FARE PAURA! La guerra americano-israeliana all’Iran: l’azzardo e le illusioni
da LA FIONDA (Mario Barbi)

Symbol of geopolitics, chess board out of the world map with chess play
Gli Stati Uniti hanno accantonato l’universalismo, ma non riescono a fare i conti con i propri limiti e scaricano sul mondo la loro incapacità di fare tornare conti che non tornano. Un “presidente di pace” è diventato in un attimo guerrafondaio e interventista. Nostalgie di onnipotenza e cieche fughe in avanti fanno piazza pulita di ogni prudenza. Come si spiega? Una chiave di lettura possiamo forse trovarla nel discorso pronunciato qualche settimana fa alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera dal Segretario di Stato Marco Rubio.
Sintetizziamo l’intervento di Rubio, incentrato sulla civiltà occidentale, in tre passaggi: I) l’euforia per il trionfo nella guerra fredda “ci ha condotto a una pericolosa illusione: che fossimo entrati, cito, “nella fine della storia”; che ogni nazione sarebbe diventata una democrazia liberale; che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero ora sostituito la nazionalità; che l’ordine globale basato sulle regole – un termine abusato – avrebbe ora sostituito l’interesse nazionale; e che ora avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”; II) è tempo di tornare ai fondamentali, dice Rubio, oltre le illusioni e le delusioni: “Sotto la guida del Presidente Trump, gli Stati Uniti d’America si assumeranno nuovamente il compito di rinnovamento e restaurazione, spinti dalla visione di un futuro tanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà. E sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, preferiamo e speriamo di farlo insieme a voi, nostri amici qui in Europa. Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi”; III) Rubio conclude che gli USA non si rassegnano al declino, anzi: “Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, si stava contraendo. Vogliamo alleati orgogliosi della loro cultura e della loro tradizione, che capiscano che siamo eredi della stessa grande e nobile civiltà e che, insieme a noi, siano disposti e in grado di difenderla. Ed è per questo che non vogliamo alleati che razionalizzino lo status quo ormai in rovina piuttosto che fare i conti con ciò che è necessario per risolverlo, perché noi in America non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del declino controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana.”
Da questo chiarissimo discorso del Segretario di Stato agli “alleati europei” si può ricavare questa semplice conclusione: gli USA di Trump e del Make America Great Again (MAGA) hanno ammainato definitivamente lo stendardo liberal-globalista (della “fine della storia”) e hanno alzato il gonfalone della “civiltà”, mettendolo a corredo della bandiera a stelle e strisce del nazionalismo statunitense. Sottolineiamo ancora quanto Rubio dice a Monaco: gli USA non vogliono essere gli amministratori del declino dell’Occidente. Un discorso gravido di conseguenze: passiamo dalla pessima “fine della storia” allo “scontro di civiltà”?
Con la guerra all’Iran, preceduta dall’intervento in Venezuela e da altre azioni militari in giro per il mondo, Trump ha contraddetto due promesse fatte ai suoi seguaci: i) mettere pace e non fare guerre (mai e poi mai in Medio Oriente); ii) non imporre agli altri i “nostri valori” (discorso in Arabia Saudita). È una scelta stupefacente. Tanto più che l’opinione USA è in maggioranza contro la guerra in Iran e, straordinariamente ormai, anche contro Israele (la cui causa conterebbe ormai meno simpatizzanti della causa della Palestina). E, ancor più scabroso, Trump ha preso questa decisione nonostante le lacerazioni che essa provoca nel corpo più attivo e impegnato del movimento MAGA (dalle annunciate rotture con Tucker Carlson e Steve Bannon fino ai sussurrati e repressi imbarazzi del vicepresidente J. D. Vance).
Perché lo fa? Nel cercare di rispondere conviene innanzitutto rigettare spiegazioni dietrologiche e psicologiche. Vanteria, vanità, narcisismo, bullismo? No, non basta. Ricatti, Epstein ecc.? Boh, ma anche questo non basta. La spiegazione deve essere più profonda, politica. C’è un dilemma che mette ogni presidente americano davanti a un’alternativa del diavolo: ritirarsi o espandere l’impegno USA nel mondo? Non è una questione astratta, di principio. La scelta comporta effetti rilevanti di politica interna. Infatti, l’auto-limitazione all’estero comporterebbe una contrazione di potere e di risorse che si rifletterebbe sull’economia e sulle condizioni di vita degli americani; ma, per mantenere il tenore di vita degli americani (e tener fede in qualche modo alla promessa di restituire dignità, benessere e sicurezza al ceto medio massacrato dalla globalizzazione), Trump (come anche Biden prima di lui) deve accrescere il proprio potere nel mondo.
E per farlo deve “fare paura”. Gli Stati Uniti devono prima di tutto essere temuti. E devono puntare al controllo, in primo luogo del petrolio: strumento di condizionamento delle potenze rivali, a partire dalla Cina, ma anche dell’India. Questa è anche la condizione per mantenere il predominio mondiale del dollaro. “Fare paura” serve ad allineare gli incerti e a neutralizzare i renitenti. Il mondo di Trump si divide in tre categorie: quelli che dicono Sì; quelli che direbbero No ma sono deboli e possono essere neutralizzati o piegati con la forza; quelli che sono sovrani e forti e quindi non possono essere piegati con la forza e con i quali è inevitabile trattare (anche con brutalità).
Dice Rubio: per cinquecento anni, fino al 1945, la civiltà occidentale (più o meno la “cristianità”, con tutte le evoluzioni che ha avuto) è stata in una fase espansiva: noi, dice — lo ripetiamo ancora — non vogliamo amministrare il declino della nostra civiltà. Accantonati i “valori” universalistici liberali, quello che resta è la civiltà. È questa che si vuole difendere, che si vuole che non arretri e che, anzi, si vuole fare avanzare. È questo programma che gli USA vogliono realizzare. È un programma aperto agli “alleati” che vogliono allinearsi, ma che gli Stati Uniti perseguiranno anche da soli. La Nato, in questo quadro, non è più la trama, in permanente espansione, di un ordine liberale internazionale basato sulle regole. La Russia si dissolve infatti come nemico e sfuma in una terra di nessuno, anche perché, o proprio perché, potrebbe essere associata in futuro al rilancio della civiltà occidentale di matrice cristiana.
A cominciare dalla ripresa di controllo completo dell’emisfero occidentale. E ora, a quanto è dato di capire, anche del Medio Oriente, per mezzo di Israele. Azzardo, un altro azzardo. Ignorando, rimuovendo, cancellando la “questione palestinese”. Come se fosse un dettaglio. Facendo coincidere gli interessi degli USA con quelli del sionismo messianico più sfrenato (dal “fiume al mare”, con il fiume che per qualcuno sarebbe non il Giordano, ma l’Eufrate). Abbracciando il progetto di un Grande Israele. Mettendo su, allo scopo, un cosiddetto “Board of peace” che riunisce un sacco di Stati islamici sunniti, per fare il vuoto intorno all’Iran e agli sciiti, schiacciati ipso facto sulle etichette di terrorismo, barbarie, malvagità. Il nemico, da quando è stato “superato” il famigerato Jus Publicum Europaeum, coincide sempre con la malvagità e con la disumanità. Ben sapendo che nel “Board” non tutti sono disposti a piegarsi a Israele e a condividere il giudizio liquidatorio sulla resistenza armata palestinese (Turchia, per esempio) e, ben sapendo, che il momento della verità per il “Board” non è ancora arrivato.
Un altro azzardo, sì. Dopo quello compiuto nell’Europa orientale da altri strateghi americani, di diversa ispirazione ideologica, ma di analoga superficiale cultura storica e politica, che, contro ogni realtà ed evidenza, volevano cancellare la presenza russa nelle terre del Dniepr in nome della democrazia e dei valori liberali, facendo leva e istigando l’etno-nazionalismo ucraino, della più limpida derivazione banderista e galiziana, che di quei valori e di quella democrazia non sono stati mai né sono diventati i più credibili alfieri. Azzardi di tumulti, colpi di Stato e guerre. E sanzioni: nell’attesa, data per certa, ma poi sempre rinviata, di collassi economici e rivolte popolari che avrebbero rovesciato l’autocrate del Cremlino. Un vaso di Pandora scoperto con leggerezza che nessuno sa più come richiudere. Nemmeno colui che voleva porvi fine in 24 ore.
Ci sono un sacco di buone ragioni, non è vero? Perché la morale. Perché il diritto internazionale. Perché le regole della comunità internazionale. Perché la civiltà. Perché il multilateralismo. Perché il rispetto dell’ONU. E poi Hitler, Monaco, l’appeasement: vade retro! Ora si scoperchia un altro vaso di Pandora. Non c’è morale. Non c’è umanità. Non c’è diritto internazionale. Però ci sono quelli che “abusano del diritto internazionale” e non si può accettare che se ne facciano scudo… Geniale uscita di una tal Presidente del (simil)parlamento europeo. Vabbè. Lasciamo perdere. In questa riflessione, si preferisce evitare di richiamarsi a “giustizia” e “diritto”, termini a cui si riferiscono con tanto maggiore intermittenza quanto con minore credibilità i leader (scusate l’esagerazione!) europei. Europei. Vabbè.
Ayatollah. Teocrazia. Repressione. Oppositori uccisi, incarcerati, giustiziati. Orrore. Davvero. Eppure. La Repubblica Islamica è qualcosa di diverso e di più complesso di un “regime” o di uno “stato terrorista”. Forse è qualcosa di più resistente di un “castello di carte” che possa essere fatto crollare da un “Ruggito del leone” lanciato da Tel Aviv o da una “Furia epica” scatenata da Washington. Con annessi piani di “regime change”, confezionati negli atelier dei servizi israeliani. Attenderemo anche qui, inutilmente, come ancora lo stiamo attendendo in Russia, il crollo del regime iraniano? La storia non si fa con i se. Certo, ma se invece di perseguire per decenni l’isolamento e il crollo della teocrazia iraniana con sanzioni, embarghi e isolamento, si fosse proceduto diversamente e si fosse seguita una diversa filosofia (che so, tipo distensione e Ostpolitik), magari quel regime si sarebbe evoluto e sarebbe cambiato in una direzione diversa.
Piuttosto, oggi, ci si può chiedere quanto tempo ci vorrà ancora — quanti “omicidi mirati”, “bombardamenti chirurgici”, vittime designate e collaterali, annunci truculenti di assassini ancora più estesi e spietati e di bombardamenti ancor più possenti e distruttivi —, quanto tempo ci vorrà ancora, dicevamo, perché l’opinione pubblica occidentale provi simpatia perfino per quei malvagi degli Ayatollah… Che, come sappiamo — perché ce lo hanno detto i nostri leader (scusate, di nuovo, l’esagerazione) europei —, colpiscono a casaccio i Paesi intorno a loro, comprese le basi americane e Israele, e sono i veri e ultimi responsabili del caos.
Oppressione e resistenza. Guerra e violenza. Chi scegliere — come collocare nella classifica della deprecazione morale e politica — tra un combattente che uccide e strazia di persona con il coltello l’odiato nemico, senza attenzione all’uniforme, e l’impiegato-operatore di un omicidio mirato che da remoto guida il proiettile sul bersaglio da colpire, inclusi danni collaterali? Chi scegliere? Già.
Manicheismo e millenarismo/messianesimo, coppia inseparabile. Nel mondo neo-liberale che fu, di cui sono nostalgici inconsolabili i leader (scusate, di nuovo, l’esagerazione) europei, il manicheismo che sosteneva la pretesa egemonica dell’Occidente era quello della democrazia contro l’autocrazia sul piano politico, mentre il millenarismo catastrofico ambientalista, riscattato dal messianesimo decarbonizzante, puntellava la pretesa egemonica dell’Occidente dal punto di vista morale. Nel mondo nuovo che ha accantonato il globalismo neo-liberale, nel mondo occidentale, che ha accantonato le pretese egemoniche universalistiche ma non l’idea del primato particolaristico della propria civiltà e, con essa, non ha rinunciato al progetto di dominare il mondo — il perno resta la bandiera a stelle e strisce —, un nuovo manicheismo si sta costruendo intorno allo Stato di Israele (quello Stato in cui non vi è uguaglianza se non per gli ebrei e che ha insediato 700mila occupanti ebrei nelle terre palestinesi di Gerusalemme Est e in Cisgiordania), così che chi non ne abbraccia la difesa e la causa sarebbe dalla parte sbagliata della storia, dalla parte della barbarie e dell’inciviltà; un popolo eletto, alfiere di un nuovo messianesimo che con la realizzazione del Grande Israele annuncia l’annichilimento di tutti i suoi nemici (visibili e invisibili, vicini e lontani) e così la vittoria del bene sul male. Ecco l’Iran. E i suoi alleati. Ecco Gaza. Ecco il Libano. Ecco il Capo degli eserciti ostentare i cartelli del bene e del male davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite: non ha dubbi, cancellare politicamente l’Iran dalla carta del Medio Oriente aprirà un’era di pace e di prosperità che non avrà fine. Sarà.
Lo Stato, concepito da un gesto coloniale, sorto da un atto di prepotenza, avallato dal voto di un’Assemblea delle Nazioni Unite non rappresentativa dell’umanità e con il voto contrario di tutti i vicini del nuovo Stato, che, peraltro, in 75 anni di esistenza non ha saputo trovare un modus vivendi (modus vivendi che ormai anche formalmente ha smesso di cercare) con il popolo a cui ha usurpato la terra e scacciato dalle proprie case, questo Stato pretende di diventare la potenza-guida del Nuovo Medio Oriente, appoggiandosi e guidando la forza degli Stati Uniti, come se fosse una sorta di 51° Stato dell’Unione assurto a potenza-guida della stessa. Quanto potrà durare questo assurdo rovesciamento? Contro i dati della storia, della demografia, della cultura e quanto altro. Come se l’Occidente, come se l’espansione della civiltà dell’Occidente (Rubio di cui sopra) potesse riprendere là dove era stata fermata, proprio in Terra Santa, prima ai tempi delle crociate e poi ai tempi della conquista ottomana di Bisanzio e della scomparsa dell’Impero greco-romano. Come se l’Europa non avesse rivolto la prua verso Occidente, più o meno cinque secoli fa (di nuovo, Rubio), proprio per aggirare il muro islamico-ottomano che bloccava le vie dell’Oriente. E come se il modello a cui ispirarsi fosse il ventennio arrogante e supponente dei mandati franco-britannici tra le due guerre, di cui non abbiamo ancora finito di scontare le tragiche conseguenze.
Accantonato il diritto. Accantonato l’universalismo. Accantonata la morale. Almeno, avendo relativizzato tutti questi assoluti, rimaniamo qui con la nostra civiltà, in guerra con sé stessa, con il vuoto che la riempie di nulla e con le ferite tutte aperte, fino al rischio di guerra civile su questioni esistenziali: dall’antropologia (binario vs fluido) alla tecnologia (umanesimo vs macchinismo); dall’ambiente (fossili vs rinnovabili) alla democrazia (tecno-burocrazia vs sovranità popolare); per non dire della ricchezza e delle disuguaglianze (élite vs popolo). Ormai senza fedi e ideologie spendibili, in cammino — ma un cammino tortuoso e pieno di inciampi — verso un’età post-liberale tutta da inventare. Una civiltà che per tanti versi ha perso sé stessa e che, tuttavia, è ancora piena di pretese di dominio e di unilateralità. Finita la “fine della storia”, non sarebbe meglio evitare lo “scontro di civiltà” e pensare a un dialogo delle civiltà? Pensare a un mondo senza padroni. Non se ne vedono gli artefici. Trump, che si era candidato a essere uno di questi (la provvidenza segue a volte vie impensabili e a volte sbaglia), ha abdicato e sembra avere sposato tutt’altra missione.
Il problema resta aperto e non è quello di restaurare il diritto internazionale, ma di costituire un nuovo ordine, sgomberando il campo da un equivoco: non è il diritto internazionale a produrre l’equilibrio delle potenze e l’ordine che ne può discendere, ma, al contrario, è l’equilibrio tra le potenze, l’accordo in primis tra le grandi potenze, che può generare diritto e, di conseguenza, ordine internazionale. Ai nostalgici del diritto perduto non viene mai in mente che il diritto internazionale altro non è che un baldacchino portato a spalla dalle grandi potenze e che intanto funziona (più o meno, e sempre barcollando) fino a quando c’è un equilibrio tra le grandi potenze e un’intesa tra loro sulla direzione da prendere e sul passo da tenere. Questo equilibrio, l’intesa sulla direzione e sul passo da tenere sono da mo’ venuti meno. Il baldacchino traballa, si scuote e alla fine cade… Senza pace con la Russia, riconoscendo le sue ragioni in Ucraina, e senza una soluzione vera della questione palestinese, accantonando ogni pretesa egemonica israeliana, il baldacchino resterà a terra e la guerra non avrà fine.
La nostra civiltà ha già abbastanza rogne di cui occuparsi al suo interno, ne abbiamo appena fatto cenno, piuttosto che pensare di proiettarsi all’esterno rinverdendo progetti di conquista/conversione e di civilizzazione/progresso di cui sono venuti meno presupposti fondamentali. Il dialogo tra le civiltà è la cosa migliore che possiamo augurarci.
Riferimenti:
- Secretary of State Marco Rubio at the Munich Security Conference https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/02/secretary-of-state-marco-rubio-at-the-munich-security-conference
- Sullo Stato dell’Unione 2026. Il discorso di Trump al Congresso tradotto integralmente da Lorenzo Ruffino e Daniele John Angrisani, 25 feb 2026 https://focusamerica.it/discorso-trump-congresso-2026/
- National Security Strategy of the United States of America, The White House, November 2025, https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf
- L’autodifesa di Netanyahu all’Onu, 2024. Dal palco dell’Assemblea Generale il premier israeliano attacca le Nazioni Unite e difende Israele: “Noi il bene in lotta contro il male”, ISPI, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lautodifesa-di-netanyahu-allonu-185007
- Netanyahu sfida l’Onu, 2025. Nel suo intervento all’Onu davanti a un’aula semivuota, il premier israeliano smentisce le accuse di genocidio e carestia e definisce “vergognoso” il riconoscimento dello Stato di Palestina, ISPI, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/netanyahu-sfida-lonu-217981
- Trump rompe il silenzio e scomunica Tucker Carlson: non è MAGA. Sottovalutato il pericolo di un antisemitismo rinascente anche a destra, dopo che è stato ampiamente sdoganato negli ambienti antisionisti e terzomondisti della sinistra, di Stefano Magni, 7 marzo 2026. https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-esteri/trump-rompe-il-silenzio-e-scomunica-tucker-carlson-non-e-maga/
- Vance, Rubio and others in Trump’s inner circle preached caution on Iran. Now they’re on board, di Adam Cancryn – CNN, 07 marzo 2026 https://edition.cnn.com/2026/03/08/politics/trump-inner-circle-iran-conflict
- America’s slipping sympathy for Israel, Axios, Feb 27, 2026, https://www.axios.com/2026/02/27/palestinians-israelis-us-polling-gallup
- Polls show what Americans think about the war in Iran, PBS, Mar 10, 2026, 2:18 PM EDT https://www.pbs.org/newshour/politics/polls-show-what-americans-think-about-the-war-in-iran
- Intervista a Metsola: «L’escalation in Iran va fermata subito. Serve un’Europa più forte». La presidente del Parlamento Ue: «Il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico che uccide la sua gente», di Giovanni Maria Del Re, Avvenire, 05 marzo 2026, https://www.avvenire.it/politica/intervista-a-metsola-lescalation-in-iran-va-fermata-subito-serve-uneuropa-piu-forte_105398
- La strada per l’inferno, di Salvatore Minolfi, Fuoricollana, 5 marzo 2026, https://fuoricollana.it/la-strada-per-linferno/
- L’escalation del servilismo italiano è utile alla guerra, di Stefano Fassina, Il Fatto Quotidiano, 07 marzo 2026
- Alla ricerca di una logica nel disordine globale, di Giulio Di Donato, La Fionda, 05 gennaio 2026 https://www.lafionda.org/2026/01/05/alla-ricerca-di-una-logica-nel-disordine-globale/
- Avventurismo neo-imperiale versus diritto. Che fare?, di Antonio Cantaro, FuoriCollana, 08 gennaio 2026, https://fuoricollana.it/avventurismo-neoimperiale-versus-diritto-che-fare/
- Interventi, propaganda e geopolitica: il controverso ruolo degli Stati Uniti nel mondo, di Dario Rivolta, 28 febbraio 2026, da Notiziegeopolitiche.net, https://www.notiziegeopolitiche.net/?s=Interventi+propaganda
- Eurosuicidio, Gabriele Guzzi, Fazi Editore, 2025
- Regime Change, Patrick Deenen, Forum, 2024
- La sconfitta dell’Occidente, Emmanuel Todd, Fazi Editore, 2024
- The Economic Weapon, Nicholas Mulder, Yale University Press, 2022
- La Fine della Storia e l’ultimo uomo, Francis Fukuyama, BUR-RCS, 2003
- Lo scontro delle Civiltà, Samuel Huntington, Garzanti, 2010
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/03/13/fare-paura-per-un-mondo-senza-padroni/





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