“Boomerang imperiale”: da Gaza a Minneapolis
di INTELLIGENCE FOR THE PEOPLE (Roberto Iannuzzi)

“Operation Metro Surge”, una massiccia campagna di controllo dell’immigrazione lanciata nel dicembre 2025 dal Dipartimento della Sicurezza Interna, sta mettendo a dura prova la Costituzione americana.
Gestita in primo luogo dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE), essa ha visto il dispiegamento di migliaia di agenti federali nell’area di Minneapolis-St. Paul.
L’operazione ha fatto scalpore per le violente tattiche adottate, culminate nell’uccisione di due cittadini americani, Renee Macklin Good e Alex Pretti.
Irruzioni con la forza nelle abitazioni senza un mandato giudiziario. L’arresto dei giornalisti che seguivano le proteste. La violazione di decine di norme federali. L’intimidazione di cittadini tutelati dalla Costituzione con l’agghiacciante domanda: “Non avete imparato?”. E la sconcertante abitudine di lasciare carte da gioco raffiguranti l’asso di picche e marchiate con la scritta “ICE” nelle auto degli immigrati arrestati, una pratica analoga a quella impiegata dai soldati USA in Vietnam.
Queste alcune delle azioni compiute dall’ICE, una forza militarizzata che sembra godere di un alto tasso di impunità in un contesto nel quale la Casa Bianca ricorre indiscriminatamente al termine “terrorismo” per stigmatizzare i propri avversari, apparentemente giustificando il ricorso alla violenza nei loro confronti.
Gli agenti dell’ICE e della Polizia di Frontiera – Border Patrol (BP) – hanno fatto ricorso a un uso eccessivo alla forza ed a tecnologie avanzate di sorveglianza (come il riconoscimento facciale) nei confronti di individui sospettati, comuni cittadini e giornalisti, violando il diritto di riunione e quello di documentare e criticare le azioni del governo.
Una crisi che viene da lontano
Le radici di questa crisi, ennesimo campanello d’allarme per lo stato della democrazia negli Stati Uniti, risalgono tuttavia indietro nel tempo, e certamente precedono l’arrivo alla Casa Bianca dell’attuale presidente, Donald Trump.
L’ICE fu creato nel 2003 come forza del neonato Dipartimento della Sicurezza Interna, nel contesto della “Guerra al Terrore” lanciata dall’allora presidente George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001.
I presidenti democratici Barack Obama e Joe Biden ne mantennero la struttura, ed anzi la rafforzarono favorendone la progressiva militarizzazione. L’immigrazione divenne così una questione attinente alla sicurezza nazionale.
La militarizzazione delle forze di polizia procedette di pari passo con l’avventurismo militare USA in Afghanistan, Iraq, Somalia e altrove. Il fronte interno divenne uno dei fronti della “Global War on Terror” (GWOT).
L’introduzione del PATRIOT Act dopo l’11 settembre attribuì enormi poteri di sorveglianza alle agenzie federali. Essa contribuì inoltre a normalizzare la detenzione arbitraria a tempo indeterminato degli immigrati, compromettendo il diritto a un giusto processo.
Il PATRIOT Act creò anche un programma di raccolta dei dati biometrici (impronte digitali, scansioni facciali) di tutti coloro che facevano ingresso negli USA senza disporre della cittadinanza statunitense.
Le ripercussioni dell’inedita possibilità dell’ICE di accedere ai dati dell’FBI (riguardanti anche i cittadini statunitensi) crebbero esponenzialmente nel 2008, con l’introduzione del programma “Secure Communities” (un programma di condivisione dei dati fra l’ICE e la polizia locale) negli ultimi giorni dell’amministrazione Bush.
Il programma di sorveglianza dell’ICE divenne obbligatorio per tutta la polizia locale e di stato nel primo anno dell’amministrazione Obama. Quest’ultimo si guadagnò l’appellativo di “deportatore in capo”, dando mandato all’ICE di deportare oltre tre milioni di persone negli anni della sua amministrazione.
Alla fine della sua presidenza, oltre l’80% delle persone deportate non aveva condanne penali, o aveva subito condanne per crimini non violenti.
Le guerre americane all’estero e la militarizzazione del fronte interno sono legate anche sotto un altro aspetto. In base al cosiddetto “programma 1033”, la polizia americana può acquisire l’equipaggiamento in eccesso del Pentagono.
Il programma precede la guerra in Iraq, ma ha acquisito rilevanza con la fine di quel conflitto. Il ritiro delle truppe USA dal paese ha dato luogo a tonnellate di materiale in eccesso. In base al programma 1033, più di 8.800 agenzie locali e di stato delle forze dell’ordine hanno ricevuto equipaggiamento militare.
A scuola da Israele
Un altro lascito dell’11 settembre è il crescente rapporto di collaborazione tra le forze dell’ordine americane e la polizia e l’esercito di Israele.
A partire dai primi anni 2000, migliaia di agenti dell’FBI, poliziotti e ufficiali delle forze dell’ordine USA, si sono recati in Israele per ricevere addestramento dalla polizia israeliana, dall’IDF (Israeli Defense Forces), e dallo Shin Bet (il servizio segreto interno di Israele).
Allo stesso tempo, alti ufficiali israeliani sono giunti negli USA per collaborare con agenzie come la Polizia di New York e l’FBI.
Alla base di questa collaborazione vi è un modello di “contro-insurrezione” incentrato sulla popolazione. Nel contesto israeliano, esso si traduce in una dottrina nella quale l’intera popolazione civile palestinese nei territori occupati è considerata come una potenziale minaccia, un “mare” nel quale “nuotano” i militanti.
L’adozione di questo modello giustifica una pervasiva sorveglianza di massa, attacchi preventivi e il ricorso a un uso sproporzionato della forza, oltre a misure di punizione collettiva.
Nel contesto americano, la popolazione palestinese viene rimpiazzata dagli immigrati, dai musulmani, dalle comunità nere e da altre minoranze emarginate. Vengono applicate tecniche di sorveglianza di massa sperimentate dagli israeliani sui palestinesi.
Sulla base di questa collaborazione, alcuni dipartimenti di polizia negli USA hanno adottato l’approccio delle “finestre rotte”, consistente nel controllare le comunità emarginate con una costante sorveglianza di polizia e una continua intimidazione.
Il dipartimento di polizia di Atlanta ha realizzato una struttura di addestramento denominata “Cop City”, ispirata alla “Piccola Gaza”, una replica della Striscia realizzata dalle forze di sicurezza israeliane a scopi di addestramento nel deserto del Negev.
Le compagnie tecnologiche israeliane forniscono strumentazione di sorveglianza e software alle forze dell’ordine statunitensi, incluso l’ICE.
Ufficiali dell’ICE si sono recati più volte in Israele per scambiare “buone pratiche” presso i checkpoint, i centri di detenzione, e gli insediamenti israeliani. E l’ICE dispone perfino di un ufficio a Tel Aviv.
Effetto boomerang
Per secoli siamo stati abituati a una geografia del potere entro la quale il progetto imperiale occidentale era proiettato verso l’esterno, in lontani teatri di conquista.
Il nucleo imperiale dell’Occidente era percepito come isolato, distinto, caratterizzato da una quiete interna scollegata dalla brutalità delle sue conquiste all’estero.
Ora, in una fase in cui per la prima volta gli Stati Uniti, dietro la loro smaccata ostentazione di forza manifestano una crescente difficoltà di proiezione all’esterno, le autorità USA in maniera crescente applicano sul proprio territorio le tecniche del controllo e della coercizione violenta affinate alle propaggini dell’impero.
E’ il concetto del “boomerang imperiale”, articolato per la prima volta da Aimé Césaire nel 1950 in un saggio fondamentale intitolato “Discours sur le colonialisme”.
Secondo quest’idea, le potenze coloniali che hanno sviluppato tecniche repressive e di controllo per dominare i territori colonizzati, finiranno per applicare queste stesse tecniche contro i propri cittadini in particolari fasi di crisi.
Césaire sosteneva che, sebbene il colonialismo avesse arricchito materialmente le potenze europee, allo stesso tempo aveva corrotto le loro società moralmente, politicamente e socialmente.
Per funzionare, il colonialismo richiedeva di coltivare una mentalità di superiorità razziale, arbitrarietà amministrativa, e disumanizzazione dell’altro.
Per Césaire, dunque, il fascismo europeo – e la Germania nazista – non erano un’aberrazione storica, ma un “effetto boomberang” della mentalità imperiale europea.
Quella del fascismo era l’epoca in cui il modello di violenza coloniale, razzista, massificato, burocratico e spersonalizzato, fu applicato sul suolo europeo colpendo anche la popolazione bianca del vecchio continente.
Il concetto fu ripreso da Hannah Arendt, nel suo “The Origins of Totalitarianism” (1951), allorché sostenne che il suprematismo razziale e l’espansionismo coloniale delle potenze europee gettò le fondamenta del fascismo nel vecchio continente.
Negli Stati Uniti, nati essi stessi come progetto coloniale, la Guerra al Terrore e il declino dell’egemonia americana, hanno accelerato il boomerang imperiale.
Il costrutto ideologico di una guerra senza confini contro il terrorismo ha legittimato il concetto di “nemico interno”, incentrato sulle comunità emarginate dell’America, neri, arabi, musulmani, asiatici, e poi esteso anche ad altri cittadini statunitensi.
La potenza egemone in crisi rivolge al proprio interno tecniche di repressione e controllo per soffocare dissenso e alterità.
FONTE:https://robertoiannuzzi.substack.com/p/boomerang-imperiale-da-gaza-a-minneapolis





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