I capomastri
di FERDINANDO PASTORE (Pagina Facebook)

I capomastri
Non stupisce l’addio commosso di Pierluigi Bersani a Umberto Bossi. Hanno incarnato entrambi lo spirito di una sagra di paese finalmente de-comunistizzata, minimizzata a folklore, a memoriale irredento di goliardia dialettale, di battibecchi chiassosi, di salsicce ingrassate nei panini, senza però più alcuna concentrazione rivoluzionaria.
Dalla sezione, dove i militanti si riuniscono per le cene sociali, si passa all’osteria, dove la socialità, appagata dal vino della casa, scorre gaudente e apre le porte agli affari. La Seconda Repubblica con la sua spoliticizzazione di massa sta tutta in questo passaggio. Bossi e Bersani sono stati due capomastri di questa architettura che ha progressivamente deresponsabilizzato le masse.
Con loro nasce anche una retorica tutta ridanciana, un battutismo filibustiere e ingannatore perché rivestito di genuinità teatralizzata, commercializzata e televisivamente seduttiva. La politica si fa commedia dell’arte perché, dai Novanta, si separa dalla decisione responsabile, dal rigore dato dalla coscienza collettiva di un popolo, di una classe. Le adunate di Pontida e le feste dell’Unità iniziano a sovrapporre ritualità scenografiche da prima serata Rai mentre i vari Jacques Delors disciplinavano con ferocia contabile il Paese nascosti tra i titoli di coda.
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