All’ospedale dei Martiri di Al Aqsa, uno dei pochi operativi a Gaza, arrivano sempre tanti bambini. Sono feriti, talvolta gravi. Oltre alle disabilità con cui buona parte di loro dovranno convivere per il resto della vita, quanto stanno soffrendo resterà scolpito dentro di loro per sempre. Tanti dovranno crescere da soli, nel migliore dei casi affidati a qualche parente, più probabilmente a una istituzione. Perché sono orfani, hanno perduto padre, madre e spesso anche fratelli e sorelle. «Di molti bambini che portati qui all’Ospedale dei Martiri di Al Aqsa, non conosciamo i nomi. Scriviamo ‘sconosciuti’ sui loro file finché uno dei loro parenti arriva e li riconosce, ma non avviene sempre», spiega il dottor Younis al-Ajla. Durante i bombardamenti tanti bambini estratti vivi dalle macerie sono stati portati di corsa agli ospedali dai soccorritori e ora è difficile identificarli. I piccoli, perciò, sono soli e in non pochi casi non sanno ancora che la loro famiglia non c’è più.

Secondo un rapporto della ong Euro-Med Human Rights Monitor, con sede in Europa, circa 25.000 bambini di Gaza hanno perduto uno o entrambi i genitori. E 640mila non hanno più una casa. La ong ritiene che il numero totale di bambini e ragazzi morti superi i 10.000 poiché i corpi di tanti minori non sono stati recuperati dalle macerie. «Sul numero di bambini rimasti orfani restiamo prudenti, ma sono centinaia e centinaia, forse tanti di più» dice al manifesto Lucia Elmi, rappresentante speciale dell’Unicef nei Territori palestinesi occupati. «Con la guerra in corso – aggiunge Elmi – e le difficili condizioni in cui si trovano Gaza e la sua popolazione, non è facile svolgere gli accertamenti per l’identificazione dei bambini e per cercare le loro famiglie».

Nel sud di Gaza prosegue la offensiva israeliana nella città di Khan Yunis dove i combattenti di Hamas si oppongono con ogni arma disponibile all’avanzata dei mezzi corazzati causando perdite all’avversario. Sono 104 i soldati morti in combattimento, una ventina dei quali in questi ultimi giorni. L’esercito ha annunciato di aver recuperato i corpi di una donna e di un militare sequestrati durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Scontri a fuoco violenti continuano anche a Shujayeh, a est di Khan Yunis. A Gaza non si muore solo per i bombardamenti e per le cannonate. I civili muoiono anche per mancanza di assistenza e per la gravità di ferite che non possono essere curate negli ospedali ancora operativi ma poco attrezzati. Tra i più penalizzati ci sono gli ammalati di cancro. Ieri su X il capo dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha denunciato che un paziente è morto in ambulanza mentre veniva trasferito a un altro ospedale a causa di lunghi controlli israeliani. L’Oms, ha scritto Ghebreyesus, «è profondamente preoccupata per i controlli prolungati e la detenzione degli operatori sanitari che mettono a rischio la vita di pazienti già fragili. A causa del ritardo un paziente è morto durante il viaggio». Che la condizione di oltre due milioni di civili palestinesi a Gaza stia peggiorando giorno dopo giorno comincia a comprenderlo anche l’Alto rappresentante europeo per gli Affari Esteri, Josep Borrell. «Avevamo pensato e chiesto al G7 che le attività militari di Israele nel sud di Gaza non seguissero lo stesso schema che hanno seguito nel nord, ma stanno seguendo lo stesso schema, se non peggio», ha detto ieri Borrell che comunque si è guardato dal chiedere, a nome dell’Ue, lo stop immediato all’offensiva militare israeliana che ha già ucciso circa 18.500 palestinesi e ferito altri 50mila secondo gli ultimi dati del ministero della sanità. A Gaza, intanto, si moltiplicano i saccheggi dei camion degli aiuti umanitari. La fame dilaga e gli autocarri rischiano di essere bloccati dai civili senza più cibo solo se rallentano a un incrocio, ha avvertito Carl Skau, vicedirettore del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. «La metà della popolazione muore di fame, nove su dieci non mangiano tutti i giorni», ha avvertito.

Gli Usa in ogni caso continuano a sostenere l’offensiva a Gaza e a fornire a bombe e armi a Israele. Ieri però è apparsa più evidente la frattura tra le intenzioni israeliane e la visione americana del cosiddetto dopo Hamas. Il governo di Benyamin Netanyahu è «il più conservatore nella storia di Israele» e il primo ministro deve «prendere una decisione difficile», ha detto Joe Biden, durante una raccolta fondi a Washington. «Il suo esecutivo non vuole una soluzione a Due Stati, ma deve cambiare il suo approccio in una visione di lungo termine», ha aggiunto. Israele, secondo Biden, sta iniziando a perdere il sostegno della comunità internazionale. Poco prima Netanyahu aveva confermato che Israele e Usa non sono d’accordo sul futuro di Gaza. Ed è tornato ad escludere un ruolo dell’Autorità Nazionale di Abu Mazen che considera alleata dei «terroristi». «Gaza non sarà né Hamastan né Fatahstan», ha detto.

Una nuova distruttiva incursione israeliana ieri nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, e in vari quartieri della città ha ucciso altri sei palestinesi tra cui un 13enne, Mohammed Samar. Tre degli uccisi sono stati colpiti da un drone.

FONTE:https://ilmanifesto.it/biden-israele-perde-consenso-internazionale-ma-gli-usa-continuano-a-fornire-bombe