Le guerre di Israele: dopo l’Iran, la Turchia?
da ANALISI DIFESA (Giuseppe Gagliano)
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“La Turchia sarà il prossimo nemico di Israele”, ha dichiarato il 13 aprile il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan (nelle foto sopra e sotto). “La strategia politica israeliana è chiara. Sono incapaci di vivere senza un nemico e lo stato di guerra fa comodo a molte parti politiche, dopo l’Iran sarà la Turchia il prossimo Paese a finire nel mirino del linguaggio politico e retorico israeliano”, ha detto Fidan in un’intervista all’agenzia di stampa Anadolu.
“Dopo l’Iran, Israele non può vivere senza un nemico“, ha detto Fidan. “Constatiamo che non solo l’amministrazione (del premier Benjamin) Netanyahu, ma anche alcune figure dell’opposizione – sebbene non tutte – stanno cercando di dichiarare la Turchia il nuovo nemico“, ha affermato il ministro. “Si tratta di un nuovo sviluppo in Israele…che si sta trasformando in una strategia di Stato“, ha aggiunto.
Le tensioni tra Turchia e Israele sono aumentate costantemente da quando è scoppiata la guerra di Gaza in seguito all’attacco transfrontaliero del movimento palestinese Hamas in Israele del 7 ottobre 2023.
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La disputa è entrata in una nuova fase nel fine settimana dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan (nella foto sotto), ha avvertito Donald Trump di “possibili provocazioni e sabotaggi” da parte di Israele su un eventuale accordo con l’Iran dopo che l’11 aprile Netanyahu ha assicurato che Israele continuerà a confrontarsi con Teheran e i suoi alleati.
L’ipotesi di uno scontro diretto tra Israele e Turchia può sembrare, a prima vista, un’iperbole. Eppure, nel Medio Oriente uscito dalla guerra contro l’Iran, anche gli scenari che fino a ieri apparivano estremi stanno entrando nell’orizzonte del possibile.
Non perché una guerra tra Ankara e Tel Aviv sia imminente o inevitabile, ma perché si stanno accumulando sul terreno tutti gli ingredienti di una collisione: rivalità geopolitica, scontro ideologico, competizione per l’influenza sulla Siria e una crescente disponibilità dei due attori a usare il linguaggio della forza.
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Le relazioni tra Israele e Turchia sono state a lungo solide. Alla fine del Novecento i due Paesi avevano costruito un asse di cooperazione utile a entrambi: Israele vedeva nella Turchia un partner musulmano, militare e regionale di grande valore; Ankara considerava lo Stato ebraico una fonte preziosa di tecnologia avanzata, intelligence e cooperazione militare.
Non è un caso che proprio negli anni Novanta gli israeliani abbiano contribuito allo sviluppo iniziale delle capacità turche nel settore dei droni, strumenti destinati a sorvegliare i confini siriani e iracheni contro le infiltrazioni del Partito dei lavoratori del Kurdistan.
Ma quell’intesa si è progressivamente logorata con l’ascesa al potere del Partito della Giustizia e dello sviluppo e con l’affermazione di Recep Tayyip Erdoğan come leader di una Turchia sempre più ambiziosa, più assertiva e più incline a proporsi come punto di riferimento del mondo musulmano sunnita. In questa strategia, la causa palestinese è diventata uno strumento politico di legittimazione regionale.
Ankara ha intuito che il tema palestinese era stato abbandonato da gran parte del mondo arabo e ha cercato di occuparne lo spazio politico, trasformandolo in una piattaforma di consenso interno e di proiezione esterna.
Il caso Mavi Marmara e la rottura politica
L’episodio che ha reso visibile questa frattura fu l’assalto israeliano alla flottiglia diretta a Gaza nel maggio 2010, e in particolare al Mavi Marmara, nave turca sulla quale morirono nove attivisti.
Da allora, le relazioni diplomatiche tra i due Stati hanno conosciuto una sequenza di rotture, riconciliazioni parziali e nuove tensioni. Ma la sostanza non è mai cambiata del tutto: anche nei momenti peggiori, Israele e Turchia non hanno reciso davvero i canali di contatto, perché continuano ad avere bisogno l’uno dell’altro.
Israele dipende in parte dal corridoio energetico che passa dall’Azerbaigian attraverso la Turchia. Ankara, a sua volta, resta interessata all’innovazione israeliana, soprattutto in ambito tecnologico e militare.
Questo significa che, sotto la superficie dello scontro politico, è rimasta viva una trama di interessi reali. Proprio questa ambivalenza rende il rapporto ancora più instabile: non si tratta di due nemici assoluti, ma di due potenze regionali che cooperano quando conviene e si combattono quando il calcolo politico lo impone.
La Siria come punto di rottura
È tuttavia in Siria che il rischio di incidente diventa concreto. La Turchia sostiene il nuovo potere a Damasco, ma soprattutto continua a considerare prioritaria la neutralizzazione delle formazioni curde nel nord del Paese. Per Ankara, idea stessa che nel Rojava (Kurdistan siriano) possa consolidarsi una realtà troppo autonoma rispetto al centro siriano è inaccettabile. La questione curda rimane il nervo scoperto della sicurezza nazionale turca, e tutta la politica siriana di Erdoğan ruota intorno a questo obiettivo.

Israele, invece, guarda con diffidenza al nuovo assetto siriano e non intende consentire che nel sud del Paese si formi uno spazio potenzialmente ostile. Da qui la volontà di costruire una sorta di fascia di sicurezza, utilizzando anche minoranze locali come leva d’influenza, e da qui anche la prosecuzione dei raid aerei con il pretesto di colpire depositi d’armi che potrebbero, in futuro, tornare utili a forze filoiraniane. Ma il risultato reale di questi attacchi è un altro: indebolire la Siria, impedire la sua stabilizzazione e ostacolare il consolidamento della presenza turca nel cuore del Paese.
In altre parole, Israele e Turchia si trovano oggi a operare nello stesso teatro con obiettivi divergenti e potenzialmente incompatibili. In un simile contesto basta poco: un aereo abbattuto, un errore di calcolo, un attacco attribuito all’altro campo, e il confronto indiretto può trasformarsi in crisi aperta.
Ma Ankara non è Teheran
Qui però emerge la differenza decisiva. La Turchia non è l’Iran. È membro della NATO, ospita installazioni strategiche fondamentali per l’Alleanza e per gli Stati Uniti, a partire dalla base di Incirlik (nella foto sotto), oltre al comando terrestre alleato di Smirne. Un’aggressione diretta contro Ankara non avrebbe dunque solo una valenza regionale: investirebbe l’intera architettura atlantica.

Per Washington sarebbe uno scenario quasi insolubile. Israele resta il perno della presenza americana nel Levante, ma la Turchia è un pilastro storico del fianco sud della NATO, cerniera tra Mediterraneo, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente. Sostenere senza riserve uno scontro contro Ankara significherebbe rischiare una crisi profonda dentro l’Alleanza. Ecco perché un conflitto israelo-turco non sarebbe semplicemente una guerra in più, ma uno shock strategico capace di travolgere assetti consolidati.
Valutazione militare e scenari possibili
Sul piano militare, inoltre, la Turchia dispone di strumenti che l’Iran non possiede nella stessa misura. Ha una vera marina da guerra, un’aviazione consistente, un esercito di terra numeroso e un apparato industriale militare in crescita. Certo, non raggiunge il livello tecnologico israeliano in molti settori chiave, ma uno scontro ad alta intensità sarebbe devastante per entrambi. Israele manterrebbe un vantaggio qualitativo, soprattutto in intelligence, sistemi elettronici, superiorità tecnologica e capacità di attacco di precisione.
La Turchia, però, potrebbe contare su profondità strategica, massa militare e capacità di sostenere un confronto convenzionale più ampio.

Lo scenario più probabile non è dunque una guerra totale immediata, ma una sequenza di crisi limitate: scontri per procura in Siria, incidenti aerei, escalation verbali, pressione diplomatica, operazioni coperte e uso politico delle rispettive opinioni pubbliche. Il vero pericolo è che questa dinamica, una volta innescata, sfugga al controllo.
L’idea che, dopo l’Iran, l’attenzione israeliana possa concentrarsi sulla Turchia resta oggi una previsione estrema. Ma non è più una fantasia del tutto estranea al clima del tempo. Perché il Medio Oriente non sta entrando in una fase di stabilizzazione postbellica: sta scivolando verso una competizione sempre più frammentata, nella quale ogni attore cerca di ridefinire a proprio vantaggio il vuoto lasciato dal ridimensionamento dell’asse iraniano.
È qui che la Siria torna a essere il crocevia di tutto. Non solo terreno di contesa tra attori locali, ma spazio in cui si misurano le ambizioni turche, le paure israeliane, i limiti americani e la fragilità dell’intero ordine regionale.
Se dovesse accadere un incidente serio tra Ankara e Tel Aviv, non si tratterebbe di un episodio periferico: sarebbe il segnale che la guerra mediorientale è entrata in una nuova fase, più mobile, più opaca e forse ancora più pericolosa di quella appena attraversata.
Foto: Anadolu . Governo Israeliano e USAF





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