Le vie impraticabili e pericolose del federalismo europeo
da LA FIONDA (Enrico Grazzini)

In questo articolo intendo dimostrare che non esistono in Europa le condizioni sociali, culturali, economiche, politiche e istituzionali per riuscire a realizzare una federazione democratica simile a quella degli Stati Uniti d’America. Il federalismo europeo, che ha nobili origini, è diventato un’ideologia anti-storica tesa a legittimare e rafforzare il centralismo autoritario e bellicista di Bruxelles. Esistono quattro o cinque buone ragioni per le quali la prospettiva federalista europea – secondo la quale i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero avere come obiettivo finale la formazione di uno Stato federale democratico che comprenda i 27 paesi dell’UE – è irrealizzabile. Ognuna di queste basterebbe da sola a spiegare perché è assai improbabile realizzare una federazione in Europa: prese tutte insieme spiegano perché è impossibile. Anticipiamo che le opzioni alternative alla prospettiva di federazione europea possono essere solamente due: la frammentazione dell’UE, e dunque il ritorno puro e semplice agli Stati sovrani; o una Confederazione europea, sul modello di quella che, per esempio, perorava il presidente francese Charles De Gaulle. Queste due ultime opzioni non sono mutualmente esclusive, anzi: la base per un’eventuale realizzazione di una Confederazione europea è senz’altro il recupero della sovranità democratica degli Stati europei.
Molti europeisti oggi reclamano che l’Europa esca dalla grave crisi in cui è precipitata grazie a una maggiore centralizzazione federalista, e che così diventi più unita e potente con un governo e una difesa forti, in grado di rispondere con vigore all’aggressività della Russia di Vladimir Putin, all’imperialismo dell’America di Trump e all’espansionismo commerciale della Cina di Xi Jinping. Per esempio Mario Draghi, denunciando ripetutamente l’impotenza e l’ormai evidente fallimento di questa UE, avverte che “un’Europa incapace di difendere i propri interessi rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata” di fronte all’aggressività delle superpotenze mondiali.[1] Perciò l’ex governatore della Banca Centrale Europea auspica un “federalismo pragmatico”, costruito eventualmente passo per passo anche grazie alla formazione di “cooperazioni rafforzate” e di “unioni volontarie”. Draghi vorrebbe che l’UE si trasformasse in uno Stato federale centralizzato e in una potenza geopolitica: ma in realtà le cooperazioni rafforzate che propone propendono più verso forme confederali che federali. Inoltre recentemente il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha confessato con franchezza la sua ferma opposizione al federalismo. “Non ho mai creduto in questa idea. Ero tra coloro che hanno eliminato l’espressione “Stati Uniti d’Europa” dal programma del partito CDU. Era un’idea troppo centralista. Con 27 Stati membri, l’integrazione ha raggiunto i suoi limiti. Tutto dipende sempre di più dalla cooperazione tra governi”.[2] Il problema è che anche il sistema intergovernativo dell’UE, basato sulla diarchia franco-tedesca, si sta sfaldando. L’UE si sta disgregando a favore dei nazionalismi più beceri. Del resto Francia e Germania non rinunceranno mai alla loro sovranità nazionale. La Francia vuole conservare la sovranità esclusiva sulle sue bombe atomiche; ma anche la Germania si sta riarmando e diventerà presto la terza potenza militare mondiale dopo USA e Cina. Insieme Francia, Germania e Gran Bretagna stanno tentando di costituire il nocciolo di una difesa europea in funzione antirussa e anche anti-Trump. Ma questa alleanza armata sostenuta e promossa dall’UE non ha ovviamente nulla a che vedere con il sogno federalista e democratico (ma anche velleitario) di Altiero Spinelli.
Tuttavia occorre andare più in profondità per chiarire le cause strutturali per le quali è impossibile costruire gli Stati Uniti d’Europa, nonostante i pii desideri di Draghi e della presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen. In realtà, in nome del nobile federalismo, i politici europeisti vogliono centralizzare ancora più potere autoritario a favore di Bruxelles. Per comprendere perché l’Europa non sarà mai federale bisogna innanzitutto spiegare la differenza fondamentale che esiste tra una Federazione e una Confederazione e le profonde diversità storiche che caratterizzano da una parte gli Stati Uniti d’America e dall’altra l’Europa. Occorre infine capire come l’UE sia attualmente un ibrido confuso e disfunzionale tra queste due forme istituzionali: quella intergovernativa (confederale) e quella sovranazionale (federale).
Federazione e Confederazione?
Una federazione democratica è una forma molto forte e solidale di unione tra i popoli.[3] Lo Stato federale democratico è caratterizzato dalla ripartizione precisa dei poteri tra il governo centrale e gli Stati membri della federazione. I popoli sono rappresentati direttamente a tutti i livelli di governo. I cittadini pagano imposte sia statali che federali, eleggono i loro rappresentanti sia a livello statale che federale e hanno diritti e doveri definiti sia dalle leggi statali che da quelle federali. La Costituzione federale definisce i poteri del governo centrale e degli Stati membri stabilendo le loro specifiche e autonome competenze e responsabilità. Gli Stati della federazione sono completamente indipendenti nelle loro sfere rispettive di competenza così come le autorità federali lo sono nell’ambito dei loro poteri costituzionali.
Lo Stato federale ha un governo centrale democraticamente eletto che gestisce la moneta, la politica macroeconomica e fiscale, la politica estera e la difesa. Il potere legislativo è caratterizzato da un particolare tipo di bicameralismo. In generale un ramo del parlamento federale rappresenta il popolo della federazione in misura proporzionale al numero degli elettori, mentre l’altro è composto in maniera paritaria dai rappresentanti eletti negli Stati federati. Le leggi federali devono essere approvate sia dalla maggioranza dei rappresentanti del popolo della federazione che dalla maggioranza degli Stati membri. Grazie al sistema federale è possibile coniugare la massima democrazia a livello locale con la concentrazione della forza e del potere a livello centrale, concentrazione utile per regolare pacificamente sia i rapporti interstatali che le relazioni con gli altri Stati sovrani. In una federazione gli organi centrali e quelli dei singoli Stati sono democraticamente eletti dai cittadini, e quindi le decisioni parlamentari vengono prese, come in tutte le democrazie, in base al voto della maggioranza.
Uno Stato federale, come gli USA e il Canada, la Svizzera e la Germania, presuppone una società civile coesa e relativamente omogenea sul piano culturale; infatti solo una società composta da soggetti culturalmente affini (o comunque non troppo dissimili) e con una memoria e una storia ampiamente condivisa può accettare un sistema di tassazione comune e, soprattutto, la redistribuzione delle risorse tra i diversi Stati a favore, in particolare, di quelli più economicamente fragili. Grazie al pagamento delle imposte federali le autorità centrali possono investire ampie risorse per il progresso comune; inoltre possono promuovere la convergenza delle economie dei singoli Stati e, durante le crisi, attivare fondi automatici di perequazione a favore degli Stati più colpiti in modo da riequilibrare e stabilizzare la loro economia. La democrazia federale si basa dunque essenzialmente sulla tassazione comune e sul sistema automatico o semiautomatico di redistribuzione delle risorse fiscali a favore degli Stati più fragili, per esempio mediante il fondo federale per i sussidi di disoccupazione. Questo sistema di solidarietà fiscale presuppone una forte coesione sociale: la popolazione altrimenti si rivolterebbe contro il meccanismo centralizzato di raccolta e distribuzione delle risorse fiscali federali. Solo una società composta da soggetti relativamente omogenei sul piano culturale e linguistico può accettare di pagare in maniera solidale le imposte e i debiti federali. Inoltre lo Stato federale presuppone delle economie integrate e con simili livelli di sviluppo, cosicché le decisioni federali in materia di politica macroeconomica avvantaggino in generale tutti gli Stati membri, senza penalizzare sistematicamente alcuni Stati rispetto ad altri.
Una Confederazione si basa su principi completamente diversi da quelli federativi. Le Confederazioni si costituiscono quando gli Stati hanno interesse a collaborare tra di loro su alcune materie ma vogliono mantenere integro il loro potere decisionale perché hanno strategie e interessi differenti. In una Confederazione gli Stati democratici mantengono la loro piena sovranità e indipendenza ma decidono, su base volontaria, di mettere in comune alcune regole e delle risorse economiche per raggiungere obiettivi comuni potenzialmente vantaggiosi per i partecipanti – per esempio per quanto riguarda il commercio, le infrastrutture interstatali, la ricerca, la difesa o la transizione verde. Nei casi più avanzati gli Stati confederali possono decidere di coordinare le loro politiche industriali, monetarie e fiscali, e perfino la politica estera e le politiche di sicurezza e di difesa. Le decisioni dipendono dalle intese tra i governi. I cittadini non sono direttamente rappresentati nelle istituzioni confederali e dunque non sono soggetti ad alcuna imposta confederale. Essendo nominati dai governi, gli organi confederali non sono, e non possono essere, democratici. La solidarietà non è per nulla assicurata in caso di shock asimmetrico, quando, per esempio, una crisi finanziaria colpisce alcuni Stati ma non altri, o comunque non con la stessa intensità. In una Confederazione in linea di principio si vota all’unanimità: in tale modo ogni paese mantiene integralmente la sua sovranità democratica su materie che ritiene essenziali per il benessere e la vita del suo popolo.
Copiare il modello federalista degli Stati Uniti d’America è una sciocchezza
Il federalismo europeo è nato sulla scorta dell’entusiasmo per il modello federale americano, ammirato (almeno fino all’arrivo della presidenza Trump!) per essere contemporaneamente ricco, democratico e anche liberal/liberista. Anche la sinistra europea è rimasta abbagliata dal modello statunitense: ma tentare di copiarlo è stata – nel migliore dei casi – una colossale ingenuità. È assurdo avere come riferimento quanto accadde in Nord America oltre duecento anni fa. L’Europa ha una storia ben diversa da quella degli USA, ben più antica, articolata e consolidata.
Quando gli Stati americani hanno deciso di federarsi, alla fine del 1700, i coloni erano poco più di tre milioni. Partivano da una sorta di tabula rasa; allora, per esempio, non esisteva neppure un sistema fiscale. Dopo avere vinto la guerra di Indipendenza contro l’impero britannico, gli Stati coloniali avevano tutto l’interesse a unirsi in una federazione pur mantenendo la loro autonomia. La storia europea è ben più antica e diversificata, ma i federalisti europeisti vogliono ignorarla e tentano di “omogeneizzarla” per forza. Ma la storia conta, e conta sempre: ciò che è accaduto in passato vincola le opzioni future. Mano a mano che si avanza nella storia alcune opzioni si aprono ma altre si chiudono.
I due più importanti tentativi di realizzare gli Stati Uniti d’Europa – quello relativo alla formazione di un esercito europeo, bocciato dal parlamento francese nel 1954; e quello per l’approvazione di una Costituzione europea, bocciato dai referendum francesi e olandesi nel 2005 – sono falliti. Il problema è che i popoli resistono all’idea di cedere le loro democrazie nazionali a organi sovranazionali su cui non hanno alcun controllo.
L’Unione Europea è intergovernativa ma vorrebbe essere federale
Nell’Unione Europea i due sistemi, quello federale e l’altro confederale, sono confusi. Il sistema UE è ibrido: complessivamente è di tipo confederale ma la moneta unica per 21 paesi diversi è tipica di una federazione. La BCE, che ha il monopolio dell’emissione dell’euro, è un organo sovranazionale, quindi di tipo federale. La politica fiscale è invece lasciata nelle mani dei singoli Stati; questi finanziano con una quota dell’1% del loro PIL il bilancio di Bruxelles: tale sistema di finanziamento dell’UE è evidentemente confederale. Non esiste infatti una tassa pagata dai cittadini europei per finanziare l’UE. Non esiste dunque un sistema effettivo di solidarietà e di redistribuzione fiscale tra i paesi dell’UE. I fondi comuni europei per la cosiddetta “convergenza territoriale” sono estremamente limitati, pari allo 0,3% circa del PIL europeo. Per contro, le entrate fiscali federali americane sono pari al 17% circa del PIL degli USA. Ci si deve dunque porre la domanda sul perché non esista un fondo fiscale comune europeo utile per finanziare lo sviluppo europeo, per contrastare gli shock asimmetrici, per dare consistenza alla moneta unica europea, per potere emettere debito comune, e per fare effettivamente convergere le economie dei paesi europei. Il fondo fiscale federale è la base indispensabile per realizzare la Federazione europea, ma non è previsto dal Trattato di Maastricht e non è voluto dalla maggioranza dei paesi UE.
Il problema è che i paesi europei più ricchi non vogliono correre il rischio di dovere finanziare con le imposte dei loro cittadini gli altri paesi più arretrati sul piano economico. Solo per fare un esempio: il governo tedesco (giustamente) non vuole rischiare di cofinanziare tramite fondi fiscali europei il debito pubblico italiano e il deficit strutturale del Sud Italia. Infatti lo Stato tedesco e i suoi contribuenti non sono per nulla responsabili delle decisioni prese dai passati governi italiani sulle spese pubbliche in deficit, sul debito pubblico italiano e sull’arretratezza del Mezzogiorno: quindi (giustamente) non intendono sobbarcarsi costi che non competono loro. Non a caso il governo tedesco ha sempre ribadito “No al fiscal transfer” e rifiuta ogni tipo di trasferimento fiscale di carattere strutturale. Anche fare debiti comuni per nuovi investimenti pluriennali comuni comporta un grado di fiducia che gli Stati europei, in generale, non hanno tra loro. Solo in casi eccezionali, per esempio in occasione dell’epidemia Covid e per la difesa dell’Ucraina, sono stati accesi debiti comuni (o quasi comuni). La realtà è che questa UE – anche se idealmente pretende di dare luogo addirittura agli Stati Uniti d’Europa – è priva di strumenti di solidarietà e cooperazione.
Perché l’UE non è democratica e non lo sarà mai
Sul piano istituzionale la UE è un sistema intergovernativo: infatti decidono tutto i governi, in particolare quelli tedesco e francese, anche se con una verniciata sottile di democrazia. Il Parlamento Europeo è l’unico organismo UE che viene eletto dai cittadini dei paesi dell’UE, ma solo su base nazionale – e quindi ovviamente non può essere rappresentativo della popolazione europea. Inoltre ha poteri ristretti: non ha poteri di iniziativa legislativa e può approvare, modificare o rifiutare le leggi proposte dalla Commissione e approvate dal Consiglio Europeo, ma solo su alcune limitate materie. Le elezioni del Parlamento Europeo sono dunque una sorta di specchietto delle allodole per creare l’illusione che nella UE ci sia democrazia: non è un caso che siano assai poco partecipate. I cittadini europei sanno di contare poco o nulla nella UE.
È noto che chi decide veramente le politiche europee è il Consiglio Europeo composto dai capi di Stato e di governo. Anche la Commissione UE è nominata dai singoli governi: è un organo esecutivo ma, in barba alla divisione dei poteri prevista da Montesquieu, ha anche poteri legislativi e giudiziari. La Banca Centrale Europea è indipendente sia dalla UE che dai governi nazionali e quindi è un’autocrazia fuori da ogni controllo democratico.
Alla base di questa Europa non c’è dunque il Manifesto socialista di Ventotene con la sua utopia democratica e federalista, ma il Trattato di Maastricht. Questo è un patto iperliberista firmato dai governi (per l’Italia da Giulio Andreotti) che promuove la piena libertà dei mercati e della finanza, la competizione come valore assoluto, e che condanna a priori l’intervento pubblico nell’economia. Sulla base dei Trattati intergovernativi la UE detta legge in tutti i paesi dell’Unione. La primazia del diritto dell’UE è infatti un principio giuridico che stabilisce la prevalenza automatica delle leggi dell’Unione rispetto a quelle degli Stati membri dell’UE. Pertanto, paradossalmente, il diritto della non democratica Unione europea ha un’applicabilità diretta e immediata in tutti i paesi dell’UE, e prevale perfino sulle Costituzioni dei paesi UE. Anche la Corte di Giustizia Europea, che garantisce che il diritto dell’UE venga interpretato e applicato allo stesso modo in ogni paese europeo, è nominata dai governi. Paradossalmente la UE non democratica detta leggi valide automaticamente per tutti i paesi democratici membri dell’UE, e per i 450 milioni di cittadini europei. In questo contesto invocare lo Stato federale per dare ancora più potere a Bruxelles è non solo velleitario ma profondamente antidemocratico.
Perché l’UE depotenzia le democrazie nazionali
Le politiche dell’UE costituiscono un “vincolo esterno” appellandosi al quale i governi nazionali possono giustificare le più rovinose e controproducenti politiche di austerità e di riarmo. Le politiche di escalation bellicista, di taglio alle spese sociali, di aumento delle imposte, di compressione dello stato sociale, di privatizzazione dei beni comuni, difficilmente passerebbero se nei singoli paesi fossero soggette al dibattito e al confronto/scontro democratico tra le parti interessate: ma i soggetti sociali, i Parlamenti e i governi nazionali sono espropriati del loro potere decisionale perché le decisioni vengono prese a Bruxelles, a Francoforte, valgono per tutta l’Europa e perciò non si può disubbidire. L’UE è sicuramente più influenzata dalle lobby affaristiche e politiche di Bruxelles che dai popoli d’Europa. La mancanza di democrazia dell’UE ha provocato per reazione uguale e contraria i nazionalismi fascistoidi che avanzano in tutta Europa: è difficile che questa UE potrà continuare a esistere se Alternative für Deutschland (AfD) vincerà in Germania e il Rassemblement National vincerà in Francia. Quando poi l’UE passerà da 27 a 35 membri e comprenderà anche l’Ucraina e i Paesi balcanici – come vuole la NATO e come Ursula von der Leyen propone – i contrasti esploderanno in maniera insostenibile. Le spinte verso la disintegrazione europea diventeranno ancora più forti.
È possibile una Confederazione democratica di Stati sovrani?
Invece di abbracciare false ideologie federaliste, le forze progressiste dovrebbero prendere atto che questa UE liberista è irriformabile, almeno finché non verrà sciolto il Trattato di Maastricht con le sue clausole iperliberiste. Se Maastricht non verrà gettato alle ortiche l’Unione Europea è destinata a disgregarsi a favore dei nazionalismi più estremi e pericolosi.
Gli europeisti federalisti come Draghi e Ursula von der Leyen vorrebbero costruire uno Stato centrale sovranazionale indipendente e autonomo sopra gli Stati nazionali, sopra le democrazie nazionali. L’europeismo, proprio come il liberismo, vorrebbe cancellare il potere sovrano degli Stati nazionali europei: ma la storia dimostra che solo questi possono promuovere la democrazia e la solidarietà fiscale. In Europa non esiste, e non esisterà mai, la democrazia al di fuori degli Stati nazionali. I 27 paesi dell’UE hanno storie, culture, lingue, istituzioni, economie troppo diverse e interessi troppo divergenti per potere formare una vera comunità europea. La Polonia ha interessi diversi dal Portogallo e dalla Francia. Non è un caso che non esista un’opinione pubblica europea e che non siano attivi dei veri partiti europei, e neppure dei veri sindacati europei. Solo gli Stati nazionali possono fondarsi su basi sociali e culturali abbastanza omogenee tali da potere esercitare e promuovere (anche se non è scontato) la partecipazione e la democrazia, e così da potere distribuire le entrate fiscali a favore delle classi e dei territori più svantaggiati. Solo gli Stati nazionali possono regolamentare la produzione di ricchezza e controllare la fuga di capitali. Una volta usciti dai confini nazionali i capitali sono liberi di speculare ovunque perché le norme extraterritoriali li favoriscono. La sovranità nazionale è dunque un prerequisito essenziale per la democrazia e l’equità. Infatti possono esistere Stati sovrani non democratici, come per esempio la Turchia: ma non possono esistere Stati democratici senza sovranità, senza effettivo e autonomo potere decisionale.
Per tentare di realizzare un’Europa più cooperativa, più giusta e più forte è allora preferibile il progetto confederale proposto a suo tempo dall’ex presidente francese Charles De Gaulle. La Confederazione di Stati sovrani tutela infatti pienamente le democrazie nazionali: e democrazia e partecipazione popolare costituiscono il presupposto essenziale, oggi completamente mancante, per realizzare un’efficace cooperazione europea. La proposta più avanzata e valida per uscire dalla crisi europea è quella di realizzare un’Europa confederale delle democrazie sovrane a partire dai quattro maggiori paesi europei: Italia, Francia, Germania, Spagna. Grazie al sistema confederale le democrazie nazionali verrebbero salvaguardate e i paesi europei, pur mantenendo la loro autonomia, potrebbero cooperare con mandato democratico per avere maggiore forza nel campo delle relazioni internazionali. L’Europa confederale dovrebbe però essere aperta solo a paesi omogenei tra loro e disposti a mettere in comune una parte cospicua delle loro risorse per politiche comuni; e dovrebbe escludere fin dall’inizio i paradisi fiscali europei (come il Lussemburgo, l’Irlanda, l’Olanda, Malta e Cipro). Una confederazione europea dovrebbe innanzitutto attuare politiche keynesiane espansive per la piena occupazione, abolire l’austerità fiscale e accordarsi per realizzare una moneta non unica – una sorta di abito uguale per 21 paesi diversi che non va bene per nessuno – ma una valuta comune come era il Bancor, la moneta promossa da John Maynard Keynes alla Conferenza di Bretton Woods (che però dette invece la supremazia al dollaro). Il Bancor era una moneta comune che favoriva il commercio internazionale e l’equilibrio tra le economie degli Stati, e quindi la pace, ma non aboliva le monete nazionali. Una moneta comune europea simile al Bancor è indispensabile per affrontare il dominio del dollaro.
[1]Atlantic Council By Frederick Kempe, “Mario Draghi—yet again—has issued a wake-up call to Europe”, February 4, 202
[2]Intervista di Friedrich Merz alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, “Wir wollen die stärkste konventionelle Armee in Europa aufbauen”, 17 Ottobre 2025
[3] Enrico Grazzini, “Il mito degli Stati Uniti d’Europa e l’utopia impossibile e autoritaria del federalismo europeo”. Il Ponte, numero 2/2025





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