No ai minerali in cambio degli aiuti: Zambia, Ghana e Zimbabwe si oppongono al neocolonialismo USA
di L’INDIPENDENTE (Dario Lucisano)
Dopo aver chiuso l’agenzia USAID, gli Stati Uniti di Donald Trump stanno provando a implementare degli accordi umanitari dal forte ritorno economico. In Zambia, seguendo la strategia dell’America First, la Casa Bianca sarebbe disposta a offrire un sostegno di 2 miliardi di dollari per il potenziamento del sistema sanitario. In cambio chiede l’accesso ai dati sanitari di tutti i pazienti del Paese e il raggiungimento di un’intesa sui minerali critici, prevedendo un trattamento preferenziale per le aziende USA. Il governo zambiano ha dunque respinto l’accordo sanitario, unendosi a Ghana e Zimbabwe. La nuova strategia americana in Africa potrebbe definitivamente spalancare le porte all’ascesa della Cina, sempre più presente nel continente con accordi percepiti dalle controparti come più equi.
Gli accordi bilaterali tra Ghana, Zambia, Zimbabwe da una parte e Stati Uniti dall’altra rientrano nell’ambito della America First Global Health Strategy (AFGHS), una sorta di ripensamento in ottica neocoloniale dell’agenzia USAID chiusa l’anno scorso, già strumento dell’imperialismo a stelle e strisce. Il principio che ruota attorno alla nuova strategia è semplice: semplificare i programmi di assistenza sanitaria precedentemente elargiti con USAID e utilizzarli come merce di scambio per ottenere accordi vantaggiosi sul fronte dell’approvvigionamento di minerali e terre rare; l’AFGHS delinea l’approccio generale degli USA nell’invio di aiuti ai Paesi in difficoltà, sulla base di cui sottoscrivere accordi bilaterali e multilaterali. Gli USA hanno già siglato oltre venti memorandum con poco meno di trenta Paesi di Africa, America centrale e meridionale e Asia. Per quanto riguarda lo Zambia, i negoziati erano già stati rallentati proprio dall’ipotesi di firmare un accordo nell’ambito dei materiali critici in cambio di supporto medico; secondo quanto emerso da una copia dell’intesa visionata dall’agenzia di stampa Reuters lo scorso febbraio, il memorandum redatto vincolerebbe il sostegno sanitario al raggiungimento di un quadro di collaborazione nel settore minerario.
Già a febbraio erano emersi dubbi circa il trattamento e l’ottenimento di dati sensibili da parte degli USA. Nonostante gli attriti, i dialoghi tra Washington e Lusaka sono continuati, per poi interrompersi nei primi giorni di maggio. Al centro della questione, questa volta, proprio il possibile accesso degli USA ai dati personali dei cittadini zambiani: il testo del possibile memorandum tra i due Paesi non è stato pubblicato, ma la strategia generalizzata torna più volte sulla questione della creazione di infrastrutture di raccolta, monitoraggio e gestione di dati; in linea di principio, l’AFGHS stabilisce che «gli accordi bilaterali garantiranno la presenza di sistemi di dati per monitorare i dati epidemiologici, i dati sull’erogazione dei servizi e i dati sulla catena di approvvigionamento». La strategia prevede che i sistemi di dati vengano «integrati nei sistemi informativi sanitari a lungo termine di ciascun Paese», e, in linea teorica, garantirebbe «che siano in atto quadri di governance dei dati per garantire controlli adeguati in materia di sicurezza e privacy». Essa tuttavia specifica anche che «il governo degli Stati Uniti garantirà che siano in vigore accordi di condivisione dei dati a lungo termine per fornire agli Stati Uniti i dati necessari per la sorveglianza delle minacce emergenti, la gestione dei programmi e la rendicontazione richiesta dalla legge», riservando agli USA un canale di accesso privilegiato a quei medesimi sistemi di dati che contribuirebbe a costruire.
Leggendo il documento che delinea l’AFGHS non è chiaro fino a che punto gli USA avrebbero accesso ai dati dei sistemi sanitari dei singoli Paesi, ma il governo della Zambia ha criticato le richieste di condivisione giudicandole «inaccettabili» e sostenendo che costituissero una «violazione del diritto alla privacy dei nostri cittadini». Ad acuire le tensioni, a fine aprile, è arrivata una dichiarazione dell’ambasciatore uscente degli USA in Zambia, Michael Gonzales, che ha criticato duramente il governo del Paese lanciando accuse di corruzione e sperperio di denaro statunitense; in risposta, il ministro degli Esteri zambiano ha criticato l’ambasciatore e accusato nuovamente Washington di aver vincolato l’accordo sulla salute all’accesso ai minerali critici.
Lo Zambia non è il primo Paese a rigettare gli accordi con gli USA in ambito sanitario a causa delle invasive richieste di accesso ai dati dei pazienti. Il primo Paese a tirarsi fuori dalla speculazione americana è stato lo Zimbabwe, che ha rifiutato un accordo da 367 milioni di dollari; è poi arrivato il Ghana, che ha rigettato un accordo da 109 milioni. Negli scorsi mesi, inoltre, il Kenya – che aveva siglato un memorandum con gli USA a dicembre, ha congelato l’intesa sollevando analoghi timori. Si tratta di Paesi dotati di una grande quantità di materiali critici in cui l’influenza cinese si sta sentendo sempre di più: per quanto riguarda lo Zambia, a partire dal 2025, la Cina ha revocato tutti i dazi sui beni in entrata, aumentando il volume commerciale con il Paese; alla fine dell’aprile di quest’anno, inoltre, Pechino e Lusaka hanno siglato un accordo di cooperazione allo sviluppo generalizzato, mentre a inizio maggio lo Zambia si è assicurato un investimento di 1,5 miliardi di dollari dalla China Machinery Engineering Corporation per espandere la capacità nazionale di generazione di energia elettrica. Nel 2025 la Cina ha firmato un accordo di sviluppo anche con lo Zimbabwe, e a partire dallo scorso 1° maggio ha azzerato i dazi sui suoi prodotti in entrata, estendendo tale misura ad altri 53 Paesi africani, tra cui lo stesso Ghana.





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