L’Iran, la Cina, la Russia (anche gli Usa) sono Paesi liberi, non l’Italia.
da CONFLITTI E STRATEGIE (Gianni Petrosillo)
Quando possiamo dire che un Paese è libero, o meglio indipendente?
Quando le decisioni che lo riguardano vengono assunte per salvaguardarne gli interessi diretti, cioè per difenderli o espanderli, a seconda delle necessità e delle condizioni storiche, più o meno favorevoli, anche rispetto a scelte compiute in passato.
Quando invece un Paese non è libero o indipendente?
Quando le azioni che dovrebbe intraprendere non sono condizionate soltanto da fattori storici oggettivi, ma anche da influenze e pressioni di altri Stati, in grado di impedirgli a priori di muoversi in una determinata direzione oppure, qualora decidesse comunque di farlo, di attivare leve interne capaci di far fallire i suoi piani.
Da questo punto di vista, l’Italia non è soltanto un Paese a “sovranità limitata”, espressione spesso usata come eufemismo per nascondere una reale subordinazione a forze terze, ma è un Paese militarmente sottomesso. La presenza di presidi militari di una potenza straniera sul suo territorio le impedisce di agire secondo il proprio interesse, di decidere di fatto della sua pace e, soprattutto, della sua guerra. Inoltre, proprio grazie a questa presenza, vengono messe in atto manovre preventive per condizionare la scelta delle persone chiamate a ricoprire incarichi chiave, ai vertici delle Forze armate, nei servizi di intelligence, nei dicasteri strategici.
Allo Stato controllato viene lasciata una limitata agibilità nella politica interna, nell’amministrazione e nell’economia, purché l’eventuale espansione verso mercati più ampi di quello domestico non interferisca con gli interessi dell’occupante.
Prendiamo invece un Paese come l’Iran.
Lo Stato iraniano non prende ordini da nessuno. La sua proiezione strategica dipende certo da circostanze storiche esterne e da rapporti di forza esistenti, dai quali non può prescindere, ma rispetto ai quali conserva la possibilità di scegliere le strade che ritiene più opportune per collocarsi nella storia del proprio tempo. L’Iran – come in generale molti di quei posti che noi etichettiamo come “dittature” o “autocrazie” – è dunque un Paese libero e indipendente. Lo è soprattutto rispetto a noi.
In Iran c’è la libertà, non in Italia.
In Italia godiamo di costumi americanizzati che chiamiamo libertà e ci vantiamo di poter esprimere opinioni libere che, nel giudizio della storia e delle epoche, contano quanto il luogo dove ai cani è consentito andare a pisciare. Come accade in ogni Paese servile e condizionato da forze straniere, si costruisce una narrazione rovesciata, tirando fuori dal cilindro l’idea che una presunta libertà individuale debba valere più di quella collettiva.
È singolare, però, che la somma di tante libertà individuali non renda libera un’intera nazione, mentre un controllo più stringente sui singoli, nei Paesi che chiamiamo illiberali, produca una libertà nazionale per noi ineguagliabile.
Ovviamente indipendenza e libertà comportano costi sociali più elevati rispetto all’asservimento e ai vincoli esterni, soprattutto quando crescono le tensioni geopolitiche e si tratta di difendere certi avanzamenti in posizioni internazionali che dipendono innanzitutto da sé stessi. Al contrario, il prezzo da pagare nei Paesi satelliti di una determinata area di influenza aumenta quando lo Stato guida di quell’area comincia a perdere terreno e a vedere eroso il proprio ruolo egemonico e scarica sugli addentellati il peso del proprio arretramento.
Abbiamo goduto a lungo di una relativa tranquillità geopolitica sotto l’ombrello della NATO finché è esistita l’Unione Sovietica. Le cose hanno iniziato a cambiare quando questa è implosa e, unilateralmente, è stata ridimensionata la nostra valenza negli equilibri unipolari successivi. Ora che ritorna il multipolarismo, ci viene chiesto di pagare pesantemente lo sforzo di resistenza dell’egemone; e se quest’ultimo sarà costretto a cedere posizioni, il prezzo della sua ‘protezione’ verrà ulteriormente innalzato, sempre nei suoi interessi, non nei nostri.
Infine, quando queste tensioni sfoceranno nel policentrismo, ci verranno imposti sacrifici estremi, come fornire carne da cannone e diventare il teatro delle guerre condotte da tale centro di comando che ci sovrasta, che sarà sempre più procuratore di tutti i nostri guai. Potremmo essere una nuova Ucraina appena si verificherà tale necessità. Se la conflittualità decisiva, al termine di un periodo di policentrismo di durata incerta, dovesse portare all’emergere di un nuovo Paese o gruppo di Paesi egemoni, finiremmo saccheggiati da tutti e sottoposti ad altre volontà, diverse e indipendenti dalla nostra.
Pagheremo allora molte volte il prezzo di una libertà autentica che non abbiamo voluto versare quando avremmo potuto, optando per il libertinaggio delle belle narrazioni di cui si compongono le catene degli schiavi.
In sintesi, è questo che nella storia è quasi sempre avvenuto. Godetevi pure, dunque, la vostra libertà personale, da esercitare in un Paese sempre più irrilevante e calpestato da tutti. Sai che affare!





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