La squadra legale della Global Sumud Flotilla, l’organizzazione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano a Gaza, ha presentato due esposti contro il governo Meloni presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Procura della Repubblica per chiedere la liberazione del cittadino brasiliano Thiago Avila e del palestinese Abukeshek Abdelrahim, detenuti da Israele. Al momento dell’abbordaggio, i due attivisti si trovavano a bordo di un’imbarcazione battente bandiera italiana, Paese che, in quanto Stato di bandiera, esercitava giurisdizione sulle persone a bordo della nave. Gli avvocati sostengono che l’Italia avrebbe dovuto adottare tutte le misure necessarie per prevenire che i diritti degli attivisti venissero violati, e chiede la loro immediata liberazione. Al momento, i due risultano sotto arresto e stanno viaggiando verso Israele a bordo di una nave dello Stato ebraico; i legali chiedono che l’Italia si operi per garantire i loro diritti e che venga disposto il sequestro preventivo del natante su cui viaggia il cittadino palestinese.

Gli esposti degli avvocati della GSF sono stati presentati negli ultimi giorni, dopo l’arresto di Thiago Avila e di Abukeshek Abdelrahim. Il primo a venire depositato è stato quello alla Procura di Roma. Quando l’esercito dello Stato ebraico ha abbordato la flotta della GSF, i due attivisti, si legge nel documento, si trovavano a bordo della nave Eros 1, battente bandiera italiana. Se gli altri membri dell’equipaggio sono stati fatti sbarcare in Grecia, Abdelrahim e Avila sono stati arrestati e imbarcati su una nave in direzione Israele, «per ragioni non formalizzate e comunque non note alle denuncianti»; da quel momento si sono persi i contatti diretti con i due attivisti.

«Le autorità italiane sono a conoscenza della situazione e ben conoscono i rischi di tale operazione militare avvenuta in acque internazionali anche alla luce dei trascorsi della missione della Global Sumud Flotilla del 2025», si legge nell’esposto alla Procura. Il cittadino palestinese, inoltre, è esposto al rischio di trattamenti disumani e degradanti; «i fatti sopra esposti», continua il ricorso, «appaiono fin d’ora integrare una pluralità di fattispecie di reato la cui cognizione spetta alla giurisdizione italiana»; giurisdizione che l’Italia risulta avere per giudicare quanto accaduto, essendo lo Stato di bandiera. Per tale motivo, i legali chiedono che l’Italia effettui i dovuti accertamenti su quanto accaduto e che sequestri preventivamente la nave su cui sta viaggiando Abdelrahim, che in questo momento si trova in acque internazionali.

L’esposto alla CEDU è stato depositato ieri, 1 maggio, e nel suo contenuto è analogo a quello presentato presso la Procura di Roma. Il documento evidenzia che gli attivisti si trovano ora detenuti «arbitrariamente» dalle autorità israeliane, «in regime di incomunicabilità, senza accesso a difensori, familiari o autorità consiliari». Il ricorso sottolinea il rischio di violazione degli articoli 2 e 3 della CEDU, che tutelano il diritto alla vita e vietano la tortura; anche l’esposto alla Corte Europea rimarca come al momento dell’abbordaggio gli attivisti si trovassero su una nave battente bandiera italiana e accusa il Belpaese di non avere adottato alcuna misura effettiva di protezione nei confronti dell’equipaggio e di non avere impedito le violazioni effettuate da Israele. Gli avvocati – mediante procedura d’urgenza – chiedono perciò alla CEDU «di indicare allo Stato allo Stato italiano l’adozione immediata di tutte le misure necessarie per accertare il luogo di detenzione dei due attivisti, garantirne l’integrità fisica e psicologica, assicurare l’accesso alla difesa e impedire ulteriori trasferimenti o forme di isolamento».

L’abbordaggio israeliano è iniziato nella serata del 29 aprile, intorno alle 21. In quel momento, 58 imbarcazioni stavano navigando in acque internazionali, facendo rotta verso la Striscia di Gaza. Stando al resoconto della Flotilla, alcuni motoscafi israeliani si sono avvicinati alle imbarcazioni, identificandosi successivamente e ordinando il cambio di rotta. Intorno alle 21.30 è iniziata la vera e propria aggressione, con laser e armi puntati contro gli attivisti, cui è stato chiesto di inginocchiarsi. Nel frattempo, le comunicazioni hanno iniziato ad essere disturbate e la Flotilla ha lanciato un SOS alle autorità greche. Le imbarcazioni si trovavano infatti al largo di Creta, in acque internazionali, a centinaia di chilometri e almeno tre giorni di navigazione dalle coste di Gaza. Verso le 22.30 è stato perso il contatto con 11 imbarcazioni e i militari israeliani hanno iniziato i «sequestri». Verso le due di notte, i militari sono poi saliti a bordo di alcune navi.