Usa e alleati divisi sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
I paesi europei hanno escluso l’invio di navi da guerra nello Stretto di Hormuz, nonostante le minacce del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, secondo cui la Nato si troverebbe ad affrontare “un futuro molto brutto” se i membri non contribuissero alla riapertura di questa vitale via navigabile.
Le difficoltà diplomatiche si sommano a quelle operative. Sebbene Trump abbia offerto scorte della Us Navy per le petroliere che navigano nello Stretto di Hormuz, questo rimane comunque uno dei canali navigabili più difficili al mondo da difendere, segnala Axios. Le forze armate statunitensi possiedono diverse capacità che potrebbero essere impiegate per contrastare la guerra di mine navali nello Stretto di Hormuz, osserva Defense News. Eppure, secondo la Cnn, la Marina statunitense si trova ad affrontare una lacuna nella guerra di mine nello Stretto di Hormuz.
Come sottolinea oggi il Corriere della sera, “economiche e facili da piazzare, infatti, le mine navali sono ancora oggi le armi con maggior potere di deterrenza e la loro eventuale presenza nello stretto iraniano potrebbe avere effetti dirompenti sui commerci e sulle economie globali. Un’operazione di sminamento richiede infatti mesi”.
Nel frattempo le tensioni nello Stretto hanno già avuto ripercussioni sui mercati, con il prezzo del petrolio salito oltre i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022. L’interruzione del traffico marittimo rappresenta un rischio diretto per circa un quinto del petrolio mondiale.
Tutti i dettagli.
Le pressioni di Trump sugli alleati
Il presidente Donald Trump ha criticato la risposta negativa di diversi partner alla richiesta di contribuire con navi militari alla sicurezza dello Stretto, sostenendo che per decenni gli Stati Uniti hanno garantito la loro protezione e lasciando intendere di aver voluto verificare la loro affidabilità. Ha dichiarato di aver chiesto a circa sette Paesi di partecipare a una missione navale, senza però ottenere adesioni concrete.
Al Financial Times in un’intervista di domenica Trump ha dichiarato: “È giusto che coloro che beneficiano dello stretto contribuiscano a garantire che non accada nulla di male. Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della Nato”. In una conferenza stampa di lunedì, il numero uno della Casa Bianca ha ribadito il suo appello agli alleati affinché contribuiscano a riaprire la navigazione nello stretto, affermando che “alcuni sono molto entusiasti e altri no”.
La risposta dei paesi europei
Nonostante i contatti avviati dall’amministrazione statunitense, i Paesi coinvolti hanno mantenuto una posizione prudente. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha ribadito che Londra non intende essere trascinata in un conflitto più ampio, pur sostenendo la necessità di riaprire il passaggio marittimo, riporta il Guardian.
Anche la Germania ha escluso qualsiasi partecipazione ad attività militari, compresi gli sforzi per riaprire lo Stretto. “Non c’è mai stata una decisione congiunta sull’opportunità di intervenire. Per questo motivo non si pone la questione di un possibile contributo militare da parte della Germania. Non lo faremo”, ha dichiarato il cancelliere Friedrich Merz. La Francia aveva precedentemente affermato di star lavorando con diversi Paesi per una possibile missione internazionale di scorta alle navi attraverso lo stretto, ma il presidente Emmanuel Macron ha sottolineato che ciò avverrà solo quando “le circostanze lo permetteranno”.
I politici europei hanno sottolineato l’importanza degli sforzi diplomatici per riaprire lo stretto, che fino alla sua effettiva chiusura da parte dell’Iran trasportava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
L’UE non estenderà la missione navale Aspides allo stretto di Hormuz
Anche l’Unione europea, riunita a Bruxelles a livello di ministri degli Esteri, ha escluso per il momento un’estensione della missione navale Aspides nel Mar Rosso allo Stretto di Hormuz.
Una proposta di modifica del mandato dell’Operazione Aspides per contribuire alla sicurezza dello stretto ha suscitato scarso entusiasmo tra gli Stati membri, secondo quanto dichiarato dall’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas. Anche la Grecia, che ospita il quartier generale dell’Operazione Aspides e che inviato due fregate militari e due caccia F-16 in difesa di Cipro, dopo che un drone iraniano ha colpito la base britannica della Raf sull’isola all’inizio del conflitto in Iran, ha dichiarato lunedì che non parteciperà ad alcuna operazione militare nello stretto.
La posizione italiana
Sul fronte italiano, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che “intervenire a Hormuz sarebbe un passo verso il coinvolgimento”.
A inizio settimana il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha affermato che “la diplomazia deve prevalere” e che il nostro paese non è coinvolto in missioni navali che potrebbero essere estese all’area. Ha espresso dubbi sull’estensione del mandato delle attuali missioni navali europee nel Mar Rosso allo stretto di Hormuz, “dato che si tratta di missioni antipirateria e difensive”.
La marina statunitense può farcela da sola?
Gli attacchi nello Stretto di Hormuz hanno quasi completamente bloccato il traffico marittimo commerciale da e per il Golfo, hanno drasticamente interrotto le esportazioni di petrolio dalla regione e destabilizzato i mercati energetici globali. Pur affermando che gli Stati Uniti hanno “distrutto il 100% delle capacità militari dell’Iran”, Trump ha riconosciuto che gli iraniani continuano a inviare droni, a sganciare mine e a lanciare missili antinave contro le imbarcazioni nello Stretto. Da qui le sollecitazioni d’intervento dell’amministrazione americana agli alleati.
Ripreso dal Guardian, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha dichiarato: “Questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi. Cosa si aspetta Donald Trump da una manciata di fregate europee nello Stretto di Hormuz che la potente Marina statunitense non possa gestire da sola? Questa è la domanda che mi pongo anch’io”.
Le difficoltà militari nella difesa dello stretto
Ma la Marina statunitense può effettivamente farcela da sola?
Dal punto di vista operativo, la difesa dello Stretto di Hormuz presenta criticità strutturali. La via navigabile, larga circa 21 miglia nautiche nel punto più stretto, concentra il traffico in corridoi limitati e prevedibili, rendendo le navi vulnerabili, sottolinea Axios.
L’Iran gode di un vantaggio geografico grazie alla sua posizione lungo la costa settentrionale, che gli consente di monitorare e colpire facilmente le imbarcazioni. Dalla terraferma può impiegare missili antinave e motovedette veloci con scarso preavviso, mentre le forze statunitensi e alleate operano da distanze maggiori.
Lo spauracchio delle mine sbacquee
Anche senza una flotta convenzionale dominante, Teheran può rendere rischioso il transito nello Stretto. Secondo un rapporto dell’Office of Naval Intelligence del 2017, la Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane considera le armi navali un pilastro fondamentale della propria strategia militare e avrebbe iniziato a posare mine nello stretto la scorsa settimana, segnala Defense News. Secondo un rapporto del Congresso pubblicato mercoledì, si stima che l’Iran possieda circa 6.000 mine.
Mine nello stretto di Hormuz?
E ora ci si interroga sulla possibile posa di mine subacquee da parte dell’Iran.
Il 13 marzo in occasione di un briefing al Pentagono, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che non vi erano “prove evidenti” della presenza di mine nello stretto. L’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), ha dichiarato lunedì che le forze statunitensi hanno distrutto bunker di stoccaggio per mine navali durante un attacco statunitense contro obiettivi militari sull’isola di Kharg, importante centro di esportazione petrolifera iraniana, avvenuto venerdì. Secondo il Centcom, le forze statunitensi hanno anche distrutto 16 posamine iraniane la scorsa settimana.
Le cacciamine americane
Al momento la Marina statunitense ha quattro cacciamine di classe Avenger di stanza a Sasebo, in Giappone, che potrebbe essere schierata in Medio Oriente a supporto dell’Operazione Epic Fury, se necessario, sottolinea ancora Defense News.
Come ricostruisce la testata specializzata in difesa americana, la Us Navy ha commissionato 14 cacciamine di classe Avenger a partire dagli anni ’80, ma da allora ne ha ritirati quasi tutti dal servizio. Il servizio di cacciamine aveva quattro cacciamine schierabili in Bahrein fino al 2025, ma sono stati dismessi e sostituiti con le LCS, ovvero Littoral Combat Ship, dotate di capacità di dragaggio e caccia mine. Ciascuno dei cacciamine dismessi aveva prestato servizio per oltre 30 anni.
Queste navi, che utilizzano sonar e veicoli a controllo remoto (ROV) per identificare le mine sotto la superficie dell’acqua, sono state utilizzate durante la Guerra del Golfo per distruggere oltre 1.000 mine al largo del Kuwait.
La Marina ha cercato di modernizzare le proprie capacità di sminamento sostituendo le vecchie cacciamine ormeggiate in Bahrein con le navi da combattimento costiere classe Independence, equipaggiate specificamente con un pacchetto di missioni per la contromisura delle mine. Il pacchetto MCM (Mineral Countermeasures) della nave da combattimento LCS classe Independence include le capacità aeree dell’elicottero Sikorsky MH-60S Seahawk, che può essere impiegato dalla LCS per supportare le operazioni di ricerca e sminamento.
Secondo fonti della Cnn la US Navy avrebbe gravi carenze in fatto di navi dragamine nella regione del Golfo Persico dopo aver rimpatriato per la prevista radiazione i 4 cacciamine classe Avenger dislocati in Bahrein (nella foto sopra), tanto che l’onere di bonificare quelle acque dagli ordigni subacquei iraniani spetterebbe alle tre navi LCS, ovvero Littoral Combat Ship, presenti nella zona attualmente, scriveva a inizio settimana Analisi Difesa.
La richiesta sul tavolo di Roma
E proprio le cacciamine sarebbero sul tavolo tra Washington e Roma mentre la presidente del Consiglio “Giorgia Meloni, amica di Trump in Europa, prende le distanze dall’Iran” osservava la scorsa settimana il New York Times.
Secondo il politologo americano (e trumpiano) Edward Luttwak “Meloni seguendo il modello Abe Shinzo è stata la prima in Europa a tuffarsi nel Lago Trump sviluppando un rapporto personale che le evitato i problemi degli altri. Ma adesso ha rifiutato la richiesta di cacciamine per operazione rischio zero. Trump presenterà il suo conto”.
La Marina Militare italiana ne ha effettuate diverse a partire dagli anni ’90 non solo per bonificare le acque dell’Adriatico dopo i conflitti nell’ex Jugoslavia, ma anche per ripulire quelle mediorientali al termine delle due guerre del Golfo. E ora si guarda allo stretto di Hormuz.
Le cacciamine nell’arsenale militare italiano
Oggi La Spezia ospita la base principale della flotta di cacciamine della Marina Militare italiana, inquadrati nella quinta divisione navale (COMFORDRAG). Queste unità specializzate, tra cui le classi Lerici e Gaeta come nave Milazzo e nave Gaeta, sono dotate di scafi amagnetici, sonar e veicoli subacquei filoguidati (ROV) per la caccia e la distruzione di ordigni.
A bordo operano equipaggi di circa quaranta persone, inclusi subacquei altamente addestrati, che utilizzano sonar ad alta frequenza per individuare mine affioranti, ancorate o posate sul fondale e procedere alla loro neutralizzazione.
Il compito del controminamento – ovvero l’aggancio dell’esplosivo alla mina – spetta ai palombari o a robot capaci di operare fino a grandi profondità in caso di alto rischio. Nel 2024 Intermarine (gruppo IMMSI) e Leonardo si sono aggiudicate un contratto per la fornitura di cacciamine di nuova generazione costieri destinati alla Marina Militare Italiana. Nello specifico il contratto prevede la fornitura di unità navali per la ricerca e la bonifica delle mine – Cacciamine Nuova Generazione Costieri (CNG/C) e relativo supporto logistico integrato, del valore di 1,6 miliardi per la realizzazione di 5 Unità e di circa 1 miliardo in opzioni per il completamento del programma.






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