Quale futuro per l’Europa?
da LA FIONDA (Di Stefano Sylos Labini)

Un commento sul summit sulla competitività
Al summit informale sulla competitività dell’Unione Europea, al castello di Alden-Biesen nelle Fiandre, si sono confrontate due visioni dell’Europa. Quella di Mario Draghi che spinge verso una centralizzazione decisionale sul modello federale degli Stati Uniti con debito comune e investimenti pubblici europei e quella di Merz e Meloni che puntano sulla Confederazione in cui ogni Stato conserva maggiore autonomia politica ed economica.
Entrambi gli approcci hanno dei punti deboli insuperabili.
Il modello federale di Mario Draghi oltre ad essere osteggiato dalla Germania, richiederebbe una Costituzione europea e un assetto politico – istituzionale equivalente a quello degli Stati Uniti con un Presidente eletto dal popolo, un ministro dell’Economia, degli Esteri, della Difesa. Una prospettiva impensabile nel breve periodo. Inoltre la costituzione di un bilancio federale implica anche tasse europee: chi è disposto a versare dei soldi ad un organismo senza legittimità democratica? In questa fase il percorso verso l’Europa federale si dovrebbe fondare sulle cooperazioni rafforzate tipico termine del fanatismo tecnocratico. Si tratta di un’idea impraticabile.
Il modello confederale di Merz e Meloni invece può andare molto bene per la Germania che ha ampi margini di intervento essendo il rapporto debito/Pil circa la metà di quello italiano, ma non serve all’Italia che è strangolata dalle politiche di austerità imposte dal Patto di Stabilità e dunque non ha nessun margine di intervento.
E qui entra in gioco la proposta della Moneta Fiscale che è stata concepita perché:
1. L’Europa federale è irrealizzabile e le cosiddette cooperazioni rafforzate lo dimostrano.
2. La rottura dell’euro oggi non è un’opzione politica.
3. Le regole europee per ridurre il debito pubblico affossano l’economia.
La Moneta Fiscale dovrebbe essere una scelta naturale per chi punta ad una Confederazione di Stati e non ad una Federazione. Ma il centrodestra che si è schierato per la Confederazione non ha capito l’importanza della Moneta Fiscale che permette di avere maggiore autonomia nella politica economica. Ciò perché l’emissione di crediti fiscali a libera circolazione sul mercato è una prerogativa dei singoli Stati nazionali e permette di finanziare l’economia senza chiedere soldi in prestito sui mercati.
Diversa è la posizione del PD che continua a sostenere l’Europa federale e l’agenda Draghi.
Infine c’è il M5S che era concentrato solo sul superbonus, non ha nessuna visione macroeconomica e ora sta spingendo per gli Eurobond che richiedono la costruzione dell’Europa federale.
In questo quadro, la Moneta Fiscale rappresenta l’unica opzione che possiamo sfruttare in una situazione che non è destinata a cambiare in tempi brevi e che sta mettendo sotto pressione l’economia italiana. A livello aggregato siamo in stagnazione, a livello industriale siamo precipitati in una recessione che dura ormai da tre anni mentre la crescita dell’occupazione ha riguardato lavoratori anziani, a basso salario e a bassa produttività. Dobbiamo agire in fretta e con la Moneta Fiscale è possibile farlo.
La valuta fiscale viene distribuita secondo diversi criteri di allocazione, sotto forma di certificati di credito d’imposta trasferibili e negoziabili che comportano riduzioni fiscali a scadenze predeterminate e scaglionate.
Questi certificati diventano moneta solo se liberamente trasferibili e possono circolare nell’economia. In questo modo, possono stimolare la crescita economica attraverso un effetto moltiplicatore aumentando il gettito fiscale per compensare la diminuzione del gettito derivante dall’esercizio degli sconti fiscali.
In questa forma, l’utilizzo della valuta fiscale emessa rientra in una politica pubblica volta a incoraggiare gli investimenti e la spesa privata e si esaurisce attraverso una compensazione alla scadenza fissata.
Se si specifica che il credito d’imposta, quando non utilizzato interamente come compensazione fiscale, non è rimborsabile in moneta legale da parte dello Stato, allora, in conformità con i principi contabili europei e internazionali, è “non pagabile” in euro e non costituisce un obbligo di pagamento alla data di emissione.
In questo caso, il suo impatto sul bilancio pubblico si farà sentire solo quando verrà utilizzato come credito d’imposta. Ciò significa che questo tipo di credito d’imposta non dovrebbe essere registrato come un aumento del deficit al momento della sua emissione.
L’esperienza storica più importante di questo tipo di credito d’imposta trasferibile e non pagabile è quella italiana delle ristrutturazioni edilizie del settore privato in un’ottica di transizione energetica ed ecologica.
L’operazione è stata lanciata nel 2020 dal governo M5S – PD guidato da Giuseppe Conte ed era stata presentata nel 2014 dal Gruppo della Moneta Fiscale costituito da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e dal sottoscritto, con la partecipazione del compianto Luciano Gallino e il contributo di Enrico Grazzini e Giovanni Zibordi.
Analogamente, nel 2022, negli Stati Uniti sono stati introdotti crediti d’imposta trasferibili per finanziare la transizione ecologica attraverso il Clean Energy Inflation Reduction Act (IRA).
I crediti d’imposta italiani sono stati oggetto di una vera e propria battaglia politico-istituzionale, sia a livello nazionale che europeo, che ho descritto nel libro pubblicato nel 2022 dal Ponte editore e intitolato La battaglia della Moneta Fiscale. L’idea, i rapporti politici, gli allegati, le prime applicazioni, le prospettive.
Infatti, sebbene gli effetti dei Certificati di Credito Fiscale si siano dimostrati economicamente significativi in termini di stimolo agli investimenti e riduzione del debito pubblico che è crollato di 20 punti % nel periodo 2020/23, i governi conservatori di Mario Draghi e Giorgia Meloni, che si sono succeduti al potere dal 2021 in poi, non hanno fatto altro che smantellarli anziché cercare di migliorarli correggendone i difetti di attuazione (dovuti principalmente a un controllo insufficiente sulla distribuzione dei crediti fiscali, sull’entità degli incentivi e sulla qualità delle opere).
Oggi la Moneta Fiscale andrebbe rilanciata facendo tesoro dell’esperienza passata. Il problema è che si tratta di un progetto politico trasversale che richiede un’ampia collaborazione tra le forze politiche e il coinvolgimento delle forze produttive e delle istituzioni finanziarie. Per questo è un compito arduo. L’alternativa è quella di continuare ad affondare inesorabilmente.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/02/18/quale-futuro-per-leuropa/





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