a cura di Mimmo Cangiano
[Esce domani per nottetempo, dall’esperienza della rubrica “Consigli di classe” ospitata da queste pagine, Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, a cura di Mimmo Cangiano. Il libro contiene articoli di Daniele Lo Vetere, Marco Maurizi, Marina Polacco, Emanuela Bandini, Attilio Scuderi, Rossella Latempa, Emauele Zinato e Roberto Contu. Anticipiamo un estratto dall’articolo di Marco Maurizi].
Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola
di Marco Maurizi
La scuola pubblica italiana vive da anni una crisi profonda, aggravata da un’apparente polarizzazione politica che ne distorce la natura e le possibili soluzioni.
La destra sovranista e postfascista accusa le politiche scolastiche della sinistra di essere la causa di un imprecisato degrado culturale. Rispetto ai classici temi neoliberisti sullo ‘spreco’ delle risorse pubbliche, tuttavia, Fratelli d’Italia ha seguito la linea populista introdotta da Luca Ricolfi e Paola Mastrocola nel saggio Il danno scolastico. Secondo questa retorica, il modello progressista, centrato sull’inclusione, avrebbe sacrificato il merito e l’eccellenza, lasciando paradossalmente le classi lavoratrici intrappolate in un sistema scolastico inefficiente e incapace di offrire strumenti di mobilità sociale (Appunti per un programma conservatore)[1]. La pedagogia di sinistra, come noto, tende a negare l’idea stessa di un abbassamento del livello della scuola, interpretandolo unicamente come un attacco ideologico volto a giustificare modelli selettivi ed escludenti. In questa prospettiva, ogni critica alla scuola viene letta come un tentativo reazionario di smantellare l’inclusione. Ma questa posizione difensiva, che si limita a contrapporre slogan a slogan, non coglie la realtà materiale della crisi e finisce per confermare in modo speculare le chiacchiere interessate della destra: da un lato i nostalgici di Gentile, dall’altro gli apostoli di John Dewey, come se la scuola si riducesse a una contrapposizione caricaturale tra autoritarismo e spontaneismo. In realtà, la negazione del problema è funzionale a una proposta moralistica di segno opposto: non bisogna cambiare la scuola, basta cambiare gli insegnanti. Così ogni emergenza educativa si traduce nel mantra sempre uguale – “più formazione per i docenti!” — che ormai suona come una barzelletta. Ma questa barzelletta ha effetti concreti: sposta l’attenzione dalla crisi strutturale dell’istituzione scolastica alla presunta inadeguatezza dei lavoratori della conoscenza, riducendo i problemi della scuola a un deficit individuale di aggiornamento. In tal modo, la pedagogia progressista contribuisce involontariamente a delegittimare l’autonomia docente, trasformando i professori in eterni allievi da correggere e disciplinare, anziché in soggetti portatori di un sapere e di una pratica critica.
È uno scontro tra ciechi. La crisi della scuola è profondamente legata alla natura iper-capitalistica della società in cui opera, una società segnata da conflitti di classe che determinano le sue istituzioni e ne modellano i limiti strutturali. La centralità delle dinamiche di mercato nelle scelte politiche degli ultimi decenni ha portato a un disinvestimento sistematico nella scuola pubblica, sia in termini di risorse economiche che di riconoscimento sociale. Il declino della scuola non è infatti un fenomeno contingente legato a cattive scelte pedagogiche o politiche. È il risultato di un processo strutturale: in una società iper-capitalistica, la scuola è destinata a impoverirsi perché la forma del sapere che essa incarnava e la sua funzione di integrazione sociale è incompatibile con le esigenze di un mercato globalizzato e di una società sempre più scossa dalla finanziarizzazione dell’economia. Questa contraddizione si riflette nella progressiva perdita di autonomia della figura del docente, nella burocratizzazione del lavoro scolastico e nella marginalizzazione del sapere disciplinare.
La privatizzazione occulta della scuola
Il processo di privatizzazione della scuola ha preso forma a partire dagli anni Novanta. Esso si articola su piani diversi ma oggettivamente convergenti. Anzitutto, l’autonomia scolastica: presentata come una riforma per migliorare l’efficienza del sistema, ha trasformato le scuole in entità in competizione tra loro, alimentando le disuguaglianze sociali e territoriali. La logica concorrenziale si è tradotta in una vera e propria estetizzazione del reclutamento degli studenti: open day, brochure patinate, loghi e slogan pubblicitari, campagne social. Gli istituti si presentano come aziende che devono conquistare un bacino di utenza sempre più volatile, mentre le famiglie sono trasformate in consumatori da sedurre con l’offerta più accattivante. Questo ha mutato profondamente la relazione educativa: la scuola non è più un luogo dove si accede come cittadini a un bene comune, ma un servizio che deve convincere l’utente-cliente a ‘scegliere’ l’offerta più conveniente. Di conseguenza, gli insegnanti vedono il proprio lavoro subordinato a strategie di marketing che nulla hanno a che vedere con la trasmissione del sapere.
Lungi dal promuovere un sistema coeso, l’autonomia ha accentuato la frammentazione e reso il sistema scolastico sempre più diseguale. A ciò segue necessariamente l’infiltrazione degli interessi privati nella vita quotidiana degli istituti: progetti come il PCTO, l’enfasi sulla didattica laboratoriale, che dovrebbe “aprire la scuola al territorio” hanno reso la scuola uno spazio subordinato alle imprese in cui l’idea del sapere come istanza di autonomia e critica viene subordinata a false idee di concretezza, pragmaticità e professionalizzazione. In tale processo di lungo corso, burocratizzazione e aziendalizzazione vanno di pari passo: il lavoro docente è stato progressivamente trasformato in un insieme di procedure standardizzate, spossessando progressivamente l’insegnante della sua autonomia intellettuale. Questo approccio alla efficientizzazione del rapporto di lavoro pubblico è il metodo usato da decenni dalle classi dirigenti liberiste per piegare il lavoratore non privato a logiche di aziendalizzazione al di fuori delle dinamiche dirette di mercato. Si tratta di un vero e proprio addestramento ideologico: abituare i docenti a concepire la propria attività non come esercizio critico e creativo, ma come sequenza di adempimenti formalizzati, compilazioni di griglie e report, scadenze burocratiche. L’illusione dell’efficienza maschera così una sottrazione di senso e di potere: ciò che un tempo era libertà intellettuale e responsabilità pedagogica diventa mera conformità a standard esterni, funzionale a un controllo sempre più capillare. In questo senso, l’esperienza del lavoro docente incarna un esempio paradigmatico della reificazione analizzata da György Lukács: la riduzione dell’attività viva del soggetto a un insieme di procedure oggettivate, in cui il rapporto sociale si presenta come cosa e l’insegnante come semplice esecutore di un meccanismo già predisposto.
Parallelamente, la figura del dirigente scolastico si è evoluta in quella di un manager, che oltre a subordinare l’operato del corpo docente a queste logiche aziendalistiche è sempre più impegnato a tutelare l’istituto più sul piano legale che educativo. Che la scuola pubblica diventi un luogo di battaglie legali è un sintomo chiaro: lo sviluppo della società borghese si accompagna a una crescente normativizzazione della vita sociale, fenomeno che ancora Lukács aveva già analizzato criticamente riprendendo e reinterpretando le tesi di Max Weber sulla razionalizzazione e interpretando il diritto borghese come un’espressione della reificazione, riflesso della logica astratta e alienante del capitale, che riduce le relazioni sociali a meri rapporti economici[2]. Entra in questo quadro, infatti, anche la crescente privatizzazione del rapporto didattico: sempre più spesso, la relazione educativa è schiacciata da esigenze particolaristiche, come la ricerca di certificazioni da parte delle famiglie che minano l’aspetto pubblico e collettivo dell’istruzione. Su questo versante pesa la crescente enfasi sulla dimensione emotiva e psicologica di quel rapporto: problemi reali, come l’ansia degli studenti, vengono strumentalizzati per ridurre il ruolo della scuola alla gestione delle emozioni e delle relazioni, marginalizzando il sapere disciplinare e i contenuti educativi
Nota
[2] György Lukács, Storia e coscienza di classe, Mondadori, Milano 1973, pp. 126 e sgg.
FONTE:https://www.leparoleelecose.it/contro-la-scuola-neoliberale-tecniche-di-resistenza-per-docenti/






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