive all’incidente del 2018, che aprono la maxi-inchiesta “Oro Nero”. Il processo, avviato nel 2025 contro i vertici della raffineria e l’ex direttore di ArpaM, contesta non solo le reiterate violazioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale e delle MISO (Modifiche non Sostanziali [dell’AIA stessa]), ma soprattutto il disastro ambientale inteso come accumulo nel tempo di nocività sanitarie e ambientali generate dall’attività produttiva. Secondo la Procura, condotte reiterate e motivate dal risparmio sui costi di manutenzione avrebbero prodotto una ‹‹diffusione incontrollata›› di inquinanti. Nonostante la pesante accusa, l’esito del processo rimane però incerto, e la mancata costituzione come parte civile del Ministero dell’Ambiente e della Regione – a differenza di quanto fatto dal Comune – potrebbe non giocare a favore della cittadinanza.
Al di là delle vicende giudiziarie, in questa storia colpisce però l’assenza quasi totale dei lavoratori e delle loro rappresentanze sindacali. Per gli attivisti, una delle cause principali è il profondo mutamento della composizione della forza-lavoro interna alla fabbrica: se negli anni Ottanta gli operai erano in larga parte autoctoni, oggi circa la metà dei lavoratori diretti non vive più in città. Le ristrutturazioni degli ultimi trent’anni – automazione dei processi, qualificazione e stabilizzazione della manodopera più specializzata, esternalizzazione di quella meno qualificata – hanno finito per indebolire il legame storico tra fabbrica e territorio. Come osservano Feltrin e Leonardi, il risultato di questi processi è una “deterritorializzazione” della forza-lavoro: chi lavora nella grande industria è sempre meno radicato nelle comunità che ne subiscono gli impatti (e che smettono di venire “compensate” con l’impiego nelle fabbriche inquinanti), producendo una crescente ‹‹biforcazione tra luoghi di lavoro e territori[9]››. Anche a Falconara questa frattura ha impedito la costruzione di un rapporto strutturato fra lavoratori e movimenti, limitato finora a confidenze individuali, spesso anonime. A complicare ulteriormente il quadro è la narrazione demonizzante promossa nel tempo da alcune sigle sindacali, che hanno dipinto i movimenti come una minaccia all’occupazione. Si è così prodotta una singolare inversione del ricatto occupazionale, dove ad evocare la presunta incompatibilità tra salute e lavoro non è più il datore di lavoro ma i lavoratori organizzati. Un atteggiamento, questo, favorito sia dall’assenza di piani per una giusta transizione, sia dalla storica inadempienza sindacale nel rendere pubblici i rischi ambientali e sanitari della raffineria – lasciando ai movimenti il ruolo di uniche “Cassandre” del territorio. Per queste ragioni, a Falconara non è possibile parlare di ecologia operaia (Barca, 2019), e persiste anzi un conflitto latente tra movimenti e (alcune) rappresentanze sindacali, emerso anche dal silenzio di quest’ultime nelle due denunce per diffamazione rivolte da Api/IP a Roberto Cenci nel 2019 e nel 2022[10].
La situazione è però oggi attraversata da un cambio di scenario decisivo. Lo scorso 15 settembre, Reuters[11] ha rivelato l’imminente cessione della holding Api/IP alla multinazionale dello stato azero SOCAR per circa 2,5 miliardi di euro, a seguito di una trattativa largamente sottaciuta da enti e media locali, nonostante le ricadute potenzialmente enormi sul territorio in termini di bonifiche e occupazione. Gli attivisti ipotizzano che la crescita del gruppo nell’ultimo decennio – i cui piani industriali relativi alla raffineria non sono mai stati resi pubblici – sia stata funzionale alla vendita, resa urgente dal rischio di rimanere nell’oil&gas senza accesso diretto alle materie prime in un contesto di crisi geopolitiche e transizione energetica. Per SOCAR, al contrario, l’acquisizione rientra nella strategia di penetrazione del mercato europeo e mediterraneo e, in quest’ottica, più che una raffineria che richiede ingenti investimenti per l’ammodernamento, ad interessare la multinazionale è la capillarità della rete distributiva IP. L’operazione gode inoltre di un implicito placet del Governo centrale, da sempre interessato a rafforzare il ruolo dell’Italia come hub del gas europeo[12]. In ogni caso, la cessione di un’infrastruttura strategica per l’approvvigionamento energetico del Paese a un soggetto statale estero comporta un passaggio alla scala nazionale della questione falconarese. Tale mutamento di scala è però un processo insidioso, che potrebbe anche non giocare a favore della lotta. Da un lato, i movimenti cercano di spostare l’attenzione dalle logiche della compravendita allo stato del SIN, chiedendo[13] al Governo di valutare l’attivazione del Golden Power per garantire bonifiche e continuità occupazionale. Dall’altro, temono che il cambio di scala si traduca in ulteriore marginalizzazione: lo scenario più inquietante, in questo senso, è quello della ‹‹deindustrializzazione nociva[14]››, in cui il capitale – esaurita la possibilità di estrarre valore da un territorio – si ritira lasciando dietro di sé le scorie eco-sociali della devastazione ambientale e della disoccupazione. Per evitare che la raffineria ‹‹faccia la fine della cattedrale nel deserto che gli sta di fianco[15]›› i movimenti avanzano quindi due richieste precise:
- La costituzione di un fondo di garanzia per le bonifiche, finanziato da acquirente e venditore come risarcimento al territorio e come leva per forme di occupazione alternative e “pulite”;
- La nomina di un Commissario Straordinario per le bonifiche, capace di sbloccare l’impasse che paralizza da anni gli interventi nella parte pubblica del SIN.
In conclusione, il futuro socio-ambientale di Falconara si gioca oggi su un crinale incerto: da una parte, la sua principale attività produttiva è delegittimata da un processo per disastro ambientale; dall’altra, il futuro acquirente non offre garanzie né sul piano occupazionale né su quello delle bonifiche. Nel frattempo, le istituzioni latitano, i lavori di risanamento procedono a singhiozzo e la popolazione continua a vivere e morire in uno dei siti più contaminati del Paese. Eppure, se è vero che le possibilità di ricomporre la frattura tra territori e luoghi di lavoro tendono ad emergere nei contesti di crisi, ‹‹dove e quando le strutture che separano diversi segmenti della classe vengono scosse›› (Feltrin, Leonardi, 2023), allora si può ragionevolmente sperare che il tempo della convergenza tra lavoratori e movimenti eco-sociali sia finalmente maturo.
Note
[1] Becattini, G. (1991). Il distretto industriale marshalliano come concetto socio-economico. In Studi e Informazioni Quaderni (34). 51-65
[2] Barca, S. (2019). Ecologia operaia. In ecologiepolitiche.com
[3] Il logo di Api è costituito un cavallo.
[4] Fonte: https://ip.gruppoapi.com/il-gruppo/chi-siamo/i-valori-e-la-mission-di-ip-gruppo-api/
[5] Nel 2014 i vertici del gruppo avevano concordato con il Ministero per l’Ambiente le MISO (misure di Messa In Sicurezza Operativa) da implementare per mettere in sicurezza le strutture e bonificare l’area SIN della raffineria.
[6] D’Alisa, G.; Demaria, F. (2013). Dispossession and contamination strategies for capital accumulation in the waste market. In Lo Squaderno, 29. 37-39
[7] Pellizzoni, L. (2011). The politics of facts: local environmental conflicts and expertise. In Environmental Politics, 20(6). 765-775
[8] L’applicazione prevedeva l’attivazione di campionatori della qualità dell’aria tramite segnalazione da parte degli utenti.
[9] Feltrin, L.; Leonardi, E. (2023). Organizzazione e convergenza: la composizione di classe tra sviluppo della tecnologia e crisi ecologica. In globalproject.info.
[10] In entrambi i casi a seguito di interviste concesse da Cenci a media nazionali (RaiNews nel 2019 e Striscia la Notizia nel 2022). In nessuno dei due processi, durati anni e costati parecchio in termini sia economici che psicologici, Cenci è stato giudicato colpevole.
[11] Fonte: https://www.reuters.com/business/energy/azerbaijans-socar-signs-deal-buy-refiner-italiana-petroli-2025-09-23/
[12] Fonte: https://www.mase.gov.it/portale/-/energia-pichetto-possiamo-essere-hub-del-gas-in-ue
[13] A prendersi carico dell’interrogazione è in realtà stato il Ministro per i rapporti con il Parlamento, fonte: https://www.rainews.it/tgr/marche/articoli/2025/11/raffineria-api-ciriani-golden-power-possibile-sono-in-caso-di-bonifica-8f4a417c-e00d-45b4-acb7-8b8c7bfda541.html
[14] Feltrin, L. et. Al. (2022) Noxious deindustrialization: Experiences of precarity and pollution in Scotland’s petrochemical capital. Environment and Planning C: Politics and Space, 40(4), 950-969
[15] Qui Recanatesi fa riferimento al complesso Montedison, dismesso e abbandonato dopo la cessazione dell’attività nel 1990.






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