Il ritorno di “Ottobre Rosso” nel Mare del Nord: la flotta ombra russa e la vulnerabilità europea
di SCENARI ECONOMICI (Fabio Lugano)
Caccia a Ottobre Rosso nel Mare del Nord: sottomarini russi puntano i cavi sottomarini.
Il Mare del Nord è tornato a essere il palcoscenico di un dramma navale che sembrava archiviato nei polverosi dossier della Guerra Fredda. Il Segretario alla Difesa britannico, John Healey, ha rivelato un’operazione segreta condotta da sottomarini russi, durata un mese e mirata direttamente alle infrastrutture critiche del Regno Unito. Una vicenda che si intreccia con il passaggio provocatorio di petroliere sanzionate nel Canale della Manica, , ma che solleva interrogativi molto terreni sulla reale capacità dell’Occidente di proteggere le proprie arterie economiche.
La retorica di Downing Street è stata prevedibilmente ferma. “Vi vediamo”, ha tuonato Healey all’indirizzo di Vladimir Putin, , ma la realtà operativa mostra un quadro ben più complesso e, per certi versi, preoccupante per un’isola che dipende dal mare per la sua stessa sopravvivenza economica.
Una caccia da Guerra Fredda
Le dinamiche dell’intercettazione ricordano da vicino le pagine di Tom Clancy e le atmosfere di “Caccia a Ottobre Rosso”. Non si è trattato di un semplice transito, ma di un’operazione tattica sofisticata, un classico gioco del gatto col topo.
La Marina di Mosca ha impiegato una strategia di distrazione: un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare classe Akula ha funto da “esca” acustica e visiva. Mentre la Royal Navy e gli alleati norvegesi concentravano i sensori su questa minaccia evidente, due sottomarini specializzati del programma Gugi (la divisione per la ricerca in acque profonde del Ministero della Difesa russo) stazionavano in modo stazionario sopra cavi sottomarini e gasdotti vitali.
La risposta britannica è stata da manuale tattico: le fregate della Royal Navy e gli elicotteri Wildcat hanno iniziato a seminare boe sonar (sonoboe) attorno ai battelli russi. Questo non aveva solo uno scopo di tracciamento, ma era un chiaro segnale di deterrenza acustica. Un “ping” attivo del sonar contro lo scafo di un sottomarino immerso è l’equivalente navale di puntare un riflettore in faccia a un ladro: comunica inequivocabilmente che la copertura è saltata.
Le forze in campo
Per comprendere la portata dell’evento, ecco un riepilogo degli assetti russi monitorati durante i dieci giorni di massima allerta:
Mezzi coinvolti:
Classe Akula: Sottomarino d’attacco nucleare Esca / Copertura tattica profonda
Programma “Gugi” (x2): Sottomarini per ricerca profonda. Ricognizione su cavi/gasdotti sottomarini
Krasnodar: Sottomarino diesel-elettrico (Classe Kilo) Pattugliamento / Presenza
Severomorsk: Cacciatorpediniere (Classe Udaloy)Presenza nel Nord Atlantico / Bretagna
Infrastrutture da rafforzare
Il punto focale non è solo militare, ma squisitamente economico. I cavi sottomarini trasportano il 99% del traffico dati intercontinentale e trilioni di dollari di transazioni finanziarie quotidiane. Danneggiarli, o anche solo intercettarli, significa colpire al cuore il sistema economico occidentale.
Healey ha giustificato l’impiego delle risorse nel Mare del Nord affermando che “le più grandi minacce sono spesso silenziose e non viste”, difendendo la scelta di non inviare le portaerei britanniche in Medio Oriente. Tuttavia, la vicenda espone una verità scomoda che i lettori più attenti non hanno mancato di sottolineare: decenni di tagli alla spesa pubblica nel settore della difesa hanno ridotto all’osso le capacità della Royal Navy.
La sicurezza delle infrastrutture (e le forze armate necessarie a garantirla) è il classico bene pubblico il cui peso viene scoperto solo quando viene danneggiato e reso inutilizzabile. La flotta britannica, un tempo dominatrice degli oceani, fatica oggi a mantenere un pattugliamento continuo delle proprie acque territoriali. Quando Starmer minaccia di sequestrare le navi della “flotta ombra” russa, ma poi la Admiral Grigorovich scorta impunemente due petroliere sanzionate attraverso la Manica, il divario tra le dichiarazioni politiche e la realtà logistica diventa evidente.
Se l’Europa vuole proteggere i propri scenari economici futuri, dovrà smettere di considerare la difesa come un bancomat da cui prelevare nei momenti di pace, e ricominciare a investire in modo strutturale nella protezione delle proprie arterie vitali.





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