Considerazioni sulle ribellioni in Mali
da TERMOMETRO GEOPOLITICO (Filippo Bovo)

Per quanto fluida e tesa resti la situazione in Mali, da ieri ad oggi molti fatti hanno infine trovato una stabile conferma. Sullo sfondo, i fondamentali restano quelli: di una crisi destinata ad un graduale superamento, come ad esempio già si vide nell’autunno scorso, in occasione della crisi dei carburanti provocata da JNIM (Jamaʿat Nuṣrat al-Islam wa-l muslimin, Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, affiliato ad al-Qaeda), con l’interruzione delle principali arterie e il blocco dei trasporti che rifornivano Bamako ed altre città del Mali, al fine di paralizzarne le attività, indebolirvi il sostegno popolare e militare, e causarvi un crollo del governo di Assimi Goita. Tutti ci ricorderemo che quella, come altre crisi, venne poi superata con l’eroismo, la combattività e la preparazione dei militari del FAMA (Forze Armate maliane), e dei paramilitari e volontari maliani, che insieme ai civili seppero, com’è sempre stato, fare la differenza.
Ha intanto ricevuto conferma, già nella tarda giornata di ieri, la notizia della morte del ministro della Difesa, Sadio Camara, ucciso a Kati da un attentatore suicida a bordo di un auto, in un attacco costato la vita anche a sua moglie e a due nipoti. In suo onore, il paese osserverà due giorni di lutto nazionale, con funerali solenni.
Successivamente, ha trovato conferma anche il ritiro dall’ex base MINUSMA di Kidal, nel nord del paese, dei militari dell’Africa Corp, dopo una lunga e non sempre scontata trattativa coi miliziani del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA). Le trattative non hanno invece riguardato i militari del FAMA, rimasti nella base, e nei cui confronti il FLA nutre diverse intenzioni. Come già abbiamo visto dai comunicati congiunti di JNIM e FLA, i jihadisti e i separatisti non intendono allargare il fronte disperdendo le loro risorse contro troppi nemici: invitano perciò i russi a starsene fuori, e così pure fanno con la forza congiunta dell’AES, circa 5000 uomini tra Mali, Burkina Faso e Niger, entrata comunque in azione.
Che i militari del FAMA, insieme alle varie forze in suo supporto come paramilitari e volontari, costituiscano l’obiettivo principale per FLA e JNIM, non è in ogni caso una novità. Sequestrare militari e paramilitari, diffondendone la notizia con le relative immagini e video, permette infatti loro d’esercitare un forte potere contrattuale e ricattatorio sulle autorità politiche e militari maliane, rinverdire il loro mito d’invincibilità e potenza, e demoralizzare la popolazione e i combattenti maliani, così minando le istituzioni e il governo di Bamako. Non solo, ma contribuisce anche ad alimentare a livello esterno l’impressione che il governo maliano sia giunto ormai agli sgoccioli, e che continuare a fornirgli un supporto, a poco serva; e non è ovviamente un messaggio diretto solo a Mosca, ma pure a tutti agli altri partner, regionali come ad esempio gli altri due suoi partner dell’AES, ed extra-regionali come ad esempio la Turchia. In cambio di quegli uomini sotto sequestro, JNIM e FLA possono di conseguenza ottenere molto di più, anche per garantirsi un futuro operativo: malgrado i successi declamati a livello mediatico, la loro situazione sul campo non è infatti delle più invidiabili, e ciò a cui puntano è proprio di evitare uno scontro diretto e rafforzato con FAMA e relative milizie di supporto.
Lo stesso ripiegamento dei russi fuori da Kidal, in fondo, serve a ricordarci che nella lotta dura, in campo aperto, a tenere per oltre dieci ore e su un fronte mobile di oltre 2000 km, con collegamenti logistici e forniture carenti o interrotte dalla pervasiva presenza nemica, sono proprio gli uomini del FAMA, coi relativi paramilitari e volontari, compresi pure civili che a loro volta si uniscono agli scontri, affrontando il pericolo a mani nude. Perché è casa loro, e conoscono il territorio meglio di chiunque altro. L’abbiamo visto anche a Kidal, ormai l’ultimo caposaldo tuttora nelle mani di FLA e dei suoi alleati di JNIM. Anche questo dovrebbe ricordarci, una volta per tutte, che un conflitto come quello maliano non andrebbe assolutamente mai guardato con un occhio eurocentrico, perché si tratta di una mentalità di stampo colonial-neocolonialista, comune a molti europei e che li porta a pensare, implicitamente, che in Mali i maliani semplicemente non esistano: come se fossero soltanto i russi a combattere contro FLA e JNIM, con militari e popolazione locale ad assistere passivamente ed imbellamente allo spettacolo. E’ davvero a dir poco miserrimo pensare in termini del genere.
Dobbiamo al contrario nutrire ammirazione e rispetto massimi al FAMA e al popolo maliano: perché sulle loro spalle, prima che su quelle di ogni altro, si regge la pesantezza di questa come di altre sfide.
Fonte: https://www.facebook.com/filippobovo83
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