Vassalli USA alla ricerca di una Exit Strategy dalla disfatta iraniana?
da OTTOLINA TV

Il Marru
E, anche oggi, Forrest Trump annichilisce le capacità offensive iraniane domani:

Il porto chiave degli Emirati Arabi Uniti, Fujairah, ha sospeso interamente i carichi di petrolio; e non va meglio alla produzione di gas naturale:

L’Iran avrebbe dato fuoco a un enorme giacimento di gas naturale sempre degli EAU e gli Emirati sarebbero stati costretti a chiudere il proprio spazio aereo a seguito dell’arrivo di numerosi droni e missili: l’aeroporto di Shah avrebbe subito danni ingenti e avrebbe sospeso le operazioni; sarebbe stato colpita anche un’altra nave cisterna, sempre nei pressi di Fujairah.

Intanto a Baghdad…


“L’ambasciata a Baghdad è stata attaccata per tutta la notte”, riporta Glenn Diesen su X: Diesen sottolinea come si tratti “della più grande ambasciata del mondo”, l’equivalente di circa 60 campi da calcio; e, continua Diesen “sin dall’invasione dell’Iraq, è stata un fondamentale centro di proiezione di potere in tutta la regione”. Secondo Clash Report, “Le difese americane, compresi i sistemi C-RAM (i sofisticati sistemi di difesa a corto raggio progettati per intercettare in arrivo razzi, colpi di artiglieria e mortai prima che colpiscano il bersaglio), hanno intercettato diverse minacce in arrivo, ma almeno un drone è comunque riuscito a colpire l’interno del complesso, provocando incendi e danni”.
“L’esito della guerra si decide sul campo, non sui tweet”, ha dichiarato in un video in inglese il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie Ebrahim Zolfaghari:

“Proprio in quel luogo dove tu e le tue forze non osate avvicinarvi e di cui potete parlare solo nei vostri tweet. Sarebbe meglio chiamare questa guerra Epic Fear invece di Epic Fury”; la stessa paura che sembra immobilizzare i vassalli degli USA:

Secondo quanto riportato sempre da Clash Report, Kaja Kallas avrebbe detto la prima cosa intelligente della sua vita: l’Europa, avrebbe dichiarato, non desidera una guerra a tempo indeterminato e non avrebbe alcuna intenzione di entrare direttamente in un conflitto militare con l’Iran.
A spiegare esattamente perché la Francia (ma, immagino, il ragionamento valga anche per gli altri vassalli) non dovrebbe unirsi alla coalizione voluta da Trump per garantire il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, ci ha pensato il generale francese in pensione Michel Yakovleff:

“Non è il momento per comprare biglietti scontati per il Titanic”, ha affermato in un’intervista Tv: “A quanto pare, il capitano del Titanic voleva vendere biglietti a basso costo per la cena di gala dopo aver colpito l’iceberg”, ma “non si rafforza il fallimento”, ha sottolineato; “L’ho imparato proprio all’American War College”. “Si trova qualcos’altro, ci si sposta altrove. Ma non si rafforza il fallimento”; e, quindi, “Ci sono molti motivi per dire no a Trump”.
“Trump non può imporre la pace con la forza”, ha sottolineato il Presidente del Parlamento iraniano Mohammed Baqer Qalibaf, e è incapace di porre fine alla guerra:

Grazie all’avventura di Trump, “A stabilire le condizioni per la pace ora sarà Teheran”:

A scriverlo su Foreign Affairs è Nate Swanson, direttore dell’Iran Strategy Project presso l’Atlantic Council; Swanson ha ricoperto il ruolo di Direttore per l’Iran presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale tra il 2022 e il 2025, e fino alla fine dell’estate 2025 faceva parte del team negoziale per l’Iran dell’amministrazione Trump, ed è convinto che “La guerra americana contro l’Iran ci si è ritorta contro”: “Nonostante la brillantezza tattica dell’offensiva congiunta con Israele, il successo strategico rimane un miraggio per gli Stati Uniti. Trump ha dichiarato guerra a un Paese di 92 milioni di abitanti senza un piano chiaro per ciò che sarebbe accaduto dopo la fine delle ostilità”. “Ho sempre pensato che, dopo la morte di Khamenei, gli iraniani che desideravano una vita migliore si sarebbero uniti a coloro che si opponevano fermamente alla Repubblica Islamica, costringendo i leader del Paese a intraprendere un percorso diverso da quello tracciato dalla Guida Suprema. Ma l’amara ironia è che l’approccio di Stati Uniti e Israele alla recente guerra ha offerto a Khamenei una morte da martire, un dono al regime, poiché ha distolto l’attenzione dai fallimenti della Repubblica Islamica. Ha esaltato il figlio intransigente di Khamenei e ha spostato gran parte dell’attenzione nazionale sulla sopravvivenza a un attacco esterno. Tutti questi esiti non fanno altro che emarginare la maggioranza silenziosa degli iraniani che desiderano semplicemente un minimo di benessere”: “In futuro, l’Iran non avrà bisogno di ottenere grandi successi militari ogni giorno. Al regime basterà infliggere periodicamente danni sufficienti a mantenere in uno stato di apprensione i partner regionali, i mercati e l’opinione pubblica americana”; “Resta quindi un’unica opzione: tentare di raggiungere un cessate il fuoco formale. Teoricamente, ovviamente, Trump potrebbe semplicemente dichiarare che l’indebolimento dell’esercito iraniano e l’uccisione di Khamenei costituiscono una vittoria e ritirarsi. Ma questo è più difficile di quanto sembri. Non può impedire unilateralmente a Teheran di attaccare obiettivi statunitensi o gli stati del Golfo”. “L’obiettivo strategico dell’Iran ora è quello di imporre costi così elevati agli Stati Uniti e agli stati del Golfo da costringere Trump a optare per un cessate il fuoco che preveda una limitazione delle future azioni israeliane. In sostanza, l’Iran vuole obbligarlo a scegliere tra gli interessi di sicurezza di Israele e la stabilità dei mercati globali. In definitiva, la guerra iniziata da Trump non avrà un lieto fine”; come sosteniamo noi, se non c’hai le palle per fare la guerra, evitala, e, se te la impongono, ribellati.

A spiegare per bene perché c’è bisogno di una tappa intermedia tra le manifestazioni di sabato scorso e quella No Kings del 27 e 28 marzo, ci ha pensato Tahar Lamri sul suo profilo Facebook; riportiamo il post integralmente perché è una delle cose più belle e importanti che sono state scritte dall’inizio di questa ennesima guerra di aggressione : “C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un Paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine: è una correzione. Non è un’invasione: è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dall’americano o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio Paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale, quello che Spivak chiamerebbe l’informatore autentico locale, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio Paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che appoggia il regime, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione umanitaria. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella liberazione saranno proprio le persone che si pretende di salvare”.
Il Soddu
Il rinvio del vertice con Xi da parte di Trump dà alla Cina il tempo di pianificare una guerra con l’Iran? Trump ha lasciato intendere che potrebbe posticipare il summit con Xi Jinping se la Cina non aiuta a riaprire lo Stretto di Hormuz: questo ritardo offre a Pechino più tempo per prepararsi a possibili scenari di escalation nel Golfo. La Cina sta diversificando le rotte energetiche e rafforzando le riserve strategiche; gli analisti ritengono che il rinvio dia a Pechino margine per valutare rischi e opportunità nella crisi iraniana senza fretta diplomatica. La situazione rafforza la posizione cinese di neutralità attiva nella guerra.
Apple subisce pressioni in Cina per le restrizioni sull’App Store, lo scrive il Partito Comunista. Il quotidiano ufficiale del Partito Comunista cinese ha criticato Apple per le politiche monopolistiche dell’App Store e ha chiesto di allentare le restrizioni sugli sviluppatori locali: Pechino vuole favorire le app cinesi e ridurre la dipendenza da piattaforme straniere; Apple ha già abbassato le commissioni in risposta alle pressioni regolatorie, ma il giornale del partito chiede ulteriori concessioni. Gli analisti ritengono che questa mossa rafforzi la strategia cinese di controllo tecnologico interno e di protezione delle imprese nazionali; la pressione arriva in un momento delicato per le relazioni commerciali con gli Stati Uniti.
Come gli analisti cinesi vedono la guerra tra Stati Uniti e Iran. Gli analisti cinesi interpretano la guerra tra Stati Uniti e Iran come un’opportunità per Pechino di rafforzare la propria influenza energetica e geopolitica in Asia: gli esperti vedono il conflitto come un modo per gli Stati Uniti di distrarsi, mentre la Cina consolida la Via della Seta. Pechino evita un coinvolgimento diretto, ma aumenta la diversificazione delle forniture petrolifere: gli analisti sottolineano che la Cina può beneficiare di prezzi più bassi del greggio russo e di accordi alternativi; la guerra accelera la strategia cinese di autosufficienza energetica.
L’economia cinese si avvia verso una crescita stabile nel 2026, nonostante le aspettative ridimensionate. Il Wall Street Journal riporta che la Cina ha iniziato il 2026 con una crescita stabile grazie a consumi interni e innovazione tecnologica, anche se le aspettative sono state ridotte al 4,5-5%: Pechino punta su qualità piuttosto che quantità per bilanciare i rischi esterni; gli analisti ritengono che il dato rafforzi la resilienza cinese nonostante lo shock petrolifero e le tensioni geopolitiche. Il governo continua a spingere su riforme fiscali e transizione verde per sostenere lo sviluppo a lungo termine.
Il Giappone rafforza la sorveglianza aerea intorno a Taiwan dopo il ritorno dei voli cinesi. Tokyo ha intensificato i pattugliamenti nel Mar Cinese Orientale dopo che la Cina ha ripreso le operazioni militari intorno a Taiwan con maggiore frequenza: il ministero della Difesa giapponese sta monitorando da vicino gli spostamenti degli aerei cinesi e sta accelerando l’acquisto di nuovi radar. Gli analisti ritengono che questa escalation possa spingere il Giappone a rivedere la propria postura difensiva e a intensificare la cooperazione con gli Stati Uniti; la mossa riflette la crescente preoccupazione di Tokyo per la stabilità regionale.
Stati Uniti e Cina studiano un nuovo meccanismo per gestire commercio e investimenti. Washington e Pechino stanno valutando la creazione di un organismo congiunto (Board of Trade) per regolare dispute commerciali e investimenti bilaterali: l’iniziativa emerge mentre il conflitto in Iran sconvolge i mercati e le catene di fornitura asiatiche; gli esperti giapponesi seguono con attenzione gli sviluppi, temendo ripercussioni sulle proprie esportazioni e sulla stabilità regionale.
Attacchi cibernetici in aumento colpiscono istruzione in India e semiconduttori a Taiwan e Cina. Un nuovo rapporto di Check Point Software registra un balzo record degli attacchi cibernetici nel 2025, con particolare vulnerabilità per scuole e università in India e per il settore chip a Taiwan e Cina: gli esperti collegano l’aumento ai conflitti transfrontalieri in corso; la regione Asia-Pacifico risulta la più esposta a queste minacce ibride.
I turisti europei lasciano il sud della Thailandia e si spostano verso est. A causa delle tensioni legate alla guerra in Medio Oriente, i visitatori europei stanno abbandonando le destinazioni meridionali thailandesi per spostarsi verso attrazioni orientali come Koh Chang e Trat, meno esposte ai rischi; il settore del turismo thailandese registra un cambio di flusso, ma mantiene buoni livelli complessivi.





Commenti recenti