Gli anni sbagliati
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)

Quando si parla di neoliberalismo l’immaginario collettivo, soprattutto quello di sinistra, vira immediatamente sugli anni Ottanta. L’associazione di idee è rapida. Arco temporale e dottrina economica si sovrappongono alle immagini raffiguranti una certa andatura manageriale dalle camicie a righe tenute con le bretelle, i dati numerici degli andamenti borsistici, i tailleur delle donne in carriera, le tigri asiatiche, Jerry Calà, Top Gun e la sconfitta dei minatori inglesi. Un piccolo periodo storico nel quale Ronald Regan e Margaret Thatcher poterono disfarsi del macchinoso filosofare marxista per declinare la libertà e l’emancipazione immaginando un uomo che non doveva chiedere mai.
Da questo costrutto mentale sono esclusi però gli anni Novanta. L’associazione di idee tra neoliberalismo e storia si ferma alla caduta del muro. Motivo per cui molti degli alfieri del pensiero progressista affermano candidamente che trattasi di fenomeno inesistente. Un modo come un altro per arrivare a una deresponsabilizzazione di fondo, un modo per non dover dichiarare il proprio fallimento critico, quando negli anni della globalizzazione ottimista, si guardava con speranza all’Ulivo mondiale.
Perché, in realtà, i Novanta furono gli anni del trionfo neoliberale. Da semplice teorizzazione economico/sociale diventò allora un dispositivo tecnico/istituzionale che doveva accompagnare la cosiddetta “fine della Storia”. Riforme politiche e istituzionali resero il neoliberalismo un’architettura di stampo totalitario. La forma di governance multilivello si premurò di costituzionalizzare l’economia di mercato e lo spirito di concorrenza per rendere quell’ideologia una chiave interpretativa dell’esistenza irreversibile.
Fu il periodo nel quale la finanziarizzazione globalizzata dei mercati venne presentata come opzione ineluttabile, associabile ai concetti di modernizzazione e di progresso civile. Si iniziavano a mascherare politiche d’intervento pubblico a favore degli investitori privati transnazionali con vere e proprie manipolazioni discorsive: questo fu il “ce lo chiede l’Europa”. Un reticolato strettissimo di rapporti personali capace di invadere ogni organizzazione sovranazionale e che sopravanzava i governi nel potere decisionale.
Fu proprio in quel periodo che si posero le basi ideologiche per una riedizione incivilita della mentalità di guerra. La “guerra giusta”, declinata come operazione di polizia internazionale presupponeva l’unilateralismo occidentale, in particolare statunitense, nella conduzione degli affari internazionali. Un espansionismo giustificato dalle dicotomie democrazie/totalitarismi, mondo libero/autarchie.
Si definì proprio nei Novanta quella privatizzazione della sfera pubblica che dapprima attraverso la tecnocrazia e oggi attraverso l’opera diretta dei magnati del dollaro e del digitale, distribuisce rovine, indigenza e carneficine in giro per il mondo e che realizza macelleria sociale per gli ultimi e per i penultimi.
Quindi, quando qualcuno accenna agli anni Ottanta e lì relega il neoliberismo, così sganciato dall’estensione lessicale “liberalismo” per delimitarne gli effetti sociali, dobbiamo riconoscere in lui un acceso difensore della superiorità morale dell’Occidente e del suo percorso di civilizzazione imperiale. Indorata però da belle parole, come se fosse un semplice prodotto commerciale.
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