L’adunata di guerra: l’Eurovision Song Contest
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)

Un tempo era il nazismo novecentesco, con i suoi soldati in parata, con il saluto urlato e migliaia di braccia tese. L’estetica di guerra era irreggimentata, spaventosa nel suo dichiararsi senza mezzi termini, psicotica nell’irrompere della psicologia di massa.
Egualmente, oggi, assistiamo ad altre adunate, anch’esse dal sapore nazista. La differenza rispetto ad allora sta solo nel loro essere camaleontiche, fintamente spassose, inutilmente chiassose. Al posto della folla ordinata si muovono in apparente disordine figuranti saltellanti che in uno stato di ebetismo indotto ridono di gusto vicino al precipizio.
Sventolano orgogliose le bandiere di guerra anche ora. Ma noi non abbiamo più sinapsi adatte per scorgere il pericolo. Quella di Israele, quella ucraina in una sovraesposizione forzatamente telegenica che si deve effondere in maniera smisurata secondo i dettami del buon marketing. E ogni tanto, messa lì così, la bandiera dell’Unione Europea, tanto per sovrapporre l’Europa fisica, quella di cui fa parte anche la Russia, con la sua imitazione ideologica e totalitaria.
In questo carrozzone non è solo il trash a comandare le note e i costumi. La cassa dritta, ormai sdoganata dai carrozzoni dei gay pride, eleva la musica di merda a colonna sonora dell’omogeneizzazione culturale. Tanto che si canta quasi solo in inglese, quell’inglese manageriale che è diventato simbolo della colonizzazione occidentale.
Della cultura di ogni paese non v’è nulla se non la sua riduzione a folklore da rivendere poi nella turistificazione del mondo. Dalla Bulgaria appare un’imitazione di Lady Gaga, dalla Romania quella di Beyoncé. I motivetti sono buoni per i Reel di TikTok. Los Angeles diventa il cuore d’Europa, diventa un’aspirazione esistenziale, un manifesto intellettuale.
La verità è che da quando si parla di Europa, di unità europea, l’Europa con la sua cultura, con la sua filosofia, la sua musica e la sua prosa, ha smesso di esistere. Al suo posto vive una creatura abominevole, gestita da loschi figuri smagriti che predicano sacrifici e da allegri buontemponi che starnazzano di valori comuni, quando l’unico vero collante sono ormai diventati i profitti per i ricchi e la guerra per tutti gli altri.
L’Eurovision Song Contest è una parata allucinata che predica guerra e sottomissione. Esattamente come al tempo dei nazisti.
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