Guerra Iran-USA: Khamenei prepara la successione ma Trump teme la balistica iraniana
da L’ANTIDIPLOMATICO (Clara Statello)

“Curioso di sapere perché non ci arrendiamo? Perché siamo iraniani”.
Così il ministro degli Esteri iraniano Sayed Abbas Araghchi ha risposto domenica su X a Steve Witkoff, che aveva precedentemente espresso la “frustrazione” del presidente Donald Trump per il fatto di non essere ancora riuscito a piegare l’Iran.
“Non voglio usare la parola ‘frustrato’, perché capisce di avere molte alternative, ma è curioso di sapere perché non l’hanno fatto… Non voglio usare la parola ‘capitolato’, ma perché non hanno capitolato”, ha detto Witkoff in un’intervista a Fox News sabato.
“Perché, sotto questa pressione, con la quantità di potenza marittima e navale che c’è là, non sono venuti da noi e ci hanno detto: ‘Noi dichiariamo di non volere un’arma, quindi ecco cosa siamo disposti a fare’? Eppure è piuttosto difficile portarli a quel punto”, ha aggiunto l’inviato del presidente Trump.
Lo stupore espresso da Witkoff, che rappresenta la Casa Bianca nella partita negoziale sia con la Federazione Russa che con l’Iran, suona un po’ naïf: riflette l’incapacità di comprensione che ha sempre avuto la leadership statunitense nei confronti di civiltà millenarie come quella persiana.
Khamenei prepara la sua successione
La Repubblica Islamica non si lascia intimorire: è pronta alla guerra. Secondo quanto riporta il New York Times, l’Ayatollah Khamenei non solo anelerebbe a diventare un martire, ma starebbe già preparando la sua successione.
“Sta distribuendo il potere e preparando lo stato al prossimo evento importante – sia per l’eredità al potere che per la guerra, comprendendo che l’eredità al potere potrebbe essere una conseguenza della guerra”, spiega al NYT Vali Nasr, esperto dell’Iran.
In vista di un’eventuale successione, dovuta alla sua uccisione o ad un rapimento, la Guida Suprema ha delegato parte dei suoi poteri ai più stretti collaboratori, che dovranno individuare fino a quattro possibili successori in caso di sua morte o rapimento.
Un ruolo chiave nel sistema di potere è attualmente svolto dal segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, la cui recente ascesa ha oscurato la figura del presidente Pezeshkian. Larijiani, secondo i funzionari iraniani che hanno parlato con il NYT, supervisiona le questioni di sicurezza interna, mantiene i contatti con alleati come la Federazione Russa e attori regionali come l’Oman, partecipa ai negoziati con Washington sul programma nucleare. Inoltre, coordinerà la gestione del paese in caso di guerra.
Il compito di Larijani e degli stretti collaboratori dell’Ayatollah è quello di garantire la sopravvivenza della Repubblica islamica non solo alle bombe americane e israeliane, ma anche a qualsiasi tentativo di assassinio dei suoi vertici, compreso lo stesso ayatollah Khamenei.
La risposta militare dell’Iran
Teheran intende percorrere la strada diplomatica, ma conduce senza alcuna fiducia nella controparte i negoziati con gli Stati Uniti per un accordo sul nucleare civile. Le autorità politiche e militari iraniane, partono dal presupposto gli attacchi militari statunitensi siano inevitabili e imminenti. Pertanto, tutte le forze armate iraniane sono state poste nel massimo stato di allerta e si preparano a resistere con la forza.
L’esercito sta predisponendo le difese per colpire obiettivi statunitensi e israeliani. Lanciatori di missili balistici sono stati posizionati lungo il confine occidentale con l’Iraq, abbastanza vicini da poter colpire Israele, e lungo le sue coste meridionali sul Golfo Persico, nel raggio d’azione delle basi militari americane e di altri obiettivi nella regione.
Nelle ultime settimane, l’Iran ha condotto periodicamente test missilistici, come provano i numerosi avvisi NOTAM. Inoltre ha effettuato assieme alle forze russe un’esercitazione militare nel Golfo Persico, chiudendo brevemente lo Stretto di Hormuz, un importantissimo choke point per l’approvvigionamento energetico globale.
Rispetto alla sicurezza interna, in caso di attacco unità di forze speciali della polizia, agenti dell’intelligence e battaglioni della milizia Basij in borghese, saranno schierati nelle strade delle principali città per prevenire disordini, sabotaggi, attentati e individuare agenti legati a servizi stranieri e quinte colonne.
Queste misure si rendono necessarie dopo l’attivazione sul suolo iraniano di cellule legate al Mossad che, all’inizio dell’operazione Rising Lion, hanno distrutto o sabotato i sistemi di difesa missilistica, consentendo all’IDF di colpire obiettivi strategici e uccidere generali e scienziati.
Raggruppamento USA nella regione
Oggi la portaerei Gerald Ford è arrivata nella base di Souda Bay nell’Isola di Creta. Il Pentagono ha schierato un’imponente armata contro l’Iran, la maggiore dai tempi della guerra in Iraq.
Le immagini satellitari mostrano che gli Stati Uniti hanno inviato decine di aerei da combattimento nelle basi in Giordania e Arabia Saudita: caccia F-35, F-15, A-10, aerei di supporto, due gruppi di attacco di portaerei, 16 navi da guerra e circa 40.000 truppe.
Nella sola base di Muwaffaq Salti in Giordania sono stati spostati:
– 30 F-35A
– 6 EA-18G
– 24 F-15E
– 12 A-10C
Inoltre sono stati inviati almeno 6 velivoli da guerra elettronica GROWLER (utilizzati anche in Venezuela), 4 aerei radar AWACS, droni e Poseidon da sorveglianza e comunicazioni, oltre 40 aerei cisterna da rifornimento in volo tra cui 34 Stratotanker.
In particolare, gli USA hanno schierato il 15% della flotta di aerei cisterna in Europa per gli attacchi contro l’Iran, Da metà gennaio 2026, almeno 249 voli cargo statunitensi C-5 e C-17 hanno trasferito truppe e attrezzature nella regione, con circa 147 atterraggi presso la base aerea Muwaffaq Salti in Giordania.
Solo nell’ultima settimana, 58 aerei cisterna statunitensi sono stati schierati in Europa per supportare i movimenti dei caccia e potenziali operazioni prolungate.
Tuttavia, sebbene lo schieramento sia imponente, in termini di quantità è di gran lunga inferiore a quello della prima e seconda guerra in Iraq del 1991 e del 2003. Per dimensioni, si avvicina piuttosto – non raggiungendolo – alla flotta schierata durante l’operazione Desert Fox condotta contro l’Iraq nel 1998.
L’intervento durò appena tre giorni. Il che induce a pensare che il Pentagono non stia pianificando una guerra di lunga durata contro Teheran.
Divisioni alla Casa Bianca
Non è chiaro quali siano le intenzioni di Donald Trump. Le informazioni arrivano in forma caotica, probabilmente per creare fumo di guerra.
Bloomberg, citando i media iraniani, scrive che gli Stati Uniti nei negoziati con l’Iran hanno ceduto sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, rinunciando alle richieste di interromperlo. Anche secondo Axios Trump potrebbe fare un passo indietro sulla richiesta di “arricchimento zero” dell’uranio sul suolo iraniano e considerare un “arricchimento simbolico“.
BILD scrive che gli Stati Uniti potrebbero lanciare un attacco all’Iran nei prossimi giorni. La testata tedesca cita l’ex agente della CIA John Kiriakou, che nel suo podcast ha dichiarato, riferendosi alla sua fonte alla Casa Bianca, che l’attacco avverrà “lunedì o martedì”.
Secondo Kiriakou, nel governo Trump si sono formate due fazioni. Il vicepresidente JD Vance e Tulsi Gabbard, capo della supervisione dei servizi di intelligence statunitensi, si sono opposti all’attacco. A favore dell’attacco invece il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro della Difesa Pete Hegseth e il Comitato congiunto dei Capi di Stato Maggiore.
Anche il senatore repubblicano neocon Lindsay Graham si è lamentato sabato con Axios del fatto che molte persone vicine a Trump gli starebbero consigliando di non attaccare, tuttavia ha aggiunto che il presidente potrebbe cambiare rotta ed attaccare in qualsiasi momento.
Questa incertezza nei piani della Casa Bianca dimostra che le capacità balistiche iraniane, testate nella guerra dei dodici giorni contro Israele, costituiscono una deterrenza credibile da opporre agli Stati Uniti.





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