Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto
da LA FIONDA (Elisabetta Frezza)

Nella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).
Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.
Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani. Ne è uscita una cosa lunga, che mal si concilia con l’esigenza di accedere a consumazioni veloci, propria di un tempo in cui non c’è tempo. Chi si prenda la briga di arrivare in fondo verificherà tuttavia che “in cauda venenum”.
In morte della TreeLLLe
Tutti sanno che la legislazione scolastica italiana dell’ultimo quarto di secolo non è frutto della dialettica parlamentare: la materia è troppo delicata per essere abbandonata agli estri della politica politicante. Tutti sanno che il luogo dove sono elaborate e scritte le riforme è altrove. Ad esempio nelle stanze della Fondazione Agnelli – un nome una garanzia – che, nata sessant’anni fa come istituto di ricerca nelle scienze sociali, ha presto focalizzato il proprio impegno sull’”education” (da quelle parti si dice così).
Ma, sopra tutto, a preconizzare alla lettera le novità normative sono sempre stati i Quaderni periodici della associazione TreeLLLe, il pensatoio (think tank in definizione autentica) dove è dislocata la regia del nostro sistema di istruzione e che è l’espressione in purezza del cosiddetto stato profondo: apparato confindustriale, banche, finanza, intellighenzia laica e clericale la più blasonata che c’è. A scorrere l’elenco dei componenti del “comitato scientifico”, del “forum delle personalità e degli esperti” e degli “eminent advisor” ci si imbatte in presenze significative, tra le quali un bel po’ di vecchi e nuovi titolari del dicastero. Quanto al nome dell’entità, creativo anche nel grafema, evoca quella “società dell’apprendimento permanente” (in lingua originale, Life Long Learning: le tre elle) che rappresenta il motivetto ispiratore del suo operato, cantato a palla nel coro dei burocrati d’Europa.
Fin qui, bene o male lo sanno tutti.
Forse non tutti sanno, però, che la TreeLLLe, venuta alla luce nel 2001, si è estinta nel 2025. Lo comunica in apertura il sito di riferimento con un necrologio molto essenziale, privo di dettagli sulle circostanze della dipartita. In mancanza di spiegazioni ufficiali, è legittimo formulare ipotesi fantasiose; e magari immaginare che l’entità sia stata semplicemente soppressa per aver esaurito il proprio mandato. O meglio, che il suo spirito abbia traslocato in altra sede, nel senso che, finalmente, si è fatta essa stessa ministero. Del resto, il ministro in carica, così come vari suoi predecessori, è un triellino di comprovata fede.
In ogni caso, la lista degli affiliati alla TreeLLLe costituisce prova documentale della contiguità, e continuità, tra coloro che hanno ricoperto ruoli apicali nel settore scolastico indipendentemente dalla relativa etichetta politica: a dettare l’agenda, infatti, è sempre la tecnocrazia di Bruxelles, vale a dire la quintessenza dell’antidemocrazia, e i tocchi autografi concessi ai singoli esecutori pro tempore (esecutori nel senso di membri dell’esecutivo, naturalmente) vanno intesi come carote lanciate qua e là all’elettorato di riferimento mentre il bastone batte inesorabilmente la medesima strada. Che poi tutti quanti costoro parlino appassionatamente la stessa identica lingua – una specie di sottoprodotto della lingua imperiale – arrivando, sprezzanti del ridicolo, a rasentare la caricatura, è la conferma definitiva della loro comune appartenenza, della compartecipazione a obiettivi comuni, della piena adesione al programma stabilito in alto (e altro) loco.
L’impressione, dunque, è che – lungo il binario unico, lastricato di formulette anglofone, calcato negli ultimi decenni dai novatori di tutto l’arco costituzionale – il treno sia quasi giunto al capolinea, e che in qualche modo ce lo stiano pure annunciando. Che il suo itinerario fosse segnato, e che il traguardo corrispondesse alla demolizione della struttura della scuola italiana e al dissolvimento della sua anima, era chiaro già dalla fine del millennio trascorso, o almeno lo era agli osservatori più attenti.
L’attualità della ricostruzione di Lucio Russo
Risale al 1998 l’uscita in prima edizione del pamphlet di Lucio Russo Segmenti e bastoncini che, a dispetto dell’età anagrafica, resta una pietra miliare nell’analisi delle vicende riguardanti la cosiddetta pubblica istruzione. Per questo, vale la pena rispolverarlo e apprezzarne la tenuta dopo il lungo intervallo di governi e pandemie, e il diluvio di leggi leggine decreti e circolari.
La temperie, all’epoca della pubblicazione, era quella della riforma Berlinguer, quindi praticamente l’inizio – per lo meno: l’inizio della sua elaborazione sistematica, ché dei primi passi estemporanei erano già stati fatti, per lo più sotto il furbo espediente della “sperimentazione” – dell’iter di sostituzione della scuola italiana con qualcosa di altro da sé. La riforma Berlinguer, scrive Russo, si inseriva «in un processo di lungo periodo che per quanto riguarda l’Italia è iniziato almeno negli anni sessanta, quando, anche sotto la spinta del movimento studentesco, la vecchia impalcatura gentiliana subì i primi consistenti attacchi». Sì che, guardando la scena dall’alto, «la novità essenziale promossa dal ministro Berlinguer sembra essere l’efficienza e la radicalità del cambiamento, e non la sua direzione».
Ma qual era l’impalcatura che si voleva risolutamente abbattere? Prima della colata di lava delle mille riforme impacchettate dentro le formulette eufoniche del pedagogese, «si pensava – dice Russo – che la cultura avesse una solida base unitaria, in assenza della quale non fosse possibile acquisire le varie conoscenze specialistiche. I contenuti della cultura di base includevano l’inquadramento nello spazio e nel tempo della propria esperienza diretta, grazie a un corpo di conoscenze geografiche e storiche, gli elementi fondamentali della storia della cultura occidentale, sin dalle sue basi nella civiltà greca, lo studio della letteratura nazionale e una serie di strumenti concettuali elementari, considerati indispensabili a quelle che venivano dette “persone colte” […]. Gli studenti venivano abituati a usare contemporaneamente due diversi livelli di discorso: quello concreto […] e quello teorico, per il quale occorreva usare una terminologia specifica. […] La soluzione di problemi (in particolare di traduzione) veniva ottenuta applicando, in modo non meccanico, regole generali a casi particolari». Un’idea del livello culturale di base diffusamente accettato era fornito – spiega Russo – dalle enciclopedie (ad esempio l’Enciclopedia Italiana), da cui si evinceva «quali fossero le conoscenze che l’autore di una voce […] poteva considerare prerequisite». Analogo termometro sono i libri di testo, sempre in rapporto al loro pubblico potenziale.
«Non a caso – osserva Russo – si trattava di una scuola che si rivolgeva a chi avrebbe dovuto prendere decisioni e non a futuri esecutori e consumatori passivi».
Per la cronaca, dopo Berlinguer (e dopo il libro) sarebbero arrivate, coi loro bastimenti carichi di innovazioni, la Moratti e la Gelmini; fu poi la volta di Renzi sotto le mentite spoglie della Giannini, col suo marchingegno legislativo assemblato per compiacere l’Europa e venduto in piazza sotto il brand “la buona scuola” come fosse una batteria di pentole; e poi la pittoresca Fedeli munita del suo diploma di terza media, tra vari altri personaggi dimenticabili – a parte la signora consegnata alla storia per la mirabolante trovata dei banchi a rotelle. Fino agli ultimi esemplari: a Bianchi, dal curriculum perfetto per sgombrare l’edificio delle ultime masserizie in nome della virtualizzazione universale e del PNRR, e a Valditara che, da romanista (nel senso di studioso di diritto romano), ha acchiappato entusiasta dall’altro versante dell’emiciclo il testimone del predecessore. Un campionario assortitissimo, insomma, raccattato qua e là secondo logiche imperscrutabili, per l’esecuzione del medesimo disegno: infatti, al di là di qualche astratto proclama palesemente destinato a rimanere lettera morta, o di qualche ritocchino cosmetico palesemente ad pompam, la staffetta verso la liquidazione della scuola italiana procede da decenni a velocità crescente, ora furibonda. Procede impermeabile all’alternanza dei figuranti e delle rispettive insegne politiche.
La «scuola di avviamento al consumo»
Russo così condensava il senso della riforma Berlinguer: «Si tratta del progetto, coerente e organico, di smantellare quanto resta della tradizionale scuola secondaria superiore italiana, sostituendola con una moderna “scuola per consumatori” [oltre che per contribuenti ed elettori: tutte pedine che possono tranquillamente fare a meno di qualunque tipo di cultura generale] che, seguendo il modello della scuola americana di massa, si limiti ad avviare al consumo il cliente-studente fornendogli prodotti massificati e dequalificati, ma gradevoli e rassicuranti».
In questo orizzonte, «gli strumenti concettuali teorici, considerati ormai troppo difficili, sono eliminati dall’insegnamento, che viene ridotto alla descrizione di meri “fatti” e a elenchi di prescrizioni» alle quali il futuro cittadino-consumatore dovrà attenersi nei vari momenti dell’esistenza, modellate «sulle prescrizioni per l’uso dei farmaci o sui manuali di istruzione degli elettrodomestici».
Ecco quindi come si passa senza nemmeno accorgersene «da ecologia ad educazione ambientale (serie di norme riguardanti il comportamento corretto da seguire nello smaltimento dei rifiuti e in altre attività quotidiane), da fisiologia umana a educazione sanitaria, norme di igiene personale, educazione sessuale, alimentare, ecc.». Ed ecco giustificato, oltretutto, il «forte incremento, anche nella valutazione, del peso dell’educazione civica», contenitore capiente di regolette morali e di buona condotta.
Ciò che la scuola per contro non dovrà più richiedere è lo sforzo intellettuale, considerato faticoso, superfluo, e pure pericoloso.
Si capisce come, a quel punto, per individui abituati a guardare figure, a scrollare schermi e a leggere al più un foglietto di istruzioni, argomenti complessi appaiano inaffrontabili. E allora «innanzitutto il sapere da trasmettere va diviso in “pillole”, la cui dimensione non deve superare una videata di computer. In secondo luogo l’informazione va tradotta, per quanto possibile, in figure con brevi didascalie. Inoltre il testo deve essere completato da brevi messaggi (evidenziati dal colore, dalle dimensioni…) contenenti le “istruzioni per l’uso” del testo stesso (riguardare una pagina precedente, memorizzare una certa parola, ecc.). Ecco perché sono state ideate le “mappe concettuali”, cioè degli schemini che rappresentano in forma concreta i legami logici tra i concetti [quelle che una volta gli studenti si facevano da soli, smontando e rimontando l’oggetto del loro studio secondo il proprio personalissimo ordine mentale: lavoro impegnativo ma essenziale per l’assimilazione dei contenuti: ndr]». Ed ecco – si aggiunga – l’avvento della fantastica era delle slides e dei power point, divenuti ormai veicolo obbligato di qualsiasi comunicazione che si rispetti, dalle sessioni di giochini dell’asilo fino alle lezioni universitarie: chi, avendo qualcosa da dire, non si faccia precedere dal power point colorato e animato che lo dice per lui, è per definizione un povero disadattato.
In effetti le attuali tecnologie – dice Russo – sono «insuperabili nella comunicazione unidirezionale e acritica caratteristica della nuova scuola per consumatori» E d’altro canto, «l’uso massiccio di tali strumenti nella scuola fornisce […] anche un apprezzato contributo all’avviamento al consumo tecnologico». Un circolo vizioso insomma – o virtuoso, se lo si considera dal punto di vista delle aziende (private) EdTech, cui viene servita su un piatto d’argento una sterminata prateria da colonizzare popolata di materiale umano inesauribile da catturare, sorvegliare, tenere in ostaggio vita natural durante.
È chiaro poi che, se «la progressiva dequalificazione della scuola si presenta in una prima fase come abbassamento del livello degli studenti, ai quali vengono rivolte richieste sempre più banali», in una fase successiva non può che sfociare «nel crollo del livello culturale degli stessi insegnanti».
Infatti «alla nuova scuola non occorrono esperti di fisica, letteratura, filosofia o storia dell’arte […]; basteranno dei generici “operatori scolastici”, con una preparazione essenzialmente socio-pedagogica, che svolgano la funzione di intrattenitori e animatori […]. Quanto agli intellettuali ai quali affidare le scelte di indirizzo culturale e la formulazione dei programmi, non saranno più letterati, matematici o filosofi […], ma degli “specialisti della scuola” scelti preferibilmente tra sociologi, pedagogisti o, ancora meglio, esperti di media». D’altro canto, chiosa Russo, è indubbio che un effetto collaterale di questo smottamento sarà «un forte calo della disoccupazione intellettuale dei laureati in sociologia, psicologia e pedagogia». La nuova pianta infestante che sottrae luce, aria e nutrimento ai legittimi abitatori del luogo sacro di iniziazione al sapere.
La deconcettualizzazione e deverbalizzazione dell’insegnamento
Manco a dirlo, a presiedere la commissione di quaranta saggi nominata al tempo dal ministro Berlinguer con il compito di individuare «le conoscenze fondamentali su cui si baserà l’apprendimento dei giovani nella scuola italiana nei prossimi decenni» (vaste programme), fu chiamato Roberto Maragliano, pedagogista esperto di tecnologie didattiche multimediali. Manco a dirlo, nel documento di sintesi redatto dai saggi si affermava senza giri di parole che «è necessario operare un forte alleggerimento dei contenuti disciplinari». Un decisivo salto di qualità sarebbe stato assicurato, per contro, dall’ingresso massiccio delle nuove tecnologie, sulle quali Maragliano si esprimeva in toni di commosso lirismo: «Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo. Ti dà una scioltezza, una densità, una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi fare al loro interno che permette di esaltare dimensioni dell’intelligenza e dello stare al mondo finora sacrificate dalla cultura astratta». Ripetiamo insieme: «…finora sacrificate dalla cultura astratta»: nel senso che, per i quaranta saggi diretti dal saggio pedagogista Maragliano, la capacità di astrazione, quella simbolica e sistematica, che caratterizzano la cognizione umana e da millenni nutrono tanto il pensiero storico-letterario-filosofico quanto quello scientifico, diventano d’improvviso un limite all’intelligenza e al saper stare al mondo. L’obiettivo non solo dichiarato, ma addirittura celebrato dai nuovi sacerdoti della pedagogia (del resto si è in presenza di una vera e propria religione), è quello di espellere dalla scuola i concetti astratti, gli strumenti teorici, vale a dire gli universali: l’insegnamento deve essere deconcettualizzato e deverbalizzato. Gli strumenti linguistici, che sono simboli elaborati dall’uomo, devono lasciare spazio a rappresentazioni mentali estemporanee provocate da immediate percezioni di colori e di suoni. Lo dicono i saggi, che sono quaranta e che, in omaggio alla loro saggezza, mettono mano ai programmi e ai manuali, sempre più vuoti di parole e zeppi di figure colorate, di finestre pubblicitarie, di supporti multimediali per minus habentes.
«Un aspetto essenziale della sostituzione dei testi scritti con immagini – fa notare Russo – è l’unidirezionalità della comunicazione che ne risulta. Chi legge sa in genere anche scrivere, ma chi guarda immagini non ne può produrre con la stessa facilità. Quella per immagini è quindi una comunicazione a senso unico, nella quale il ruolo passivo del ricevente non è invertibile».
Il progressivo ”alleggerimento” dei contenuti disciplinari
Se i contenuti secondo i saggi sono una zavorra, va da sé che occorre cominciare a liberarsene. In allegria.
«Il primo “alleggerimento” ha riguardato i programmi di storia, modificati con dm 4.11.1996, che ha riservato un intero anno alla storia del Novecento». Pare una cosa innocua. Ma dove sta il trucco? Sta nel fatto – spiega Russo – che «per trovare lo spazio necessario, non si è diminuito il peso dei programmi dei secoli immediatamente precedenti, ma si è dimezzato il tempo dedicato all’insegnamento della storia antica, studiata per giunta senza riferimenti fattuali e cronologici, ma solo per vaste sintesi qualitative».
Russo commenta che «la tendenza a privilegiare la storia recente, ritenendo che l’unica scala temporale che veramente ci interessi sia quella di breve periodo, è effetto e causa di profonda ignoranza»: solo il guardare alla storia su una scala temporale più ampia, e particolarmente in un tempo come il nostro caratterizzato da una forte accelerazione dei mutamenti tecnologici e sociali, consente di esaminare il presente con una profondità che non può essere neppure sospettata da chi è privo di passato.
Del resto, l’eliminazione o la radicale riduzione dello studio della storia antica non è altro che una delle manifestazioni di quello stesso processo di deconcettualizzazione «che, per una presunta esigenza di concretezza, porta a sostituire lo studio consapevole con esperienze immediate e irriflesse, l’insegnamento con prescrizioni e comportamenti, i segmenti con bastoncini, e la fisica con un insieme di meri “fatti”».
Ma non solo. Con l’amputazione della storia antica viene anche reciso quel legame particolare con la civiltà classica che ha caratterizzato finora gli studi liceali e la cultura italiana tutta, perché viene «sottratto il quadro storico indispensabile allo studio delle letterature, della filosofia e delle arti figurative».
Non per nulla i saggi nel loro documento di sintesi spiegano come lo studio delle lingue classiche debba essere ridimensionato e «destinato alla formazione dei futuri antichisti» («sottintendendo – osserva Russo – che non abbia nessuna utilità formativa e culturale se non per chi vorrà diventare uno specialista») e si capisce come a quel punto non abbia più alcun senso riservare uno specifico percorso di scuola secondaria alla formazione di specialisti in materie di nessun interesse generale.
È evidente dunque come l’obiettivo ultimo sia l’abolizione totale dello studio delle lingue classiche, e con esso quello della filosofia antica, e con essa anche della filosofia medievale e moderna che trova in quella antica i suoi imprescindibili antecedenti. «Bisognerà quindi eliminare del tutto la storia della filosofia. Il documento [… ] lo dice espressamente, precisando che sarà sostituita con un insegnamento di “elementi di filosofia” eguale per tutti gli indirizzi, che tratterà questioni di etica […] e questioni di logica, di verità e plausibilità…».
Ignorando le loro radici classiche – saper sondare le quali implica conoscere le lingue classiche – diventano inaccessibili, e incomprensibili, «oltre alla filosofia, anche la storiografia, la letteratura, il diritto, le arti figurative, le religioni e ogni altro aspetto della nostra civiltà».
«Dopo la storia, il latino, il greco, e la storia della filosofia, il “forte alleggerimento” di Berlinguer e della sua corte di saggi coinvolge anche la letteratura italiana. Essi auspicano – attenzione a questo passaggio!: ndr – che negli istituti tecnici, che saranno terminologicamente promossi a licei, sia abolito lo studio della letteratura italiana; vi si insegnerà invece genericamente a “saper scegliere e gustare le proprie letture” e soprattutto (come è doveroso in una scuola per consumatori) a “orientarsi nella produzione libraria”». Non si capisce come, se si ignora la letteratura, ma certo basta la parola dei saggi.
Infine, sull’insegnamento scientifico, la commissione afferma: «Va tenuto conto che gli insegnamenti scientifici sono ancora oggi legati in gran parte ad un apprendimento dei testi. È quindi essenziale un profondo ripensamento dei modi, spesso pedanti, con cui sono esposte le scienze […]. In questa operazione possono essere utili gli strumenti multimediali di simulazione, il cui ruolo e le cui funzioni andranno chiaramente identificati e promossi, particolarmente in rapporto all’esigenza di disporre di rappresentazioni mentali efficaci e operative».
Peccato che – osserva Russo – la scienza esatta si sia sviluppata, sin dall’antichità, «proprio superando l’illusione di poter costruire semplici schemi intellettuali basati direttamente sulla realtà percepibile ed elaborando faticosamente i linguaggi astratti e teorici suscettibili di descrivere non solo il mondo sensibile, ma infinite realtà progettabili». E che «non vi è alcun modo per trasmettere strumenti concettuali […] senza usare la comunicazione verbale». Spesso infatti, vien da aggiungere a margine, l’incapacità di risolvere problemi, anche molto semplici, dipende proprio dalla incapacità di leggere e comprendere il testo che li pone, e la consegna richiesta.
Cosa c’è dietro l’angolo
Qual è allora l’esito nefasto, previsto e prevedibile, dell’operazione palingenetica elaborata dai saggi? Spiega Russo: «se la comunità rinunzierà a leggere le opere greche e latine attraverso una consistente minoranza, non avremo perso solo la letteratura, la filosofia e la scienza classiche, ma avremo buttato la chiave indispensabile per capire quasi tutta la filosofia e la letteratura moderne e non potremo più nemmeno leggere scienziati come Galileo e Newton, che scrissero buona parte delle loro opere in latino». La civiltà greca è la civiltà che ci ha dato la scienza (che infatti è intessuta di termini greci).
Ma non solo. «l’ignoranza del latino, impedendo lo studio del diritto romano, priverebbe gli studi giuridici di quella che da sempre è stata la loro base». E ancora, «la struttura tradizionale dell’analisi logica è nata per permettere le traduzioni in e dal latino (e greco) e consiste, nella sua parte essenziale, nell’usare i diversi “casi” di una lingua flessiva per descrivere una lingua moderna come l’italiano […]. Di fatto la scomparsa dello studio delle lingue classiche, dove è avvenuta, ha comportato spesso la perdita della capacità di individuare il soggetto di una preposizione».
Questa emorragia massiva delle conoscenze diffuse, oltre che sottrarre intelligenza al lavoro, finisce quindi per defraudare la totalità delle future generazioni di strumenti concettuali ed elementi culturali essenziali, visto che «non bisogna dimenticare che le conoscenze non possono essere “congelate”, senza essere praticate, per più di una generazione». Proseguendo in tale direzione suicida, si va incontro a una frattura di civiltà probabilmente irreversibile. «Se si interrompe la trasmissione diretta del sapere non basta l’eventuale sopravvivenza di vecchi libri per recuperare il senso del loro contenuto. D’altra parte una generazione educata al culto dei videogiochi e al disprezzo per le conoscenze “ancora legate ad un apprendimento dai testi” ben difficilmente farebbe sopravvivere dei libri».
Parola d’ordine: predicare bene e razzolare malissimo
Perché questa carrellata di passi scelti tratti dal libro di Lucio Russo è utile proprio adesso, in questo preciso frangente storico? Perché lì dentro si trova esposto ante litteram il succo della triellinità. Ovvero, si trova la chiave per interpretare la linea continua delle riforme, incluse le raffiche di provvedimenti recenti e recentissimi con cui il ministro Valditara infierisce senza tregua e senza pietà su un organismo morente, pur continuando a confondere le acque con proclami di principio che esaltano l’idea nobile di scuola che si vuole annientare.
Chiunque abbia letto ad esempio la “Premessa culturale generale” alle Nuove Indicazioni nazionali per i licei, pubblicate nel mezzo del bombardamento, non può non sentirsi preso in giro. O per lo meno, non può non constatare come viviamo ormai nel tempo in cui si può affermare allo stesso tempo tutto e il suo contrario, così come predicare una cosa e praticare impunemente l’opposto, senza che nessuno faccia un plissé. Ecco alcuni passaggi a campione del (crudelissimo) documento citato, che sventola parole stupende in faccia ai superstiti portatori della ragione, della professionalità e del buon senso – ce ne sono ancora, sì, dentro la scuola – mentre in concreto li colpisce a morte con una gragnola di quotidiane idiozie. Godiamoci dunque questa lettura.
«Poche istituzioni hanno inciso tanto nella costruzione della cultura formativa italiana quanto il Liceo.
Scuola ginnasiale dell’antica Atene, trae il nome, come è noto, dal greco λύκειον (in latino lyceum) e deriva da un epiteto del dio Apollo, presso il cui santuario fuori Atene sorgeva la scuola.
Il Liceo ha assunto via via nel tempo (e in tutti i Paesi del suo radicamento, l’Italia fra questi) la configurazione di scuola di formazione che struttura una forma mentis potenzialmente capace di arrivare al saper ‘vedere teoretico’». «Grazie all’attività del pensare, dell’argomentare le proprie ragioni e dello scoprire le cause di fenomeni e processi, gli studenti travalicano la realtà dell’esperienza accedendo all’universo delle idee e dei concetti. Si oltrepassa l’esperienza sensibile non certo per negarla, ma per valorizzarla, approfondirla, valutarla, dimostrarla, confutarla. La formazione liceale ha costruito tutta la sua solida ‘reputazione’ sul fondamento della promozione di menti mai sazie di domande, di verità e di libertà».
«Con una formula sintetica si può dire allora che la scuola secondaria superiore, in quanto scuola dell’adolescenza, è il tempo della costruzione della soggettività giovanile». «In questo passaggio decisivo della vita individuale la scuola è chiamata perciò ad assolvere ad un compito cruciale. Deve offrire al giovane l’occasione per un confronto appassionato con adulti colti». «Al centro della scuola dell’adolescenza sta la conquista da parte dello studente di un rapporto colto con la propria lingua». «Più ampio e variegato … è il nostro lessico, più sofisticato è il repertorio delle parole di cui disponiamo, più l’immagine del mondo che siamo in grado di restituire è nitida. Al contrario, l’appiattimento della lingua, la banalizzazione del linguaggio, il tratto culturalmente scadente dell’espressione individuale, sono tutti fattori che possono determinare una rappresentazione generica e opaca degli oggetti e questo vale sia per l’esperienza interiore dell’individuo che per il suo rapporto con la realtà esterna».
«L’insieme degli obiettivi formativi che il sistema dei Licei persegue non può essere conseguito se non per il tramite di un’applicazione rigorosa ed esigente del giovane in formazione alle materie del suo studio». «Studiare è la base di ogni effettiva educazione che la scuola si prefigge e non si può concepire la scuola dell’adolescenza prescindendo dalla centralità dello studio. Ogni svalutazione delle dimensioni formali dello studio contraddice alle alte funzioni civili e culturali dell’istituzione scolastica».
«Il contatto dell’adolescenza con le fonti della cultura superiore mediata dalla scuola è decisivo e irrinunciabile perché attraverso di essa il giovane entra in rapporto con un insieme di contenuti che non sono fatti su misura per lui, resistono dunque ad una comprensione immediata e per questo esigono misura, sforzo e tempo. È molto importante che il docente sia consapevole del valore educativo decisivo di questa dimensione dell’estraneità culturale».
«La vita giovanile si dota in altri termini di forme simboliche solide che le consentono di superare l’autoreferenzialità senza respiro, perché vuota e perciò stesso opprimente».
«Una scuola così concepita è estremamente esigente non solo nei confronti dei giovani, ma dei suoi stessi docenti.
Ad essi la scuola richiede una rigorosa preparazione scientifica e culturale, per la quale gli anni della formazione universitaria rappresentano la necessaria premessa ma non ne esauriscono il ciclo». «Il docente non si aggiorna, ma propriamente studia».
«La scuola dell’adolescenza è una comunità intellettuale tenuta insieme dalla conversazione colta e appassionata intorno ad oggetti culturali mediati dai libri, dalle opere d’arte, dalla musica, dalle immagini, dall’insieme delle forme simboliche in cui storicamente si è espresso l’ingegno umano».
Scende da un altro pianeta questa musica soavissima per le orecchie di chi, oggi, si ostina ancora a praticare la professione dell’insegnante in mezzo alle macerie accatastate da molti “saggi” senza bussola e da pochi tecnocrati che invece sanno bene dove vogliono andare a parare.
Epperò nel frattempo, lo stesso identico soggetto istituzionale che divulgava quella musica, si “dimenticava”, nello spedire la lettera di orientamento agli alunni di terza media, di menzionare i licei (a parte un elusivo cenno incidentale, laddove invece un festoso tributo veniva concesso all’ineffabile – e irricevibile – “liceo del Made in Italy”), a tutto vantaggio della cosiddetta filiera tecnico-professionale del 4 + 2 (quattro anni di scuola superiore più due anni di ITS Academy, ovviamente con la y che ai consumatori piace), nuova stella nascente del firmamento scolastico da tempo in cima ai suoi pensieri.
All’incrocio tra filiera tecnologico-professionale e licei: la quadratura del cerchio
La poderosa campagna pubblicitaria che è stata ingaggiata per promuovere questa nuova formula di scuola superiore – a costo di deformare strumentalmente la lettura dei dati (relativi sia al numero di iscrizioni, sia alle prospettive di futura occupazione) per amplificare la risposta oggettivamente deludente riservatagli dalla clientela – la dice molto lunga sulle mire che il sistema tenacemente coltiva. La consegna è quella di spingere con ogni mezzo verso gli istituti tecnico professionali – opportunamente aggiornati – e di ammazzare i licei, già ridotti in stato agonico da decenni di attacchi sferrati al cuore della loro struttura e della loro anima. L’operazione va con tutta evidenza verso il compimento del programma che Russo aveva descritto con chiarezza cristallina diversi lustri fa addentrandosi nelle pieghe della riforma Berlinguer. Il sistema cerca ancora, invero un po’ incredibilmente, di salvare le apparenze con qualche espediente di contorno, ma la revisione dell’assetto delle scuole superiori porta con sé un sostanziale, ulteriore indebolimento delle discipline fondamentali a favore di didattiche laboratoriali, di potenziamenti multimediali, di metodologie CLIL, di esperienze internazionali, di didattiche per competenze, progettazioni interdisciplinari e unità di apprendimento, e delle solite altre concessioni al nuovo che avanza e che tutto deve inghiottire.
Si magnifica la felice rincorsa alle esigenze del tessuto produttivo, alla valorizzazione del territorio, al mercato del lavoro, ma si fischietta sulla pars destruens, che travolge appunto, irreparabilmente, la base di conoscenze teoriche nelle materie di sempre, le fondamenta solide degli invarianti, e lo spazio – la pazienza, il lavoro – che tale acquisizione per sua natura richiede. Uno spazio che è eroso non soltanto dallo stravolgimento dei piani orari settimanali, ma anche dalla riduzione a quattro anni della durata del percorso, già introdotta qua e là in via sperimentale e ora integrata nel modello del 4 + 2, e strombazzata a una clientela stordita come succulenta opportunità per anticipare l’inserimento nel mondo del lavoro (quale lavoro?): come se a quell’età un anno di studio, e di crescita, e di maturazione, possa essere tranquillamente cancellato, e il suo carico di vita compresso e spalmato sui quattro anni precedenti, ottenendo lo stesso risultato finale – in applicazione di non si sa quale inedita proprietà matematica.
Intanto, nei licei ridotti a colabrodo non c’è più tempo per insegnare decorosamente, e decorosamente acquisire, le conoscenze e le abilità per cui sono stati concepiti, e per la cui trasmissione e interiorizzazione serve parimenti tempo, lavoro e pazienza: al fine di arricchire e affinare il lessico, penetrare i linguaggi e gli statuti delle diverse discipline, guadagnare confidenza con la pratica traduttiva, la prospettiva storica, il contegno teoretico, il ragionamento astratto; tutto ciò che, messo insieme, regala una duttilità intellettuale altrimenti difficilmente conseguibile. È così che pian piano la filosofia si trasforma in una spolverata di “elementi di filosofia” eguali per tutti gli indirizzi (vedi sopra) – ma si rivernicia di fresco coi dibate che vanno tanto di moda perché impratichiscono a blaterare di ciò che non si conosce; il greco e il latino, ripuliti delle asprezze legate allo studio della lingua necessario all’attività di traduzione – palestra mentale insostituibile – diventano una spolverata di “elementi di letteratura” su testi già tradotti e adeguatamente semplificati per facilitarne la comprensione e attualizzarne i contenuti; la matematica si evolve in una spolverata di “elementi di matematica” praticabili per via di test a crocette, giochetti digitali, bastoncini al posto dei segmenti. E via così. La deriva galoppa, e porta a tutta velocità a pareggiare gli obiettivi in corrispondenza di un minimo sempre più minimo per renderli accessibili a tutti in ogni tipo di scuola.
E infatti. «Basta con la distinzione fra licei e istituti tecnici, unifichiamo il nome di tutti gli istituti superiori», «non ha più senso distinguere tra licei e istituti tecnici». A margine della premiazione del primo Maestro del Made in Italy (che è tutt’un programma anche questo), qualche settimana fa il ministro ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che cambierà il nome di tutti gli istituti superiori, tecnici e professionali inclusi. Si chiameranno tutti licei, per abbattere il pregiudizio che ha storicamente considerato l’istruzione tecnica e professionale come “di serie B”. Ora, la squallida metafora calcistica usata a sostegno della retorica populista che fa leva sull’egualitarismo (dell’ignoranza) – e si autorisolve con il trucchetto onomastico estendendo a tutti il nome di liceo – rappresenta uno sfregio a quella scuola italiana che sapeva funzionare da ascensore sociale e che non conosceva “serie”, ma solo tagli diversi per attitudini diverse e sbocchi diversi, e in ogni caso garantiva il raggiungimento di una preparazione dignitosa nelle cose importanti, e di un codice comune di comunicazione. La prospettiva ora è l’appiattimento universale nella tecnicizzazione selvaggia: nel fantastico mondo degli uguali dove tutti ascolteranno Euripide letto da voce sintetica, in traduzione slang, con commento woke, finestrelle psicopedagogiche, disegnini variopinti e mappe concettuali precotte.
E il cerchio si chiude. L’impegno pubblicitario fuori misura dedicato alla creatura tecnico-professionale del 4+2 serve a radicare un paradigma (eliminazione dei contenuti culturali, quadriennalizzazione) che poi, cavalcando la suggestione egualitaria, verrà da sé estendere a tutte le scuole, con appena qualche sfumatura “d’indirizzo”. Spolveratine, appunto, all’insegna della superficialità che non stressa e assicura a tutti un confortevole stato di docile inconsapevolezza.
Con il che, si taglia finalmente il traguardo. Si entra nella notte in cui tutte le vacche sono nere. Dove tutti gli studenti sono analfabeti, i consumatori perfetti. Dove la TreeLLLe non serve più. Nel mentre, una cultura millenaria, patrimonio infinito di bellezza e di senso accumulato lungo un passato grande e maestro, è resa inaccessibile, condannata all’oblio, lasciata morire.





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