Pechino interviene per contenere l’espansione del Mossad in Iran
di GIUBBE ROSSE NEWS (Old Hunter)

Le operazioni di intelligence israeliane all’interno dell’Iran hanno allarmato Pechino, che le ha viste come un nuovo modello di guerra di intelligence, che ha spinto a una più profonda cooperazione tecnologica, di sicurezza e strategica con Teheran.
di Nadia Helmy, thecradle.co/articles, 17 febbraio 2026 — Traduzione a cura di Old Hunter
Gli esperti militari e le agenzie di intelligence cinesi descrivono sempre più spesso la profonda infiltrazione del Mossad in Iran come l’apertura di un “vaso di Pandora” di rischi per la sicurezza globale.
Dal punto di vista di Pechino, le operazioni di intelligence israeliane e statunitensi – in particolare quelle in espansione dopo il 2015 e in accelerazione nel biennio 2025-2026 – segnano l’evoluzione di un nuovo campo di battaglia. La capacità del Mossad di infiltrare agenti, compromettere database sensibili, disattivare reti radar e facilitare attacchi di precisione dall’interno del territorio iraniano è interpretata come una svolta verso quella che gli analisti cinesi chiamano guerra “informatizzata e intelligente”.
Ciò rappresenta la convergenza di sabotaggio informatico, reclutamento interno, penetrazione tecnologica e coordinamento operativo: un modello ibrido in cui le operazioni di intelligence svuotano l’infrastruttura difensiva prima che inizi l’azione cinetica. Per la Cina, le implicazioni vanno ben oltre l’Iran.
La guerra di Intelligence come precursore
Nel dibattito sulla sicurezza cinese, le operazioni di Israele in Iran vengono spesso citate come prova del fatto che la guerra di intelligence ormai precede l’impegno cinetico. L’esperto militare Fu Qianshao, ex analista dell’aeronautica militare cinese, ha definito il successo del Mossad nell’inserire agenti e disattivare dall’interno i sistemi radar e di difesa aerea iraniani come un “nuovo schema di guerra di intelligence”. Gli attacchi israeliani del giugno 2025 contro la Repubblica islamica, che a quanto pare hanno incontrato una resistenza minima a causa dei sistemi compromessi, hanno rafforzato questa valutazione. Fu sosteneva che tali tattiche trascendessero il tradizionale impegno sul campo di battaglia. Invece di contrastare le difese aeree esternamente, il Mossad le minava internamente, neutralizzando la deterrenza prima che gli aerei entrassero nello spazio aereo conteso.
Un altro esperto militare cinese, Yan Wei, ha ribadito questa preoccupazione, sottolineando che la penetrazione di strutture iraniane sensibili ha messo in luce debolezze strutturali piuttosto che semplici lacune tecnologiche. Le garanzie legali e i protocolli di sicurezza di routine, ha suggerito, sono insufficienti contro operazioni di intelligence che sfruttano vulnerabilità burocratiche e punti di accesso interni.
Il professor Li Li, esperto cinese di questioni relative all’Asia occidentale, ha indicato le operazioni informatiche israeliane che prendono di mira centri di ricerca e infrastrutture come prova del fatto che la guerra d’intelligence funziona come moltiplicatore di forza. A differenza degli attacchi convenzionali, queste operazioni confondono il confine tra spionaggio e sabotaggio, complicando le ritorsioni.
Tian Wenlin, direttore dell’Istituto di studi mediorientali presso l’Università Renmin, ha avvertito che continue incursioni dei servizi segreti potrebbero spingere Teheran ad accelerare le sue capacità nucleari come contromisura difensiva.
Vulnerabilità strutturali e lezioni strategiche
Gli analisti cinesi hanno sostenuto che le operazioni del Mossad hanno rivelato vulnerabilità strutturali nei sistemi di sicurezza e amministrativi iraniani. Nei commenti pubblicati sulle piattaforme militari e politiche cinesi, le violazioni sono state citate come prova di debolezze nelle infrastrutture digitali e nelle misure di sicurezza interne.
Le violazioni hanno evidenziato debolezze nei controlli interni, nella sicurezza digitale e nel coordinamento interagenzia. A Pechino, l’episodio è stato interpretato come un monito, un promemoria del fatto che la guerra d’intelligence può sfruttare le falle amministrative con la stessa efficacia delle vulnerabilità sul campo di battaglia.
Se uno Stato dotato di ampie istituzioni di sicurezza può affrontare una simile penetrazione, metodi simili potrebbero colpire infrastrutture strategiche altrove, compresi i corridoi commerciali ed energetici collegati alla Belt and Road Initiative ( BRI ). La lezione fondamentale negli ambienti politici cinesi è la prevenzione. La sovranità nell’era digitale dipende tanto dall’integrità del sistema quanto dalla capacità militare.
Il ruolo dell’Iran nella Belt and Road
L’impegno della Cina nei confronti dell’Iran si basa su una pianificazione strategica a lungo termine. L’Iran occupa una posizione geografica centrale che collega l’Asia orientale all’Asia occidentale e, più avanti, all’Europa. Le rotte marittime attraverso lo Stretto di Hormuz e Bab al-Mandab rimangono essenziali per la sicurezza energetica e i flussi commerciali cinesi. L’instabilità interna all’Iran si ripercuoterebbe su questi corridoi. Per Pechino, le perturbazioni non si limiterebbero alla politica regionale, ma avrebbero un impatto diretto sulle catene di approvvigionamento e sugli investimenti infrastrutturali integrati nella BRI. I funzionari cinesi hanno quindi costantemente ribadito il loro sostegno alla sovranità dell’Iran, opponendosi però a quella che descrivono come una pressione unilaterale.
Attivazione del coordinamento del controspionaggio
Con l’intensificarsi delle segnalazioni di infiltrazioni dell’intelligence israeliana nel corso del 2025 e all’inizio del 2026, Pechino ha intensificato il coordinamento del controspionaggio con Teheran. Le istituzioni di sicurezza cinesi sono passate dal monitoraggio dei metodi del Mossad all’analisi delle loro implicazioni strutturali, trattando l’esperienza iraniana come un caso operativo in corso. A partire da gennaio 2026, la cooperazione si è poi ampliata fino a includere valutazioni congiunte di percorsi di infiltrazione, vulnerabilità digitali e punti di accesso amministrativi sfruttati dai servizi segreti stranieri. Le violazioni non sono state considerate incidenti isolati, ma indicatori di un’esposizione sistemica che richiedeva una risposta istituzionale.
Attraverso il Nono Ufficio del Ministero della Sicurezza dello Stato cinese, la Cina ha iniziato ad attuare una strategia globale nel gennaio 2026 per smantellare le reti di spionaggio israeliane e statunitensi in Iran. Mentre la Cina rafforza la sovranità digitale dell’Iran, Pechino sta esortando Teheran ad abbandonare il software occidentale e a sostituirlo con sistemi cinesi sicuri e crittografati, difficili da penetrare, costruendo di fatto una “Grande Muraglia” digitale. L’obiettivo andava oltre il contenimento immediato delle violazioni. Si concentrava sull’isolamento delle infrastrutture critiche che sostengono i corridoi commerciali della Belt and Road da continue interruzioni dell’intelligence.
La Cina ha inoltre promosso l’integrazione del suo sistema di navigazione BeiDou come alternativa alle piattaforme GPS occidentali, riducendo l’esposizione alle interferenze del segnale e migliorando l’indipendenza di guida per i sistemi missilistici e droni. Gli aggiornamenti radar, tra cui piattaforme come l’YLC-8B, avrebbero rafforzato le capacità di rilevamento, anche contro i velivoli stealth.
Sistemi avanzati di difesa aerea, tra cui l’HQ-9B, hanno ulteriormente rafforzato la capacità di monitoraggio dello spazio aereo. La cooperazione si è estesa anche ai componenti dell’infrastruttura missilistica e ai sistemi tecnici a supporto della resilienza alla deterrenza. Secondo quanto riferito, le capacità di sorveglianza spaziale, collegate alle reti satellitari cinesi, hanno migliorato la capacità di monitoraggio e il supporto alla ricognizione.
Integrare l’Iran in un’ architettura di sicurezza più ampia
Oltre al coordinamento bilaterale, Pechino ha cercato di collocare l’Iran all’interno di meccanismi di sicurezza multilaterali più ampi attraverso l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). L’architettura di sicurezza formale della SCO si concentra sulla sua Struttura Regionale Antiterrorismo ( RATS ), con sede a Tashkent, che coordina la condivisione di intelligence e la cooperazione antiterrorismo tra gli Stati membri. Sebbene originariamente concepito per affrontare le minacce estremiste, il quadro fornisce canali istituzionali per lo scambio di informazioni sui rischi per la sicurezza transfrontaliera.
I commenti politici cinesi hanno sempre più inquadrato la SCO come qualcosa di più di una semplice piattaforma antiterrorismo. Nel contesto delle infiltrazioni di intelligence e delle campagne segrete di destabilizzazione, Pechino ha sottolineato il potenziale dell’organizzazione come veicolo per un più profondo coordinamento della sicurezza e una resilienza collettiva contro le interferenze esterne.
Sebbene la SCO non mantenga pubblicamente un mandato mirato a specifici servizi di intelligence, i suoi meccanismi di cooperazione in espansione, in particolare dopo l’adesione dell’Iran come membro a pieno titolo nel 2023, hanno rafforzato l’integrazione di Teheran in una più ampia rete di sicurezza eurasiatica. Inserire l’Iran in questo quadro svolge funzioni sia operative che politiche: distribuisce la consapevolezza del controspionaggio a livello multilaterale e segnala che la pressione dell’intelligence su Teheran ha ripercussioni che vanno oltre le relazioni bilaterali.
Rafforzamento economico e impegni a lungo termine
Il coordinamento della sicurezza rappresenta solo uno degli aspetti dell’approccio di Pechino. L’integrazione economica ne costituisce un altro. La Cina rimane il principale partner commerciale dell’Iran. Le esportazioni iraniane verso la Cina – in gran parte energia – hanno raggiunto i 22 miliardi di dollari all’anno, mentre le importazioni dalla Cina si attestano a circa 15 miliardi di dollari. L’accordo di cooperazione globale di 25 anni tra i due paesi prevede investimenti cinesi a lungo termine nei settori petrolifero, del gas, delle infrastrutture e industriale iraniani, con cifre stimate spesso nell’ordine dei 300-400 miliardi di dollari nel tempo.
Parallelamente, Pechino ha adottato meccanismi di finanziamento alternativi volti a ridurre l’esposizione alla pressione delle sanzioni. Accordi di baratto che collegano le esportazioni di petrolio a progetti di sviluppo infrastrutturale, tra cui reti di trasporto e impianti industriali, consentono alle transazioni di proseguire al di fuori dei canali finanziari tradizionali. La continuità economica rafforza la stabilità strategica. I flussi commerciali e gli impegni infrastrutturali creano buffer che contribuiscono ad assorbire l’impatto di pressioni politiche e di intelligence prolungate.
Posizionamento diplomatico e moderazione strategica
La Cina ha costantemente espresso il suo sostegno diplomatico all’Iran nei consessi internazionali, sottolineando i principi di sovranità, non interferenza e opposizione a misure coercitive unilaterali. Pechino ha criticato gli attacchi alle strutture iraniane e ha messo in guardia contro un’escalation che potrebbe destabilizzare le rotte commerciali regionali.
Allo stesso tempo, i funzionari cinesi evitano di usare un linguaggio che impegni la Cina a una difesa militare diretta di Teheran. Si tratta di un atteggiamento deliberato. La Cina rafforza la resilienza istituzionale, sostiene la sostituzione tecnologica, approfondisce l’integrazione economica ed espande il sostegno diplomatico, mantenendo al contempo la distanza da un confronto aperto con Israele o gli Stati Uniti. La cautela strategica rimane centrale nei calcoli di Pechino.
Una risposta articolata in uno spazio di battaglia ibrido
Le operazioni di intelligence israeliane all’interno dell’Iran sono ampiamente interpretate nei commenti cinesi come esemplificative di come si svolge un conflitto moderno. La guerra di intelligence – che combina accesso informatico, reti umane, penetrazione amministrativa e abilitazione di precisione – rimodella l’ambiente strategico prima che l’escalation convenzionale diventi visibile. La risposta di Pechino riflette questa valutazione. L’isolamento digitale, la sostituzione della navigazione, la modernizzazione dei radar, il monitoraggio supportato da satelliti, il coordinamento multilaterale attraverso la SCO e l’impegno economico a lungo termine formano una controstrategia a più livelli.
In questo quadro, la resilienza ha la precedenza sulla ritorsione. L’obiettivo è rafforzare i sistemi piuttosto che intensificare il confronto. L’impegno della Cina in Iran ha quindi un duplice significato. Rafforza un partner strategico che deve affrontare una pressione continua da parte dei servizi segreti e allo stesso tempo affina la comprensione di Pechino dei conflitti ibridi e della vulnerabilità sistemica. La contesa in atto è di natura strutturale. In questo contesto, la sovranità dipende da infrastrutture consolidate, reti sicure e coordinamento istituzionale tanto quanto dalle piattaforme militari.
Contenimento, isolamento e calibrazione definiscono l’approccio di Pechino: uno sforzo misurato per limitare la penetrazione dell’intelligence, mantenendo al contempo un più ampio equilibrio strategico.





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